Zitti zitti quatti quatti, una cosa a me e una cosa a te: il patto di ferro Pd-M5S

Una scarpa prima o una dopo? Election day il 20 settembre. Governatori e opposizioni di centrodestra furibonde contro il colpo di mano del governo che accorpa in un’unica data amministrative, regionali e referendum costituzionale. Il ‘patto di ferro’ tra Pd e M5S all’origine della scelta

Il segretario del Pd, Zingaretti
Il segretario del Pd, Zingaretti

Il governo, e la maggioranza, non vogliono sentire ragioni. Si voterà, in tempi di Covid19, il 20 e 21 settembre per elezioni regionali, amministrative, referendum istituzionale. Ma come è stato possibile arrivare a una tale scelta? Seguendo uno schema poco ‘logico’, ma molto ‘politico’. “Una cosa a me”, 5Stelle: il voto per il referendum costituzionale, una ‘mia’ battaglia, da propagandare nello stesso giorno del voto per le amministrative, ma anche un ‘doppio voto’ con il quale spero di ‘trascinare’ anche il voto sulla mia lista di partito, quella stellata, storicamente debole alle amministrative al punto da non avere non solo un governatore che sia uno, ma solo due città, Torino e Roma.

“E una cosa a te”, Pd: la possibilità – per nulla certa, forse solo remota, ma insomma: giusto per provarci - di ‘spuntare le penne’ ad alcuni governatori ‘sceriffi’ che detesto da anni e che, prima che scoppiasse il coronavirus, ero sul punto di giubilare, cambiando cavallo. Come De Luca in Campania ed Emiliano in Puglia, sperando che io riesca, nel frattempo, o a cambiarli in corsa (De Luca in Campania) o a farli perdere (Emiliano in Puglia, ma anche De Luca), secondo la vecchia, triste, logica del mors tua, vita mea.

Infine, una ‘cosa’ per entrambi (M5S e Pd): avendo davanti più tempo a disposizione, c’è la possibilità di sperimentare, in regioni ‘laboratorio’, come la Liguria (dove manca, però, il nome del candidato comune e, sperabilmente, unitario) e le Marche (il nome del candidato c’è, ma manca l’accordo), la possibilità di rilanciare in modo robusto quel ‘patto’ – l’accordo organico tra Pd-centrosinistra e 5Stelle - che ha debuttato una volta sola, finora, alle regionali in Umbria del novembre 2019 e che, a dirla tutta, si è rivelato per quello che appariva già dall’inizio, un’immane, infinita, catastrofe: gli elettorali di M5S e Pd-centrosinistra ‘non’ si sommano.

Lo schema di gioco è a tre punte

Ma, pervicacemente, i ‘teorici’ dell’alleanza tra dem e pentastellati – presenti in entrambi i due partiti e pure molto autorevoli (Zingaretti e Franceschini nel Pd, Fico nel M5S) non ne vogliono sapere di rinunciare all’assioma politicista di base: il ‘nuovo’ centrosinistra ‘deve’, per forza di cose, nascere dall’unità di intenti – e, di conseguenza, dalla prova elettorale – dei due partiti alle regionali e amministrative, in vista di – future, futuribili, per carità, ipotetiche - elezioni politiche in cui il ‘patto’ tra i due partiti verrebbe dichiarato apertamente e, ovviamente, corroborato dalla presenza di un partito centrista, moderato e cattolico, guidato da Conte che, come il Partito dei Contadini che si alleava con i partiti bolscevichi nei Paesi satelliti a socialismo reale, dovrebbe portare una spruzzata di (finto) moderatismo e centrismo per compensare un centrosinistra ‘largo’ che vada dai moderati ex azzurri agli ulivisti prodiani fino al Pd, inteso come ‘corpaccione’ zingarettian-franceschiniano, e a LeU, o meglio a cioè che ne resta: Mdp di Speranza e poco altro.

Zitti zitti, quatti quatti…

E così, mentre tutti gli occhi erano rivolti alla querelle e/o bagatella sugli ‘assistenti civici’, che faceva tanto impazzire i social, e mentre tutt’Europa attendeva, col fiato sospeso, l’annuncio della presidente della commissione Ue, Ursula Von der Layen, del piano da 700 miliardi (Recovery Found) che dovrebbe risollevare le sorti dell’Europa post-Covid19, nelle segrete stanze di palazzo Chigi si decideva la ‘linea’ da tenere su un classico argomento che interesse molto – anzi, moltissimo – alla classe politica di ogni ordine e grado e poco - anzi: nulla – ai cittadini italiani. Il ‘quando’ si vota (la data delle elezioni, detto election day, ovvero il mantra grillino che bisogna risparmiare “i soldi dei contribuenti”), il ‘chi’ vota, e cioè la platea degli elettori (e qui va enumerato se sono di una regione, di un comune o tutti i cittadini, come nel caso del referendum costituzionale in cui possono votare tutti), il ‘come’ si vota (i sistemi elettorali).

