[L’intervista] "Vi spiego cosa è successo alle startup italiane negli ultimi 4 anni”

Tiscali News ha sentito Gianluca Dettori, uno dei più importanti protagonisti del venture capital italiano

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di Michael Pontrelli   -   Twitter: @micpontrelli

Gianluca Dettori è uno dei pochi venture capitalist italiani noti anche al grande pubblico e non solo agli addetti ai lavori. Nel 2015 è stato uno dei protagonisti di Shark Tank Italia, programma televisivo trasmesso da Mediaset, in cui aspiranti imprenditori raccontavano la loro idea e il loro business plan a potenziali investitori. Nello stesso anno Tiscali News lo ha intervistato per parlare di startup e innovazione nel nostro Paese. Da allora sono passati 4 anni e l’annuncio di un nuovo round di investimento da 8,5 milioni di euro a Cortilia, startup del food tech che fa parte del portafoglio di Primomiglio, la società di investimento presieduta da Dettori, è stata l’occasione per sentirlo e rifare il punto sull’ecosistema dell’innovazione italiano.

Cosa è cambiato negli ultimi 4 anni nel mondo delle startup italiane?
“E’ cambiato tanto e in meglio. Il sistema si è evoluto. Ci sono sempre più giovani che fanno impresa innovativa. Ad oggi sono più di 10 mila e il trend continua a crescere. E finalmente si è creata una infrastruttura di investitori specializzati in venture capital che 4, 5 anni fa era quasi inesistente. Sono partite diverse società di investimento, inclusa la nostra, e dentro queste società sono partiti diversi fondi che complessivamente negli ultimi anni hanno investito nel settore centinaia di milioni di euro”.

Molte startup però lamentano una debolezza del venture capital (VC) italiano. E’ una critica corretta?
"Sì è corretta. Il VC italiano è cresciuto tanto, i numeri attuali sono grandi rispetto a quelli del passato, ma è rimasto ancora piccolo se confrontato con quello di altri Paesi. In Francia, per esempio, ogni anno vengono investiti in startup 3, 4 miliardi di euro, non centinaia di milioni in 4 anni. La competizione tra startup è globale e quindi è chiaro che le nostre realtà possono talvolta essere svantaggiate rispetto a quelle straniere”.

Perché i VC stranieri, che hanno mezzi finanziari superiori ai nostri, non vengono in Italia?
"In realtà negli ultimi anni sono stati fatti diversi investimenti di fondi stranieri su startup italiane, con somme anche importanti. E questo non accadeva 4, 5 anni fa. E’ vero però che gli investimenti esteri complessivamente sono ancora bassi e lo sono per diverse ragioni, alcune anche tecniche. In genere ogni venture capital ha una sua geografia di riferimento e raccoglie fondi da investitori istituzionali che a loro volta hanno degli obiettivi geografici. Purtroppo molto spesso l’Italia è fuori da questi obiettivi. Come già detto questo però non sempre impedisce ai fondi stranieri di venire anche nel nostro Paese ma (e questo è il secondo fattore rilevante) a condizione che ci siano delle scale up, ovvero startup che hanno già sviluppato un prodotto o servizio e che sono pronte a fare il grande salto. Quindi realtà in parte già consolidate e non semplici promesse. Dunque se l’intero sistema italiano (sia lato startup che lato  investitori) continuerà a crescere è molto probabile che in futuro aumenteranno anche gli investimenti stranieri”.

Oltre alle minori risorse finanziare a disposizione esiste anche una minore capacità dei nostri startupper rispetto a quelli stranieri?
"Geneticamente gli startupper italiani sono uguali a quelli del resto del mondo. Non hanno nulla di meno. Però è vero che in altri mercati evoluti, come la Silicon Valley, New York, Berlino o Parigi, c’è una stratificazione molto forte di competenze. Gli imprenditori spesso sono startupper seriali e sono molto esperti sul come sviluppare un modello di business, sul come raccogliere i capitali, sul come selezionare le competenze di alto livello di cui hanno bisogno. C’è dunque un ritardo culturale del nostro sistema dovuto al fatto che è ancora giovane. E questo gap riguarda anche il numero di investitori (come abbiamo già visto) e la presenza di aziende tecnologiche di grossa dimensione con cui le startup possono interagire. In Silicon Valley per un giovane imprenditore è abbastanza semplice incontrare un manager di Facebook (giusto per fare un esempio) a cui presentare un progetto. Per uno startupper italiano la cosa è più complessa”.

La società di investimento da te guidata si chiama Primomiglio. Quali sono i settori su cui state investendo?
“Primomiglio in questo momento ha due fondi attivi che sono Barcamper Ventures e Barcamper Ventures Lazio. Quest’ultimo è un fondo parallelo al primo che ha la stessa politica di investimento ma si concentra su realtà imprenditoriali laziali. Siamo specializzati in investimenti seed ed early stage, ovvero su startup che sono agli inizi, che ancora possono non produrre grossi numeri di business in termini di fatturato ma che hanno grandi potenzialità. Complessivamente i due fondi hanno una dotazione di 45 milioni di euro, in parte già utilizzati in 19 investimenti, quasi tutti fatti in Italia. Su cosa puntiamo? Principalmente sul software e sul digitale. Questo è il nostro ambito di interesse. In particolare ci piacciono molto i temi deep tech come l’intelligenza artificiale, nelle sue varie applicazioni e declinazioni, che sono tantissime. Ci piacciono i servizi per l’ecommerce e stiamo guardano molto attentamente al campo della blockchain su cui puntiamo a chiudere e breve il primo investimento”.

Il tema dell’intelligenza artificiale è uno dei più caldi anche per il grande pubblico. Il recente confronto tra due grandissimi imprenditori come Jack Ma ed Elon Musk ha ribadito che non esiste al momento un giudizio condiviso sulle possibili conseguenze di questa tecnologia per l’essere umano. Il fondatore di Alibaba è ottimista, quello di Tesla pessimista. Quale è il tuo giudizio?
"Che entrambe le visioni sono corrette. L’AI migliorerà la vita delle persone perché le applicazioni sono potentissime e consentono di fare  cose che non si potevano fare prima. Quindi ha ragione Jack Ma sul fatto che cambierà il mondo e che tante cose saranno positive. Però ha ragione anche Elon Musk perché la tecnologia è uno strumento e molto dipende da quello che l’uomo decide di fare. Con la scoperta della fissione nucleare puoi fare energia o bombe atomiche. Le applicazioni dell’intelligenza artificiale possono essere molto potenti anche in senso negativo. C’è un tema etico che andrebbe posto al centro di tutta la vicenda e che forse al momento resta un po’ troppo sullo sfondo”.

Gianluca Dettori