[L'analisi] Da Zaia a De Luca, da Bonaccini a Toti il partito dei governatori pronto a prendersi Roma

I plebisciti per i presidenti hanno fatto nascere una nuova classe dirigente che va alla conquista del governo nazionale. Il ruolo della Conferenza Stato-Regioni

[L'analisi] Da Zaia a De Luca, da Bonaccini a Toti il partito dei governatori pronto a prendersi Roma

In principio fu Nicola Zingaretti, ma la sua è una storia un po’ diversa dalle altre.

Perché il presidente del Lazio era comunque un dirigente di lunghissimo corso del Pd, con un cursus honorum che seguiva tutti i passaggi previsti, compresa la doppia elezione diretta a presidente della Provincia di Roma, ed era uno degli uomini più in vista della sua corrente, per di più con la benedizione di Goffredo Bettini, l’uomo che sussurra ai segretari. Ma la storia dei governatori che fanno carriera nazionale grazie al buon governo delle Regioni sta diventando ormai la normalità e, sempre più spesso, la Conferenza Stato-Regioni si trasforma in una succursale del Consiglio dei ministri.

A spostare gli equilibri è anche la fallimentare esperienza di Attilio Fontana alla presidenza della Regione Lombardia, la più popolosa d’Italia, che da sola amministra quasi un sesto di tutti i cittadini italiani e – dopo due pesi massimi come Roberto Formigoni e Bobo Maroni – lascia praterie per gli altri governatori.

E’ come se si fosse costruito un trasversalissimo partito dei governatori, come si è visto ad esempio quando cinque dei sei le cui Regioni andavano a votare con l’elezione diretta, di destra e di sinistra, con la sola eccezione del toscano Enrico Rossi, hanno firmato una lettera comune su carta intestata delle rispettive Regioni indirizzata a Sergio Mattarella in cui chiedevano al presidente della Repubblica di votare a luglio o la prima domenica di settembre, il 6.

Non sono stati ascoltati, anche perché c’era un voto parlamentare che fissava l’election day il 20 settembre, ma comunque quella lettera di Vincenzo De Luca, Luca Zaia, Giovanni Toti, Luca Ceriscioli e Michele Emiliano già diceva politicamente moltissimo, prima ancora che nell’analisi del calendario.

Dei cinque, Ceriscioli sapeva di non essere ricandidato, tutti gli altri hanno trionfato nelle rispettive Regioni, con percentuali straordinarie: 75 per cento Zaia, con la sua civica che ha triplicato il suo partito, la Lega; quasi 70 De Luca; 56 per cento Toti, il risultato più alto del centrodestra nella storia della Liguria, con la sua civica primo partito, davanti al Pd e cinque punti sopra la Lega; e anche Emiliano, che tecnicamente è quello che ha la percentuale più bassa, di gran lunga davanti allo sfidante Raffaele Fitto, nonostante avesse contro anche le candidature ufficiali dei pentastellati e di Italia Viva.

Insomma, il potere oggi non è dei partiti, ma dei governatori.

E quelli che Massimo D’Alema chiamò un po’ sprezzantemente “i cacicchi” ai tempi dell’elezione diretta del sindaco e dell’emergere di figure forti a livello locale nei Comuni, favoriti anche dalla polarizzazione del voto e dai talk che presentavano le elezioni come un derby, in qualche modo sono transustanziati nei presidenti delle Regioni.

In tutto questo, la Conferenza Stato-Regioni è diventata il centro delle decisioni, come hanno dimostrato anche i protocolli e le linee guida sui vari temi in relazione al Covid, che molto spesso hanno superato, quando non apertamente contraddetto le decisioni del governo, ponendosi come interlocutori diretti del Comitato Tecnico Scientifico.

Ad esempio, sulla scuola, l’assessore alla Formazione della Regione Liguria Ilaria Cavo ha guidato la rivolta contro le prime proposte del ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina, riuscendo a correggere in molti punti le linee guida e questo è stato riconosciuto dagli elettori che l’hanno premiata con oltre 7500 preferenze, pochissime di meno del più votato in Liguria, il suo collega assessore alla Casa Marco Scajola, che ha stravinto il derby imperiese con suo zio Claudio, oggi sindaco del capoluogo.

