Nulla che possa dividere. Nel piano Draghi non ci sono flat tax o Quota 100, immigrazione o prescrizione

Ci sono però la riforma del Fisco e del lavoro. Quella della Pa e della giustizia civile. Otto punti per provare a far ripartire l’Italia

Mario Draghi, presidente del Consiglio incaricato (Ansa)
Mario Draghi, presidente del Consiglio incaricato (Ansa)

Il Professore spiega. Le delegazioni dei vari partiti prendono appunti. Con ordine e precisione. Anche perché la spiegazione è netta, chiara, non abbonda di parole perchè ne bastano poche quando si ha chiaro in testa cosa dire. Sui foglietti prende forma un’idea di Paese, l’Italia, che anche altre volte abbiano già sentito delineare. La differenza è che questa volta sono tutti consapevoli che non sono più ammesse distrazioni. O rinvii. E’ l’ultimo treno. E probabilmente anche per questo sono voluti tutti salirci sopra. Anche chi resta fuori, Fratelli d’Italia, lo sta facendo più per dovere e dividendo di consenso (“non possiamo mica stare tutti in maggioranza”) che per convinzione. Non sono escluse, proprio dopo questa bozza di programma, che resti fuori qualcosa anche a sinistra. Al netto di una minima scissione di Leu.

La “lezione”

Il presidente incaricato Mario Draghi ha iniziato ieri il secondo giro di consultazioni. Dopo aver ascoltato, parla. E offre un elenco di punti programmatici che danno un’idea piuttosto precisa dell’impostazione che vuole dare al suo governo. Priorità, posizionamento, linee guida. Un governo “convintamente europeista” e “ben saldo nell’alleanza atlantica”. Questo per dare subito al prossimo inquilino della Farnesina la direzione di marcia in politica estera. Non ci saranno più ammiccamenti alla Cina e quegli oscillamenti a est che il Presidente dimissionario Giuseppe Conte aveva previsto anche nel suo ultimo discorso sulla fiducia due settimane fa. E poi un approccio preciso su 5 emergenze indicate dal presidente incaricato: ambientale, sanitaria con la campagna vaccini da accelerare, quella del lavoro con la "tutela" di chi resta senza, delle imprese (con un sostegno anche alle banche) e la scuola. E c'è stato poi un passaggio che molti hanno letto con una sfumatura 'temporale'. Quello sulle tre maxi riforme - pubblica amministrazione, giustizia civile e fisco- da mettere in campo per cambiare il volto e il futuro del Paese. Riforme che, pure se connesse con il Recovery, hanno dato la sensazione alle forze politiche di un orizzonte temporale non breve.

Aspettando Rousseau

Ieri è toccato ai piccoli, Autonomie, Misto, Socialisti, Centristi vari, da Lupi (Noi con l’Italia) a Romani (Cambiamo di Toti) a Quagliariello, e poi Bruno Tabacci, Emma Bonino e Carlo Calenda. Per finire a Sgarbi (lista Rinascimento) anche ieri protagonista di un piccolo show a quanto pare gradito anche al Presidente incaricato. Oggi è la volta dei grandi partiti . Lo schema degli incontri, e anche. contenuti, non dovrebbe cambiare: Draghi accoglie la delegazione da solo, senza assistenti, è lui stesso a fare gli onori di casa (“ accogliente, sa mettere a proprio agio”), tiene accanto a sè un bloc notes grande con appunti scritto a mano e inizia a parlare. Sono previste domande ma il tutto dura circa mezz’ora per ogni delegazione. Nessuna divagazione, quindi. Draghi è riuscito ad essere, almeno finora, molto puntuale. Anche per questo nessuno ha fatto riferimenti alla squadra di governo, nomi, incarichi, tipologia. La squadra è compito del coach. E del Presidente della Repubblica. Draghi salirà al Colle non prima di giovedì pomeriggio. Probabile anche venerdì mattina. Ha deciso infatti di attendere il risultato della votazione su Rousseau. Ebbene sì, la falange dei contrari al governo del banchiere, ha chiesto e ottenuto il voto on line. E i governisti, a cominciare da Di Maio, si sono molto indispettiti. La notizia è comparsa sul blog e, pur essendo nell’aria da giorni, non era mai stata ufficializzata da nessuno. Tutti, anche il Quirinale e il Presidente incaricato, lo hanno saputo dalle agenzie. E non stato simpatico. Ma soprattutto, che succede se vincono i No a Draghi?.

