I ‘non alleati’ del centrodestra. Berlusconi incorona Salvini, Giorgia Meloni ci resta male ma va avanti

Le parole che il Cavaliere ha pronunciato al suo "non matrimonio " hanno destato parecchie sorprese. E non solo

I ‘non alleati’ del centrodestra. Berlusconi incorona Salvini, Giorgia Meloni ci resta male ma va avanti
foto Ansa

Sarà davvero Matteo Salvini il vero, unico, leader del centrodestra? Secondo Silvio Berlusconi, fresco di ‘non’ matrimonio con l’onorevole Marta Fascina sì, è così. Dalle parti di Giorgia Meloni ci restano molto male, ma anche dentro Forza Italia. Ma riannodiamo i fili della vicenda. L'invito a Salvini per il 'wedding party' di domenica scorsa a villa Germetto è partito dopo una telefonata del leader della Lega in settimana. Berlusconi ha deciso di invitarlo anche per questo motivo, mentre la Meloni non si sarebbe fatta sentire. Ma, al di la' della partecipazione all'evento "da amico" del segretario del partito di via Bellerio, che ha fatto storcere il naso a un bel po' di parlamentari azzurri, sono state le parole che il Cavaliere ha pronunciato ad aver destato un bel po' di sorpresa.  

Berlusconi incorona Salvini al suo ‘matrimonio’

Questo è Salvini, l'unico leader vero che c'è in Italia. Gli voglio molto bene e lo ammiro perché è una persona sincera", la presentazione fatta dal presidente azzurro. Da qui il convincimento in molti, dentro FI, che l'ex premier voglia consegnare le chiavi del centrodestra all'ex ministro dell'Interno. In ogni caso le parole affettuose del Cavaliere sono un ulteriore segnale della stima che Berlusconi nutre per l'alleato che, a suo dire, gli ha dimostrato, a differenza di altri (leggi alla voce Meloni) riconoscenza e vicinanza anche nella partita del Quirinale. Salvini ha poi ovviamente ringraziato il padrone di casa, si è augurato una "squadra unita e compatta". Martedì, cioè oggi, dovrebbe partecipare all'iniziativa promossa dal centro studi 'Machiavelli', in un primo momento organizzata alle 11 e poi posticipata alle 14, dopo l'intervento del presidente ucraino Zalensky in Parlamento.

Evocativo il titolo della kermesse: 'Un partito repubblicano in Italia? L'ipotesi del partito unico e delle primarie del centrodestra'. In diverse occasioni l'ex responsabile del Viminale ha lanciato il progetto della federazione e potrebbe tornare a farlo. Anche se in Forza Italia c'è la convinzione che non sia questo il momento propizio per parlare di progetti futuri.

L’ipotesi della Federazione ‘repubblicana’ Lega-FI e i dubbi dell’ala giorgettiana leghista

L'ipotesi di una lista unica per il 2023 resta sullo sfondo ma ci sono resistenze sia nella Lega che nel partito azzurro e mal di pancia in entrambi i partiti per il nuovo asse tra i due leader. Nei gruppi parlamentari della Lega intanto c'è preoccupazione per gli ultimi sondaggi. E il timore che il viaggio del 'Capitano' in Polonia, con le conseguenti forti polemiche, possa avere ripercussioni alle amministrative.

Nell'ala 'governista' del partito di via Bellerio c'è chi ritiene che, qualora dovesse registrarsi un calo del partito nei prossimi mesi, possa finire sul tavolo il tema della leadership. Giorgetti e i governatori del Nord sarebbero pronti ad approfittare di un eventuale tonfo della Lega alle amministrative, sia in termini di voti alla lista che dei suoi candidati sindaci. Le ultime mosse del segretario non sono state apprezzate da tutti ma in ogni caso ogni eventuale ragionamento - osserva un big 'ex lumbard' - ci sarebbe dopo l'estate.

Ma la tesi è che il 'fattore guerra' alla fine stravolgerà il quadro politico alle prossime politiche e che sarà necessario 'richiamare' Draghi, in qualità di garante dell'Italia, del suo debito e dell'attuazione del Pnrr. E' un ragionamento che fa breccia pure nell'ala 'moderata' del partito azzurro: il 'refrain' è che sarà difficile presentare un'alternativa credibile di governo a quella dell'ex numero uno della Bce. E poi ci sono le fibrillazioni sulle candidature alle amministrative e il 'caso Sicilia' con le distanze tra i partiti dell'alleanza, divisi sulle candidature: a frenare sono FI, Lega e i centristi della coalizione - sulla riconferma di Musumeci.