La riunione che fu ‘galeotta’ e che ha deciso l’election day, cioè l’accorpamento di tre generi molto diversi di elezioni, si è tenuta, senza che se ne sia accorto quasi nessuno, l’altro ieri, martedì, a palazzo Chigi. Officianti al rito il premier, Giuseppe Conte, il ministro all’Interno, Luciana Lamorgese (‘occhio’ del Colle su molti temi e dossier, tecnici e non), il capodelegazione del Pd al governo, Dario Franceschini, quello dei 5Stelle, Alfonso Bonafede (ma, dentro l’M5S, chi ancora ‘comanda’ è uno solo: il ministro Luigi Di Maio) e il ministro agli Affari regionali, il dem Francesco Boccia.

Il capodelegazione del Pd al governo, Dario Franceschini, e il ‘vero’ capodelegazione dell’M5S al governo, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio (il teorico capodelegazione M5S – e guardasigilli – Alfonso Bonafede è lì come per sbaglio) si sono guardati negli occhi e, alla fine, hanno trovato un ‘giusto’ compromesso. Vagliato e vidimato dal ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, ‘onesto sensale’ che, in questi come in molti altri casi, fa le veci del Colle più alto.

Le ‘motivazioni’ del governo per votare il 20 settembre

Il risultato è stato un ‘papocchio’ che il Parlamento, ora, non potrà che recepire, come è stato già annunciato, in aula, dal relatore di maggioranza sul dl ‘elettorale’, Macina (M5s) che ha proposto e fatto passare un emendamento al dl stesso che chiedeva, ed ha ottenuto, l’accorpamento di elezioni regionali, amministrative e pure del referendum, con tre ‘scuse’ base: 1) l’election day fa risparmiare, in termini di costi; 2) il comitato tecnico-scientifico ha detto che non si può aspettare arrivi ottobre, per votare, dato che il coronavirus potrebbe registrare, proprio allora, una drammatica impennata e una recrudescenza di contagi che potrebbe spingere il governo a dichiarare un lockdown ter; 3) il governo si è trovato in mezzo, come tra due fuochi, tra i governatori che volevano votare il prima possibile (prima a fine luglio, poi il 12-13 settembre, non un giorno oltre) e le opposizioni di centrodestra che hanno chiesto, invece, di votare il più tardi possibile, cioè a partire dal 27 settembre.

Ceccanti: “Il 20 settembre era la data più ragionevole”

“Presi come siamo stati, tra due fuochi – ragionava con un collega il deputato, e costituzionalista, Stefano Ceccanti, vera ‘manina’ ombra di tutto quello che succede, sul fronte della tecnica elettorale, dentro il Parlamento, sul lato dem – “il Governo si è trovato in mezzo tra i governatori che volevano votare prima possibile, addirittura a luglio, o al limite nei primi 15 di giorni settembre e il centrodestra nazionale che voleva andare, come data, più in là possibile” – spiegava Ceccanti – “E davvero non capisco innanzitutto l’ostinazione di Forza Italia che, in commissione Affari costituzionali, continuava, con Francesco Paolo Sisto, a chiedere una data molto più in avanti, ma che è a rischio estremo di ‘rebound’ della pandemia da coronarivirus, come ci ha spiegato il Comitato tecnico-scientifico”. Il professore prestato alla Politica continuava la sua analisi: “mentre capisco bene il ‘gioco’ delle opposizioni. Fratelli d’Italia minaccia di ricorrere all’ostruzionismo, per non far approvare il decreto e perché così il partito della Meloni cresce nella popolarità. La Lega tace perché Salvini ha paura che, se si vota con troppo anticipo o troppo ritardo, rischia di offrire una – inaspettata – volata al suo competitor più temibile dentro la Lega”, Luca Zaia.