Europeismo e atlantismo

Lo schema Draghi conta otto punti programmatici. "Una forte cornice europeista e un saldo posizionamento atlantista”. Musica per Emma Bonino: “E’arrivato a mettere sul tavolo la questione di un bilancio comune europeo e quindi una visione che non riguarda soltanto il presente ma un'impostazione futura”. E per Bruno Tabacci, che immagina senza azzardare: “Con Draghi l'Italia si candida ad essere un Paese guida in Europa. Finora ad ogni vertice ci si chiedeva 'che dirà la Merkel?' 'Che dirà Macron?'. Vedrete che ora ci si chiederà che dice Draghi. Sta cambiando tutto”. Quasi emozionato, ricorda De Gasperi: “La bocciatura, da parte della Francia, della Ced nel ’52 fu un bruto colpo per De Gasperi. Ora siamo tornati lì, all’idea di una Difesa comune, una politica estera comune, bilancio e fiscalità comune dopo che la pandemia ci ha costretti per la per la prima volta debito comune”. Ecco perchè il contratto sul Recovery plan va onorato e rispettato. Fallire qui sarebbe per sempre. Ieri è apparso tutto molto più chiaro ai delegati ricevuti da Draghi.

Gli altri punti. Mai divisivi

Draghi non ammicca a nessuno in particolare. Di sicuro ha fatto tesoro di quello che le delegazioni hanno detto nel primo giro e dei contributi scritti che hanno inviato in seguito. Negli otto punti ciascuno può trovare una o qualcuna delle proprie bandiere. Mai quelle divisive. Nessun cenno al Reddito di cittadinanza e a Quota 100, alla patrimoniale o alla flat tax, all’immigrazione o alla prescrizione.

Oltre alla emergenza pandemica, già prima del Covid, c'era quella ambientale e questa emergenza, ha spiegato Draghi, “sarà di riflesso in tutti i punti del programma”. Green e la transizione ecologica di fabbriche e mezzi di trasporto, pubblici e privati. Musica per le orecchie dei 5 Stelle.

Vaccini, lavoro e imprese

L’emergenza vaccinale (terzo punto) è stata definita da Draghi “l'emergenza più imminente” per riprendere lavori e consumi. Il Presidente incaricato ha fatto riferimento, sotto il profilo della logistica, al cosiddetto “modello inglese”, vaccinazione a tappeto in ogni parte del territorio 24 ore su 24. Il quarto punto è l'emergenza economica che “riguarda soprattutto il lavoro”. Il premier incaricato ha parlato di “ripresa che però sarà molto lenta” e ha messo in conto che ci potranno essere persone che restano senza lavoro. Da qui la necessità di “tutelare i lavoratori”, che non vuol dire solo ammortizzatori sociali ma anche formazione per nuovi e diversi impieghi. Ha spiegato Manfred Schullian delle Minoranze linguistiche: “Draghi ha parlato tanto di ambiente, lavoro e imprese e ha detto che bisogna evitare di erogare contributi a fondo perduto, ma bisogna finanziare le imprese per consentire a loro di poter riprendere l'attività una volta superata la crisi”

Qualcosa “va pensato anche per le banche”. Le crisi delle aziende, la chiusura oltre 400 mila partite Iva, indebolisce il tessuto produttivo ma anche le banche che rischiano un’altra volta di riempirsi di sofferenze, i tanti debiti di aziende in crisi o chiuse.

Il piano scuola. Sindacati già in allerta

Altro punto su cui Draghi ha insistito è quello della scuola. I giovani e il loro futuro sono al centro di tutti i suoi interventi nell’era pandemica. Il premier vorrebbe riorganizzazare il calendario scolastico: i ragazzi hanno perso troppi giorni. Di qui l'ipotesi di allungare l’anno fino alla fine di giugno. Un’altra leva da azionare subito è il potenziamento del corpo docenti con l'obiettivo di arrivare preparati alla ripresa di settembre, prevedendo anche assunzioni perché non si ripeta il problema delle cattedre vacanti e studenti che riprendono la scuola senza avere ancora i professori assegnati. Il punto numero 7 riguarda le infrastrutture e l'apertura immediata dei cantieri per le gradi opere. Questo significa posti di lavoro, indotto, un valore di miliardi. Il punto 6 e 7 dano ragione alle tante battagliando Italia viva proprio per cantieri e scuola. All’ultimo posto (n°8) “le tre grandi riforme: pubblica amministrazione, giustizia civile e fisco”. Sono i pilastri del Recovery, le riforme che ci chiede Bruxelles per avere accesso ai fondi europei.

“Tutto sta cambiando”

Il tema della squadra di governo, tecnica o politica o un abile mix tra le due, non è stato ieri al tavolo delle consultazioni. E non poteva essere diversamente. Bruno Tabacci non ha dubbi. “Ora che c’è Draghi, non è che si può dire ‘A me cosa dai?’. Questa è una domanda che non si può fare. Quello che è successo rappresenta uno choc che avrà conseguenze politiche rilevantissime. E’ chiaro che il Governo dovrà avere degli agganci parlamentari, ci devono essere e lui che è un politico finissimo lo sa perfettamente, ma il target ormai è diverso, ha alzato l’asticella”. Per giorni al centro del suk per trovare i responsabili pr il Conte ter, Tabacci ironizza sulla votazione su Rousseau: “Si certo, siamo tutti preoccupati - ha scherzato - Il fatto è che l’impatto con una personalità come quella di Draghi è abbastanza impressionante. Molte cose cambieranno e sono pronto a scommettere che il sistema precedente sarà spazzato via in breve tempo”. Il quadro politico infatti è molto fluido: forze politiche che nascono, muoiono, si fondono. Il quadro si sta scomponendo. E’ ancora da capire come si ricomporrà. Certo è che era arrivato al limite, non teneva più e adesso è utile per tutti avere davanti uno-due anni per riflettere, riposizionarsi. Esattamente quello che sta facendo Matteo Salvini, il fenomeno più interessante di mutamento nel lessico, negli argomenti, nel modo di porsi. Tutti ingredienti che portano alla costruzione di un leader moderato.

