[Il caso] Il grande inciucio Lega-5Stelle porta allo stop della Tav. E Salvini prosegue l’abbraccio letale dei suoi alleati

Ufficialmente sembra che il leader della Lega sia costretto a fare marcia indietro su molti dossier: Tav, Inps, migranti, persino l’offerta dell’alleanza per Bruxelles. Tutto pur di avere lo scudo per il caso Diciotti. In realtà il Capitano va avanti nell’operazione di svuotamento degli alleati, Forza Italia e 5 Stelle compresi

Toninelli, Salvini, il premier Giuseppe Conte e Di Maio
Toninelli, Salvini, il premier Giuseppe Conte e Di Maio

Di buon ora ieri mattina Gianmarco Centinaio, il ministro dell’Agricoltura che avrebbe già il suo bel da fare con il latte degli agricoltori sardi, ha un moto di orgoglio. E di fastidio: “Chiederò a tutti i deputati di esprimere in aula il proprio personale giudizio sulla Tav…”. Poco dopo, davanti a Montecitorio, un gruppo di SiTav guidati da quello Stefano Parisi (Energie) a cui un paio d’anni fa Berlusconi avrebbe affidato il partito, fa la sua discreta protesta in nome e per conto dell’Italia che deve andare avanti e non può certo morire di valutazioni costi-benefici. E contro quella mozione-melina che invece Lega e 5 Stelle hanno imbastito insieme, che è stata approvata ieri dall’aula e che sa molto di inciucio e poco di compromesso - in politica sempre necessario -, molto di scambio di figurine tra le parti in campo e assai poco, anzi nulla, di accordo serio tra parti che pure hanno punti di vista diversi. Ma non tutto è quello che sembra.

La mozione-melina

In un foglietto di un paio di pagine, si deve arrivare in fondo per leggere che i capigruppo D’Uva (M5s) e Molinari (Lega) “impegnano il governo a ridiscutere integralmente il progetto della linea Torino-Lione nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”. In dodici parole c’è tutto e il suo contrario anche se prevale quel “ridiscutere integralmente”. Un cazzotto. La mozione, figlia di un gioco di sponda Pd e Forza Italia teso a far scoppiare le contraddizioni nella maggioranza su uno dei temi più sensibili, ha sortito l’effetto cercato: dimostrare che da martedì, dal voto sulla Diciotti e dallo strappo nei 5 Stelle, il governo è entrato in modalità paralisi e scambio favori, tu-dai-una-cosa-a-me-e-io-do-una-cosa-a-te, finché morti non ci separi. Che in politica è un concetto di esclusiva utilità. A cui si sono dovuti piegare anche i puristi dei 5 Stelle.

E allora, a quattro giorni dal misfatto (il salvataggio di Salvini) diventa tutto più chiaro. C’è chi la chiama “mappa dell’inciucio”. Chi andando un po’ oltre, la definisce “la grande rete del Capitano”, intesa come la nassa dove Salvini fa finire tutti i pesci. Se senti i 5 Stelle, si tratta in realtà delle “penali” che Salvini sta pagando per evitare un processo che lo avrebbe reso instabile “per almeno 10 anni” (cit. Giulia Bongiorno, la penalista e anche ministro della Lega, che gli ha fatto cambiare idea e gli ha suggerito di mandare avanti la linea della responsabilità politica).

Un foglio diviso in parti uguali

In entrambi i casi, se ne può trarre un disegno. Dividiamo il foglio in due parti uguali con una linea verticale, da una parte “Salvini”, dall’altra “Di Maio”. A partire da martedì sera, giorno in cui la piattaforma Rousseau ha salvato il ministro dell’Interno, Luigi Di Maio ho improvvisamente sbloccato una serie di partite ferme da settimane, per non dire mesi. I 5 Stelle portano a casa la presidenza dell’Inps, posto chiave per l’erogazione del reddito di cittadinanza e di Quota 100, sala regia di tutto il nuovo welfare nazionale. Dopo aver dovuto rinunciare alla Consob per “l’amico” Marcello Minenna (nomina a cui in realtà Di Maio non si è mai appassionato e per cui non si è mai troppo speso perché non utile alla sua cordata), il capo politico del Movimento porta a casa molto di più. Il prescelto è Pasquale Tridico, l’economista dell’università Roma, calabrese di nascita, che ha “inventato” il reddito di cittadinanza. Doveva essere lui il ministro del Lavoro, rinunciò quando capì che stava per arrivare l’accordo con la Lega. Di Maio lo nominò tra i suoi collaboratori e ora è arrivato il suo turno.

Il gruppo europeo degli euroscettici

Nella metà del foglio dei 5 Stelle, va messa la ciambella europea. Ovverosia l’offerta ai grillini di fare gruppo con la Lega nel parlamento europeo. Era martedì, una volta acquisito il voto della giunta, Claudio Borghi, il presidente leghista della commissione Bilancio della Camera, ha lanciato la sua idea: un “gruppo parlamentare unico di euroscettici”, Lega e 5 Stelle insieme per essere più forti fra Strasburgo e Bruxelles. Il bello è che quando Salvini ha letto la notizia ha detto: “E perché no? Mi sembra una buona idea”. Ovviamente queste cose non accadono per caso e l’assist a Di Maio, che tatticamente ha dovuto smentire, è evidente. I presunti alleati dei 5 Stelle in Europa valgono meno di un soldo di cacio: tranne i croati di Zivi Zid che forse riusciranno ad eleggere un paio di persone, l’ultradestra dei polacchi di Kukiz, i finlandesi di Liike Nyt e i greci di Akkel sono partiti poco più che clandestini. Il regolamento di Bruxelles impone che per dare vita ad un gruppo parlamentare europeo ci siano eletti in almeno sette paesi diversi dell’Unione. Stando così le cose, l’offerta di Borghi sembra l’unico salvagente possibile per Di Maio.