Insomma, Ceccanti ritiene che - al solito, da riformista – “il meglio è nemico del bene” e assicura ai suoi interlocutori che, “stante l’interlocuzione con il governo, meglio di così non si poteva fare: l’election day fissato al 20/21 settembre è un ottimo compromesso”. Infine, fa notare che è stato “più che dimezzato” il numero di firme richiesto per potersi presentare in una lista elettorale, giusto per prevenire chi – non solo l’opposizione, ma anche il radicale Riccardo Magi – tuona da giorni contro “l’impossibilità pratica e fisica di “riuscire a raccogliere firme in vacanza davanti la sdraio”.

“In conclusione – dice Ceccanti - con l’emendamento Macina (M5s) la finestra elettorale è rimasta identica a quella prevista nel testo originario, ossia 15 settembre-15 dicembre. In questa finestra spetta al Governo decidere: l’esecutivo ha preannunciato il suo orientamento politico a decidere per la prima settimana utile, 20 e 21 settembre (primo turno amministrative, regionali, referendum) e di tenere il 4 e 5 ottobre i ballottaggi per le amministrative”.

Un election day che non piace proprio a nessuno

Certo è che l’election day (elezioni regionali, amministrative e referendum istituzionale tutte insieme) post-Covid19, in buona sostanza, non piace a nessuno. Non piace ai governatori, che protestando per la data/le date hanno persino scritto una lettera aperta al Capo dello Stato, dichiarandosi amareggiati per quello che ritengono “un colpo di mano” del governo perpretrato ai loro drammi. Non piace alle opposizioni di centrodestra, che minacciano e metteranno in atto (ma non tutte: di sicuro FdI, forse pure FI, la Lega, curiosamente, tace) un durissimo ostruzionismo parlamentare non resta che protesta, cioè come ci al fine di impedire di convertire in legge il ‘decreto elettorale’ che il governo ha sfornato e che, oggi, si inizierà a votare dentro l’aula della Camera dei Deputati. Non piace, l’election day, ovviamente, al comitato per il ‘No’ al referendum costituzionale che aveva chiesto di tenere una consultazione così delicata e importante in una data ad hoc e ora cercherà di premiere su Conte per ottenere, almeno, uno slittamento della data di celebrazione del referendum e di fissarlo, come ultima istanza, al secondo turno di ballottaggio, dove il numero degli elettori è, per forza di cose, assai più basso.

Il decreto legge ‘elettorale’ e il ‘timbro’ del Parlamento

La decisione sull’election day è stata presa dal governo, via decreto legge, l’altro ieri, dopo un vertice di maggioranza ‘informale’. Un decreto legge cui il Parlamento – o, meglio, la maggioranza di governo, con un emendamento a prima firma Macina (M5S) – ha messo il timbro dell’ufficialità, il ‘visto si stampi’ che, tra oggi e domani (dipenderà molto da quanto sarà concreto l’ostruzionismo minacciato da FdI), la Camera dei Deputati darà a un testo, il ‘decreto elettorale’, che poi andrà dritto per dritto, oltre che blindato, al Senato.

Il 20 settembre 2020, dopo quasi un anno di ‘silenzio’ elettorale (le ultimi elezioni pre-Covid si sono tenute in Emilia-Romagna il 26 gennaio, vincitore trionfante Stefano Bonaccini, Pd, contro la macchina della Lega di Salvini), ci sarà un’abbuffata, una vera scorpacciata, di elezioni.

Tre schede per tre elezioni tutte e tre diverse tra loro

Gli italiani si troveranno a votare - con il Covid19 ancora in corso o comunque non definitivamente alle nostre spalle - e in un giorno solo, dunque, su ben tre schede elettorali e per una serie di elezioni a raffica, senza dire che la giornata del 20/09/20 arriverà dopo una campagna elettorale che inizierà sulle spiagge, dopo metà agosto, per chi potrà andarci, e che si concluderà col cader delle prime foglie, a metà settembre.

Sei regioni al voto per un totale di 18 milioni di abitanti. Fuoco e fiamme dei governatori per anticipare il voto. Si voterà, dunque, nello stesso giorno, in sei regioni a statuto ordinario (Veneto, Liguria, Marche, Toscana, Campania, Puglia), regioni che dovevano andare al voto entro fine maggio e che, quindi, nei seguenti tre mesi, sono andati avanti in regime di eccezionale prorogatio a causa dell’emergenza coronavirus che ha fatto slittare le elezioni.

Elezioni che i governatori delle regioni interessate volevano che si svolgessero il più presto possibile: in prima battuta, avevano proposto, come data, la fine di luglio, il 26/07, e che, in queste settimane, hanno rilanciato proponendo, come data, un’altra e molto più ravvicinata, il 13 settembre.

