Cosa c'entra il Ponte sullo Stretto con l'aumento delle spese militari al 5% del Pil? Le parole dei ministri e cosa dice la Commissione Ue
Nell'audizione davanti alle Commissioni congiunte, Crosetto e Tajani spiegano perché l'Italia deve investire in armamenti. Ma c'è un "trucchetto" contabile e la possibilità di inserire opere civili come "dual-use" strategiche per la sicurezza
"Non possiamo più essere protetti solo dagli Usa, l’Europa deve assumersi le proprie responsabilità". Le parole sono di Antonio Tajani durante una audizione congiunta con Guido Crosetto davanti alle Commissioni riunite di Camera e Senato sull'impegno di aumento delle spese militari al 5% del Pil. Per i due esponenti del governo il rischio della guerra da parte della Russia "è reale" e anche se "non dormo la notte, io per primo non sono pronto a far fronte a questa situazione drammatica", come ha detto il ministro della Difesa, la reazione italiana deve essere quella di "prepararsi al peggio". Sta tutto qui il motivo per cui la premier, Giorgia Meloni, al contrario di quello che ha fatto lo spagnolo Pedro Sanchez, ha detto sì al 5 per cento del Pil in spese militari concordato al summit Nato dell’Aja. Le opposizioni promettono di fare muro e di non permettere al governo di mettere le mani sul welfare per finanziare i maggiori investimenti in armamenti.
Ma Crosetto e Tajani, davanti alla Commissione hanno descritto una Russia in "economia di guerra" che spende il 43% in armamenti con possibilità belliche notevoli e uno scenario nel quale i Paesi dell'Europa dell'Est, che meglio di noi avrebbero il polso della situazione, che si preparano al peggio. L'Italia, secondo i due esponenti, si deve accodare. L'Europa deve armarsi e l'Italia con lei. Come fare però a convincere gli italiani che si può fare senza mettere le mani nella Sanità o nell'Istruzione?
Lo spiegano gli stessi ministri quando dicono che il ragionamento va fatto scindendo il 3.5% in armi vere e proprie dall'1,5% che "comprende attività già presenti ieri e oggi nei bilanci nazionali: la resilienza, la sicurezza cibernetica, la protezione delle infrastrutture critiche, il rafforzamento del tessuto industriale, le infrastrutture strategiche", assicura il ministro Crosetto. Insomma, una sorta di "rendicontazione" di spese già sostenute che non prevederebbe ulteriori esborsi. Un capitolo di spesa ampia, dove può entrare di tutto.
Anche il Ponte sullo Stretto tra le spese militari?
E non si fa per dire, perché secondo notizie di stampa anche la spesa per il Ponte sullo Stretto, tanto caro al ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, - ma sul quale non esiste ancora nemmeno la progettazione definitiva - potrebbe rientrare nel novero di strutture strategiche a fini militari. La narrazione è che "il collegamento rappresenterebbe un asse strategico per la logistica civile e militare nel Mediterraneo, considerando che la Sicilia è l'avamposto italiano verso il Medio Oriente e l'Africa. Per questo deve poter essere raggiunta in fretta da uomini e mezzi", annota il Corriere della sera. Perciò "l'opera più declamata d'Italia e mai realizzata in decenni di proclami, rientrerebbe nel Military Mobility Action Plan e dunque nelle opere strategiche per la sicurezza: tutto quanto necessario alla Nato per gli spostamenti logistici in caso di guerra". Tutto scritto in una nota ministeriale in cui si definisce l'opera "strategica per la difesa europea e della Nato".
La questione del Ponte sullo Stretto approda infatti sul tavolo della riunione straordinaria della commissione Ten-T a Bruxelles, alla quale sono chiamati a partecipare gli Stati membri, il commissario ai Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, e il collega della Difesa, Andrius Kubilius. Tra le "500 opere prioritarie da affrontare con urgenza", oltre che la questione dei finanziamenti, è possibile che l'Italia chieda di inserire appunto il Ponte, che potrebbe rientrare nella lista di progetti dual-use. Ovvero uso civile e uso militare. Un colpaccio innegabile per Salvini, nonostante la Lega continui a ogni piè sospinto a urlare contro il "riarmo folle" voluto dall'Ue. Un doppiopesismo chiaro e tondo, ma tant'è.
Ma dove prendere i soldi?
Per la Commissione tutto questo è fattibile purché si rispettino le procedure, Ma spetta al governo italiano stabilire se l'opera sia a uso civile o militare. "Questo è particolarmente rilevante per l'attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, che consente un aumento della spesa per la difesa senza il rischio che la Commissione avvii una procedura per i disavanzi eccessivi", spiega un portavoce.
Resta ancora da capire dove andare a prendere i soldi necessari per realizzare l'opera. Secondo un'analisi dell'Ansa, l'Italia ha due strade: "Pagare il Ponte di Messina con risorse esclusivamente nazionali", opzione gradita a Bruxelles, "e aggiungerlo alla lista delle opere per cui si attiva la clausola di salvaguardia con le dovute spiegazioni". Ma forse il governo fin qui non vorrebbe arrivare. Oppure, è l'altra ipotesi, "chiedere il cofinanziamento europeo" e su questo "ci sono varie opzioni".



di Antonella Loi