Tecnico o politico?

Premesso che l’atto stesso di governare un paese è politico e non tecnico e che Draghi, a detta di chi lo conosce bene, ha un tempo naturale per la politica, per capire cosa dire e cosa fare al momento giusto, l’argomento composizione squadra di governo continua ad occupare capannelli dentro e fuori il Parlamento e chat private. Diceva ieri il socialista Riccardo Nencini dopo aver incontrato Draghi: “A chi di noi ha prospettato al presidente incaricato la difficoltà di portare avanti un progetto con una maggioranza così ‘variopinta’, si è sentito rispondere che al centro c’è il programma. La situazione è complicata ma siamo qui per trovare una soluzione. Certo se si dà più importanza alla forma che alla sostanza, diventa difficile”.

Gli ultimi rumors parlamentari dicono che il premier incaricato affiderebbe a persone di sua fiducia il Mef, il Mise, il ministero dei Trasporti e il ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio. All’Economia in pole ci sarebbero l’attuale direttore dell'Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini o Daniele Franco, numero uno di Bankitalia. Ai Trasporti potrebbe andare Raffaele Cantone, ma pronti ad entrare in squadra ci sarebbero anche Fabio Panetta, membro del comitato esecutivo Bce, il vicepresidente della Banca europea per gli investimenti Dario Scannapieco e l’ex presidente Istat Enrico Giovannini. E se al Viminale potrebbe rimanere Luciana Lamorgese, a giurare da ministero della Giustizia potrebbero essere Marta Cartabia o Paola Severino.I dubbi più grossi riguardano la componente politica del nuovo Governo. Due incarichi potrebbero andare a Pd, Lega e FI, spera in tre ministeri il M5S (forti del loro 33% in Parlamento), mentre si dovranno accontentare di una ‘poltrona’ i partiti più piccoli. Il totoministri vede in quota pentastellata Luigi Di Maio e una a scelta tra Fabiana Dadone e Paola Pisano (nell’ottica di preservare la presenza femminile ). In casa Dem i nomi in lizza restano quelli di Andrea Orlando, Dario Franceschini o Lorenzo Guerini e poi Anna Ascani o Debora Serracchiani, mentre Gian Paolo Manzella potrebbe essere confermato come sottosegretario. Per Italia viva ci sono Ettore Rosato o Teresa Bellanova, per Leu Roberto Speranza. In casa Lega, oltre a Giancarlo Giorgetti, potrebbero essere schierati Erika Stefani o Giulia Bongiorno, Massimo Garavaglia o Carlo Durigon. In FI, in caso di governo più politico in pole restano Antonio Tajani, Maria Stella Gelmini o Anna Maria Bernini, mentre se si facesse una scelta più istituzionale gli azzurri opterebbero per Mara Carfagna, attuale vicepresidente della Camera. Tra i centristi è Bruno Tabacci che potrebbe ottenere un incarico. Perché, come insegna, “gli agganci parlamentari servono sempre”.

Sgarbi show

C’è stata anche qualche parentesi rosa in tanta politica monocolore. Qualche piccolo fuoriprogramma. A cui il presidente incaricato ha sorriso con piacere. Nonostante la mascherina. Il senatore Quagliariello ha consegnato il libro “Un’altra libertà” scritto a quattro mani con il cardinale Ruini e con dedica del cardinale. Sgarbi ha fatto Sgarbi. Tanto che Maurizio Lupi, al termine del colloquio con Draghi, arriva davanti ai giornalisti in Sala della Regina e si lascia scappare: “Abbiamo incontrato il professor Vittorio Sgarbi”. Gelo fino a quando lo stesso deputato di Noi per l'Italia si corregge: “Ovviamente, volevo dire Draghi”.

Lo Sgarbi show parte con un’osservazione sull'iscrizione che compare nella sala in cui si tengono le consultazioni, “Siamo a Roma e ci resteremo” che, per il critico diventa un ammonimento alla durata del governo che sta per nascere. Sgarbi ha chiesto di “non confermare nessuno degli elementi depressivi presenti nel precedente governo”, ha chiesto di “eliminare l’assurdo” che è una frase bellissima e applicata alla politica significa, ad esempio, “riaprire i cinema, i teatri, i musei, fate circolare le persone da una regione all’altra in modo contingentato”. Infine ha chiesto che il voto di fiducia, che inizierà dal Senato, possa slittare almeno a lunedì. Venerdì lo aspettano alcuni dipinti speciali in zona Tuscolana. Su questo sarà probabilmente soddisfatto.