Insomma, un po’ alla volta la Conferenza Stato-Regioni si va configurando come una sorta di “governo ombra”, un contropotere rispetto a Palazzo Chigi.

E conta moltissimo in questo il tandem alla guida: il presidente è Stefano Bonaccini, che vincendo in Emilia-Romagna, ha salvato la maggioranza, il governo conte Bis e probabilmente anche il Pd, e da lì ha acquisito sempre più un rilievo nazionale, pur essendo sempre nel Pd. Il vicepresidente, che va d’accordissimo con Bonaccini, esattamente come gli capitava con il predecessore Sergio Chiamparino, è Giovanni Toti.

Che invece un piccolo partito nazionale se l’è fatto, con cinque deputati e tre senatori, ma che ha avuto la sua consacrazione dallo straordinario risultato della sua lista in Liguria, che l’ha riportato al centro dello scenario politico.

E, in qualche modo, se lo scenario politico dovesse evolvere verso uno scenario proporzionale, non è troppo ardito vedere nella Conferenza Stato-Regioni l’incubatore di una nuova maggioranza pentapartito dove Bonaccini fa la sinistra e Toti i cattolici e i laici, con tutti gli altri nei ruoli di Dc, Pri, Psdi, Psi e Pli.

E, in questo quadro, tutti i protagonisti delle ultime tornate elettorali sono i più forti, anche per le rispettive storie politiche: Bonaccini, appunto, che in molti vedono a capo di un Pd nuovamente riformista, con la capacità di mettere al vertice personaggi come il sindaco di Bergamo Giorgio Gori e attrattivo per fare rientrare nel partito Italia Viva di Matteo Renzi e Azione di Carlo Calenda.

E poi Luca Zaia, sempre più vicino a diventare il personaggio unificante non solo dell’identità veneta, ma anche della Lega “moderata” che ha in lui e in Giancarlo Giorgetti l’immagine alternativa a quella di Matteo Salvini e al suo “inner circle” sovranista che non ha più l’appeal dello scorso anno.

E, ancora, Vincenzo De Luca, che ha una sua personalissima storia che prescinde completamente dal Pd, tanto da essere stato eletto una volta sindaco di Salerno anche contro la candidatura ufficiale del suo partito o, meglio, di una parte di esso.

Soprattutto, De Luca è perfetto sia per la destra, sia per la sinistra, trasversalissimo se ce n’è uno e trasversalissimo anche nella stima di cui gode nei mondi più disparati, anche fuori dalla campagna e dalla Campania, grazie anche allo straordinario personaggio che Maurizio Crozza gli ha cucito addosso.

E anche Emiliano si è rafforzato molto alla luce di un risultato elettorale in Puglia tutt’altro che scontato.

Tutte personalità forti o fortissime che hanno fatto pensare a qualcuno a una guida della Conferenza Stato-Regioni di una figura di mediazione, con una personalità più “tonda”, come sarebbe il governatore della Sardegna Christian Solinas, che ha nella scuola democristiana il suo faro dialettico e politico, che lo porta per l’appunto a non avere spigoli, ma solo linee curve, non solo fisicamente. Scuola che gli è servita anche nel durissimo scontro con l’assessore regionale alla Sanità del Lazio sui tamponi e sulla Costa Smeralda impropriamente descritta come capitale degli untori.

Insomma, personalità sfaccettate e anche diversissime fra loro.

Ma ciò che forse è più importante è che fra tutti i presidenti sono nati anche fortissimi rapporti personali di stima e di amicizia che, anche in questo caso, travalicano i partiti di appartenenza.

Ad esempio, il siciliano Nello Musumeci è molto amico ed ha forte stima per Toti, tanto da far pensare a una federazione fra i rispettivi movimenti, “Cambiamo!! e “Diventerà bellissima”, un imperativo e un futuro.

Se non un partito, almeno una grammatica può nascere di sicuro.