Intanto, tra il centrodestra di governo e Fratelli d'Italia i rapporti restano tesi dopo lo scontro nella partita del Quirinale. Il coordinatore azzurro Tajani, riguardo al rapporto con Fdi, è stato chiaro: "Noi - ha sostenuto - siamo alleati leali ma penso che vadano cambiate alcune cose: noi non rinunciamo alla nostra identità, vogliamo confrontarci, parlare. Credo che la coalizione dovrà ripensarsi prima delle elezioni perché senza FI non si vince e non si governa".

Altrettanto chiaro il leitmotiv in Fdi che ritiene di rappresentare in questo momento la vera essenza del centrodestra: si andrà insieme solo se ci saranno progetti chiaramente alternativi alla sinistra e a decidere la leadership saranno gli elettori, non certo le ‘investiture’ di Berlusconi, specie quelle fatte durante dei ‘non’ matrimoni.

I malumori dell’ala ‘governista’ degli azzurri

Ma tornando ai malumori di casa azzurra, ieri Antonio Tajani ha provato a minimizzare così: “No, Salvini è il leader della Lega, noi abbiamo il nostro leader che è Silvio Berlusconi. Il centrodestra è una alleanza composita, ognuno ha la sua identità e noi rivendichiamo la nostra che è garantista, liberale, europeista, atlantista. Senza Forza Italia il centrodestra non vince, siamo convintamente nel centrodestra con la nostra identità e autonomia".

Ma anche se non ci sono in Forza Italia o tra gli alleati lamenti pubblici per l’uscita del Cavaliere, quasi a non volergli rovinare la festa, le parole su Salvini, “unico vero leader che c’è in Italia” resta una dichiarazione forte che, accompagnata all’invito alla cerimonia, ha lasciato molti azzurri, non solo di ala governista, «esterrefatti» per una posizione che sembra schiacciare di nuovo il partito sulla Lega dopo una fase che era sembrata di ricerca di autonomia e libertà di movimento.

Anche «intristiti» per un’immagine che mostra un Berlusconi preso dal suo privato (le nozze finte), non comprensibile per gli elettori e lontano dalla politica del day by day (per ora è prevista una sua uscita solo nella due giorni tematica del partito azzurro prevista per il prossimo 8 e 9 aprile), tanto da far temere ai suoi un disimpegno, dentro FI temono che voglia davvero ‘deporre’ la sua leadership e affidarsi a Salvini.

C’è voluta così molta diplomazia sotterranea e un messaggio pubblico per provare a disinnescare la mina. Da una parte Gianni Letta ha rassicurato i big del partito: quello di Berlusconi è stato sostanzialmente un modo per far sentire a proprio agio l’ospite, ma nulla di più. Poi, appunto, è dovuto intervenire il coordinatore Antonio Tajani per giurare che «quella di Berlusconi a Salvini era “un’attestazione di amicizia, non va letta in un’ottica di partito e che «non cambia nulla nella nostra linea: con la Lega siamo alleati, governiamo insieme, ma manteniamo il nostro ruolo di forza centrale. Nel centrodestra, come è sempre stato e come sarà».  

L'ala moderata e anti-salviniana di Fi, però, nel frattempo, trattiene a fatica la disapprovazione. I ministri, anche loro non invitati alla cerimonia, non si lasciano sfuggire altri sentimenti che non siano "sinceramente affettuosi" nei riguardi dell'ex premier. Ma in tanti, specie nella vecchia guardia, rumoreggiano: "Berlusconi o chi lo consiglia - dice un senatore azzurro di lungo corso - non comprendono che così facendo, seguendo la deriva salviniana, si rompe il partito e si mina ancora di più l'unità del centrodestra. Proprio mentre dobbiamo chiudere le intese per le amministrative. Siamo su un binario morto". E anche se la ministra Gelmini si dice  "assolutamente non preoccupata" per il futuro di Forza Italia dopo l'endorsement di Berlusconi a Matteo Salvini e che FI resta “centrale” in realtà la preoccupazione dell’ala liberal del partito resta alta.  

Del resto, è lo stesso Salvini — che continua ad accarezzare l’idea di un partito repubblicano, o una federazione verso la quale in FI c’è parecchia resistenza e che oggi terrà il consiglio federale della Lega dedicato alle amministrative — ad accreditare la lettura di una sorta di incoronazione da parte di Berlusconi, ringraziandolo «per l’amicizia la stima e la fiducia perché in un momento così difficile solo una squadra unita, compatta e preparata può aiutare gli italiani a risollevarsi, puntando sulle libertà economiche e sociali, sul taglio delle tasse e sulla pace fiscale, su una giustizia giusta e su un lavoro sicuro e ben pagato per tanti». Parole quindi inserite in uno scenario politico e non privato, di chi continua a proporsi come leader naturale del centrodestra e tessitore di quel fronte.  