Hanno fatto, e stanno ancora facendo, in queste ore, fuoco e fiamme, i governatori di ben cinque regioni sulle sei al voto anche grazie al supporto, tecnico e politico, del presidente della Conferenza Stato-Regioni, il dem Stefano Bonaccini, che si è schierato con tutto il suo peso con i suoi ‘colleghi’ (di centrodestra – Zaia e Toti – come di centrosinistra – Emiliano e De Luca) per cercare di strappare al governo una data del voto ben più ravvicinata di quella ormai decisa dal governo e che sta per essere validata dal Parlamento.

Chiaro il loro obiettivo: sfruttare l’onda ‘corta’ del favor delle loro popolazioni che si sono sentiti protetti e aiutati, in questi mesi di pandemia globale, dai ‘loro’ governatori. Alcuni, come De Luca, diventati delle vere star mondiali, altri, come Zaia, ormai lanciati verso future leadership nel campo del centrodestra, altri ancora, come Emiliano e Toti, alla ricerca di un secondo mandato fino a ieri non scontato. Invece, in altre due regioni (Toscana e Marche) la sfida è tutta aperta: i due governatori uscenti (Rossi e Ceriscioli, entrambi del Pd) non si ripresentano alla carica e sia le candidature che gli schieramenti delle due coalizioni di centrosinistra e di centrodestra sono alla ricerca di candidati che si giocano, insieme al loro futuro, pure quello dei loro leader politici di riferimento (Salvini nella Lega, Zingaretti nel Pd). Infatti, da una vittoria come da una sconfitta dei candidati in pectore delle due coalizioni – i 5Stelle sono, di fatto, fuori gioco in ognuna delle sei competizioni regionali – possono dipendere anche molti equilibri politici nazionali.

In totale, in ogni caso, nelle sei regioni sono 18 milioni gli abitanti coinvolti, e con la ‘bellezza’ di sei sistemi elettorali ognuno diverso dall’altro. E questo perché ogni regione può, nel nostro Paese, darsi la legge elettorale che più le aggrada, al punto che in Toscana, unica in Italia, c’è pure il doppio turno, cioè il ballottaggio, come per i sindaci…

Mille comuni per sei milioni di abitanti e i ballottaggi

Poi, si voterà in quasi mille comuni (tra cui diverse decine di importanti capoluoghi di provincia), per un totale di sei milioni di cittadini coinvolti alle prossime amministrative che, come le regionali, dovevano tenersi a maggio, prima, e a giugno, poi, ma che sono state rinviate causa coronavirus.

Elezioni comunali che sono regolate da un’unica legge, quella per i sindaci, che – varata nel 1993 – è la sola legge elettorale italiana rimasta identica a sé stessa: prevede, nei comuni sopra i 15 mila abitanti, l’eventuale doppio turno, o ballottaggio, tra i due candidati più votati al primo turno (ballottaggio che si tiene, per legge, 15 giorni dopo), e, nei comuni sotto i 15 mila abitanti, il turno secco, nel senso che il candidato sindaco che si classifica primo poi governa.

Da parte dei sindaci uscenti, come dei loro competitor, non si registrano invece particolari invettive né acrimonie, rispetto alla data del voto decisa, con il decreto ‘elettorale’, dal governo. Sindaci e loro sfidanti si giocano la rielezione sulla base di cosa hanno – o non hanno – fatto nei cinque anni della loro amministrazione, più che su come hanno gestito l’emergenza del coronavirus. Ma non va dimenticato che, proprio ieri, molti sindaci hanno scritto, indignati, al governo per un tema, scottante, che con l’election day non c’entra nulla, ma c’entra molto con la manovra economica: i sindaci, soprattutto quelli delle grandi città e dell’Anci, lamentano di “essere stati lasciati soli” sia in termini di (mancate) risorse stanziate dal governo verso i comuni sia in termini di regole e previsioni rispetto l’attuale pandemia.

Certo, non è la prima volta che il primo turno delle comunali viene ‘abbinato’ con elezioni regionali (si chiama, appunto, election day e si fa per risparmiare sui costi della macchina che il Viminale, a ogni elezione, mette in campo), ma non è mai successo che delle elezioni, locali o politiche, venissero abbinate con lo svolgimento di un referendum, il quale, di solito, abrogativo o confermativo che sia, si prende una data a sé, sia che abbisogni di quorum per essere dichiarato valido (abrogativo) sia che non serva.