Via libera ai flussi per i lavoratori stranieri

Come lo è, per la parte più a sinistra del Movimento ma anche per le fabbriche del nord, la decisione di Salvini di aprire a 30 mila lavoratori stranieri purché provengano da quei paesi che collaborano sul fronte dei rimpatri. Accettano cioè di prendere indietro i propri concittadini che non hanno più titolo di stare in Italia. E’ il primo decreto flussi dell’era Salvini, è alla firma di palazzo Chigi ed è uno dei punti del Contratto. “Prima diamo lavoro agli italiani, rimpatriamo chi non deve stare in Italia e poi penseremo al decreto flussi” ha sempre ripetuto il ministro dell’Interno. I 30 mila lavoratori stranieri sono sicuramente una inaspettata svolta umanitaria rispetto a questi primi otto mesi di governo. Salvini diventa buono? E moderato? Pompiere dopo aver incendiato tutto quello che poyeva? Oppure è fumo negli occhi rispetto ad un’altra notizia, arrivata ieri, dei 41 eritrei giunti in Italia con la Diciotti e che hanno fatto causa al governo per la privazione della libertà. Si tratta di un risarcimento danni che varia dai 40 ai 70 mila euro a persona che, nel caso, dovrà pagare la Presidenza del Consiglio.

“Mi viene da ridere - ha commentato Salvini - sono tutti nati il primo gennaio e sono scappati appena messo piede in Italia. Altra che multa, la pacchia è finita, al massimo gli manderemo un bacio Perugina”. Frase non gradita dall’avvocatessa degli eritrei Giovanna Cavallo: “Con le sue parole Salvini dimostra di essere più competente in enogastronomia che in giurisprudenza. Deve capire che sta al Viminale e non a Masterchef”.

L’imbarazzo per la Tav

Nella metà del foglio riservata a Di Maio ci finisce anche la mozione sulla Tav votata ieri alla Camera. Nel pasticcio di parole significa due cose: uno stop e un prendere tempo, almeno fino alle Europee quando si voterà anche per il governatore della Regione. E fanno tenerezza i “soldati” 5 Stelle mandati in tv a ripetere la storiella del Contratto di governo: ieri hanno impegnato il governo a “ridiscutere completamente la Tav”. Dopo otto mesi di costi e benefici ancora non si sa cosa voglia dire. Un’indecisione che sta costando centinaia di posti di lavoro e milioni di euro. Le mozioni contrarie, di tutte le opposizioni, chiedevano invece di “procedere subito con i cantieri e le opere”. Bocciata. “Bloccate il paese, vi siete venduti in cambio dell’immunità sulla Diciotti” hanno urlato dai banchi del Pd, Forza Italia e Fratelli d’Italia verso quelli della Lega. Gli è toccato stare zitti. In effetti questo è: anche la Lega sta bloccando i cantieri. “Scioperiamo contro il governo” hanno annunciato imprese e associazioni del Piemonte. “Non ci faremo mettere nell’angolo da questi qua” la dichiarazione di guerra del presidente della Regione Sergio Chiamparino. I leghisti hanno preferito lasciare in fretta l’aula scansando cronisti e telecamere. Salvini gli ha chiesto di portare pazienza. E ingoiare.

Nella “metà” di Salvini

Il punto è che nella parte del foglio (immaginario) dedicata a Salvini c’è molto meno: la garanzia della salvezza dal processo sul caso Diciotti, soprattutto per il voto in aula, quello vero e decisivo che sarà entro il 20 marzo, e le modifiche in Commissione al Reddito di cittadinanza che hanno nei fatti reso più difficile l’erogazione del mensile complicando la vita a stranieri e furbetti. La Lega ha preteso nuovi paletti (ad esempio bisogna essersi separati dal coniuge prima del gennaio 2018, una diga al boom di separazioni, specie al sud, per accedere al reddito completo in quanto single), i 5 Stelle hanno obbedito.

Per il resto il foglio resta bianco. Salvini a mani vuote? Indebolito per la Diciotti è costretto a concedere? E’ vero il contrario. In realtà il Capitano sta realizzando quello che è sempre stato il suo piano segreto: divorare in un modo o nell’altro gli alleati, cannibalizzare l’elettorato altrui stringendo in un abbraccio mortale prima Forza Italia e ora lo stesso Di Maio. Metterli tutti a tavola, chi nelle coalizioni regionali e locali, chi a livello nazionale e magari europeo. E svuotarli, lentamente. Alla fine, è convinto Salvini, rimarrà solo lui. E allora si può anche essere generosi e dare l’impressione di condividere le vittorie. Non serve stravincere. Basta vincere. Anche un pareggio. Quanto basta per arrivare alle Europee e fare i conti con quel che resta degli “alleati”. Poi ci sarà da fare una nuova manovra bis, una correzione di qualche miliardo. Conte l’ha smentita, Giorgetti l’ha annunciata, Tria si barcamena. Di Maio può solo tacere e incrociare le dita.