Meloni va avanti per la sua strada e punta al ‘sorpasso’  

Fuori c’è Giorgia Meloni, che in questo momento sembra, almeno nei rapporti interni alla coalizione, molto lontana dai due alleati. Il mancato invito al matrimonio non sorprende in verità: non è un mistero che Berlusconi, a pelle e politicamente, si intenda molto più con il leader della Lega che con la Meloni. In ogni caso la leader di FdI — che non ha voluto commentare in nessun modo l’accaduto — non ha alcun interesse a mostrare eventuale fastidio per il mancato invito o le parole di Berlusconi. Francesco Lollobrigida però ribadisce seccamente: «A decidere la leadership saranno i voti», e FdI continua ad oggi ad essere il primo partito nei sondaggi. E Ignazio La Russa taglia corto: «Non credo le parole servano a molto».  

Certo è che la presidente di Fratelli d'Italia "è più sorpresa che irritata", anche perché questa nuova plateale apertura di credito del Cavaliere arriva nel momento più difficile per il capo della Lega, reduce da due insuccessi come la regia delle operazioni per il Quirinale e la sfortunata missione ai confini dell'Ucraina. Diverso era il clima dello scorso agosto, quando Berlusconi attribuì a Salvini lo stesso riconoscimento, nel corso della festa della Lega a Cervia. E certamente differenti erano i rapporti di forza tre anni fa, prima delle Europee e dell'editto del Papeete, quando il partito di Salvini sfiorava il quaranta per cento.

"Fra poco avremo più voti di Lega e Fi messi assieme, queste investiture sono fuori dal tempo", dice un alto dirigente di Fratelli d'Italia. L'unica certezza è che il "quasi matrimonio" di Villa Gernetto ha lasciato pure uno strascico politico che rischia di essere più lungo di quello della sposa: ormai, anche sul piano dei rapporti umani, una riconciliazione fra Meloni e gli altri vertici del centrodestra è più che difficile. L'ultimo contatto fra la presidente di Fdi e Salvini risale al 28 gennaio, giorno dell'elezione di Sergio Mattarella, mentre Berlusconi, irritato per una dichiarazione in tv di Meloni ("Al Cavaliere non devo nulla") per una decina di giorni aveva vietato le "ospitate" degli esponenti di Fratelli d'Italia nei programmi Mediaset.

Le fastose nozze simboliche di Lesmo rischiano dunque di scavare un solco ancora più ampio. E rafforzare la tentazione, da parte di Meloni, di correre da sola alle Politiche con il suo partito in ascesa nei sondaggi.  

La ‘campagna del Nord’ di Fratelli d’Italia  

Anche per questo la Meloni ha deciso di inaugurare una ‘campagna del Nord’ e provare a fare ‘il grande balzo’ per diventare il primo partito italiano e “consolidare i guadagni elettorali” a danno dei suoi stessi ‘non’ alleati. Due le mosse in una campagna di primavera che, ormai, sta per partire. La prima è una convention di tre giorni, dal 6 all’8 maggio, da tenersi non più a Palermo, come immaginato, ma a Milano per “parlare a una parte del Paese sinora sorda al nostro messaggio” dice la Meloni ai suoi. Una Convention che abbia come obiettivo la definizione di un programma di governo con alcuni strappi rispetto al ‘politicamente corretto’ finora in voga nel centrodestra. Una specie di ‘Fiuggi 2’, ma programmatica e non ideologica. Due, di fronte alle amministrative (la data ancora non c’è, ma dovrebbero tenersi il 12 e 26 giugno) che incombono, segnarsi molto bene i risultati. Voteranno alcune roccaforti leghiste (Verona, Asti, Gorizia) dove FdI vuole surclassare la Lega (missione che, ad oggi, appare ancora impossibile). Obiettivo, “andare al governo”, obiettivo non scontato per gli eredi del Msi, perennemente all’opposizione per scelta.  

La Meloni ritiene di aver azzeccato tutte le mosse: il posizionamento sulla vicenda Ucraina, con il legame rinsaldato con i Repubblicani Usa ma anche con l’amministrazione Biden; la centralità tra le fila dei Conservatori europei (vedi il legame stretto con la spagnola Vox ma anche con i tory inglesi); e, infine, anche il rilancio del presidenzialismo, di cui ieri si è discusso alla Camera dei Deputati in sede di dibattito generale.  

Sembra un dibattito lunare, dati gli scenari di guerra, ma proprio lo ‘sgambetto’ di Lega e FI, che gli hanno fatto mancare i voti, dentro la commissione Affari costituzionali per imporlo alla discussione generale dell’Aula con un voto favorevole che facesse da battistrada, testimoniano – agli occhi dei meloniani – che solo il loro partito è pronto per ammodernare l’architettura costituzionale dell’Itali e presentarsi davanti agli italiani con un progetto coerente. Solo le elezioni diranno se il Paese premierà FdI, però, rispetto ai ‘non alleati’ del centrodestra.