Un referendum costituzionale in cui votano ‘tutti'

Infine, si voterà – sorpresa‼! Bella per i fautori del Sì, cioè praticamente tutti i partiti italiani, ma con i 5Stelle in testa, pessima per i fautori del No che oggi andranno da Conte per protestare e, inutilmente, avanzare le loro ragioni – per il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari.

Abitanti coinvolti: tutti i 52 milioni di elettori italiani, costituenti il ‘corpo elettorale’, cioè gli aventi diritto al voto. Infatti, a un referendum – in questo caso si chiama ‘confermativo’, vuol dire che si tiene per confermare, o meno, una riforma costituzionale, quindi non abbisogna di quorum (50,1% degli aventi diritto al voto) per essere giudicato valido, a differenza del referendum ‘abrogativo’ – possono votare, volendo, tutti i cittadini del nostro Paese.

Un referendum importante e, da molti punti di vista, storico. Il numero dei deputati e dei senatori della Repubblica è fissato, per Costituzione, dal 1948 per la Camera e, dal 1958, per il Senato: da allora mai è variato.

La protesta del comitato del No oggi arriva fino a Conte

I promotori del Comitato del No al referendum del M5S - approvato con legge costituzionale votata, a maggioranza assoluta, con il voto finale, e cioè in via definitiva, a settembre del 2019, dopo quattro ‘letture’ delle Camere – oggi protesteranno direttamente con il premier Conte, andando a palazzo Chigi. Con l’obiettivo massimo (ormai impossibile) di ottenere una data ad hoc e con l’obiettivo minimo di ottenere almeno l’accorpamento del referendum al secondo turno, o ballottaggio, per le elezioni comunali, il Comitato del No chiederà conto, al governo, di una scelta – quella dell’election day – che non solo loro giudicano “improvvida e sbagliata” perché mischia le mele (le elezioni regionali) e le pere (le elezioni comunali) con … gli ananas (il referendum costituzionale). Infatti, se è vero che l’accorpamento si può fare, perché il referendum confermativo non abbisogna di quorum per essere valido, è anche vero che ‘mischiare’ competizioni locali con un referendum costituzionale, e così importante, sfalsa, oggettivamente, la competizione e, di fatto, induce gli elettori dei tanti partiti che hanno sostenuto le ragioni del Sì a confermare, in modo meccanico, il loro voto, precludendo a chi sostiene le ragioni del ‘No’ di giocarsi il referendum in una competizione singola e, quindi, dal risultato aperto.

Una riforma dalla portata notevole, il referendum. ‘Targata’ M5S, loro la presentano come una riforma storica, di quelle volute dalla ‘gggente’: in buona sostanza, i parlamentari dai quasi mille che sono oggi (945: 630 deputati e 315 senatori) dovrebbero subire una consistente cura dimagrante e così diventare solo 600 (400 deputati e duecento senatori) e fine.

La ‘non’ riforma dei 5Stelle: il ‘taglio’ dei parlamentari

Una ‘non’ riforma, in realtà, visto che taglia solo il numero degli ‘scranni’ o poltrone in modo del tutto demagogico, che creerà enormi problemi di funzionamento delle Camere e che, come conseguenza, avrà solo quella di vedere il Parlamento sempre più in balia delle decisioni di pochi (capigruppo e segretari dei partiti, alti funzionari, lobbysti), ma senza alcuna possibilità di migliorarne il funzionamento dato che, a differenza della riforma Renzi – proposta nel 2015 e poi bocciata sempre via referendum confermativo – la ‘non’ riforma dei 5Stelle non intacca e neppure scalfisce il vero problema dei lavori parlamentari: la famosa ‘navetta’ tra Camera e Senato - fino a quando una legge non esce in copia carbone, perfettamente identica, in entrambe – e il cattivo funzionamento del lavoro nelle commissioni che, con meno onorevoli, verranno svuotate e o disertate, perdendo pezzi di potere di controllo su governo e sull’aula.

Ma se questo è il problema del referendum confermativo, resta invece, grande come una casa, il problema ‘politico’ soggiacente: tre competizioni elettorali così diverse tra loro, ‘che c’azzeccano’? - direbbe il contadino dal cervello fino – visto che vengono mischiate, come di solito ‘mai’ si fa, le mele (le regionali) con le pere (le comunali) e gli ananas (il referendum costituzionale). Non azzeccano nulla, appunto.