Sotto il governo più votato, la maggioranza più divisa. E la formazione di un nuovo quadro politico  

Oggi la fiducia al governo Draghi. Parole chiave: vaccini, pandemia, riforme, lavoro, giovani, coesione sociale. L’attivismo di Salvini. Il commissariamento di Speranza. Le grandi manovre al centro, da destra e da sinistra. I nomi del sottogoverno

Draghi con alcuni ministri al Quirinale (Foto Ansa)
Draghi con alcuni ministri al Quirinale (Foto Ansa)

Mentre Draghi lima l’intervento di stamani per la sua prima fiducia, le forze politiche di questa strana grosse koalition italiana si agitano per difendere e blindare le proprie identità/diversità e già affilano le armi per l’appuntamento elettorale di maggio quando si andrà a votare per il rinnovo dei sindaci di 1291 comuni tra cui città metropolitane come Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna e Trieste. Se vuoi la pace prepara la guerra dicevano i latini. Certo non sarà facile per Draghi tenere insieme una maggioranza così diversa.

Dove Salvini già si muove con un attivismo destinato a innervosire gli alleati se non addirittura schiacciare tutti nel giro di breve. Ai suoi tre ministri non fa altro che ripetere: “Dobbiamo far capire che siamo al governo e diamo la linea”. Dall’altra parte Pd-5Stelle e Leu rispondo con un intergruppo al Senato che “contribuirà all’agenda del governo Draghi muovendo dal patrimonio del Conte 2 che non va disperso”.

Una larga fetta del Pd storce il naso. Le donne del Pd, rimaste fuori dalla rosa dei ministri, hanno lanciato l’hastag #occupyPd, guida le truppe Laura Boldrini (anche, non solo). I 5 Stelle devono ancora capire se gli conviene o meno fare una scissione. Italia viva osserva la scena del nuovo intergruppo e indica “la prateria che si apre per i Riformisti”. Che dovrebbe essere un luogo diverso dal centro liberale che sta cercando di organizzare Giovanni Toti che ieri ha portato via tre deputati a Forza Italia.

Eppure sarà il più votato di sempre

Dunque, il governo che deve “sconfiggere la pandemia, procurare vaccini e tirare fuori il paese dalla crisi sanitaria, economica e sociale” si muove tra le sabbie mobili di una maggioranza tenuta insieme con i cerotti. Eppure il governo Draghi tra oggi e domani è candidato ad ottenere la fiducia più larga mai contata nella storia della Repubblica: al Senato rischia di arrivare a 288 sì (su 316 totali) e 580 circa alla Camera (su 630 totali). Mai successo prima. Neppure con i governi tecnici. Meno che mai con i governi politici. Ma nel paradosso di questa antitesi - governo più votato, maggioranza meno coesa - c’è anche il motivo per cui tutto questo andrà avanti. Almeno quel tanto che serve e che basta per ricomporre un quadro politico sfilacciato da otto anni di nazionalismi, populismi, antipolitica e tutto quello che ha girato intorno a questi tre fenomeni.

Un quadro che la pandemia, evento che divide il tempo in un prima e un dopo, ha contribuito a scomporre e che ora deve trovare nuove forme e nuovi motivi per trovare una nuova composizione. Cosa difficile da definire finché non ci sarà una nuova legge elettorale. Ecco che tutto sommato Mario Draghi può guardare avanti facendo tesoro del dato di questi giorni: se il suo governo - e s’intende la parte dei tecnici - riuscirà a fare lo slalom tra le bandierine identitarie che inevitabilmente i partiti dovranno alzare su ogni dossier, ha buone chance per guidare il paese fino alla fine della legislatura nel 2023. L’elezione del Capo dello Stato, in calendario a febbraio 2022, così come già successo per Giorgio Napolitano, può anche essere “rinviata” di un anno”.

Il premier ha chiesto, nel primo consiglio dei ministri, di comunicare possibilmente solo le cose fatte  e questo di per sè è una rivoluzione dopo otto anni in cui tutti hanno comunicato di tutto su ogni media per 24 ore su 24. Creando spesso giganteschi pasticci e incomprensione. C’è quindi molta attesa per il discorso per la fiducia. Che avrà alcune parole chiave: vaccini, nel senso di aumentare la produzione, anche in Italia, puntando a raggiungere l’immunità di gregge entro la fine dell’estate; pandemia, nel senso che la sua sconfitta è il primo obiettivo del governo Draghi e anche una grande occasione; riforme e Recovery plan; giovani e coesione sociale. Oltre che politica. Chi conosce l’ex Presidente della Bce assicura che non sarà un intervento lungo ma conciso e per punti. Chi ha le idee chiare non ha bisogno di troppi discorsi.

La mappa del sottogoverno, un pezzo della battaglia

Il premier sta definendo in fretta anche lo staff: dopo Antonio Funiciello (capo di gabinetto), Roberto Chieppa (segretario generale), Carlo Deodato al Dipartimento affari legislativi, è quasi certo il portavoce del presidente Draghi sarà Paola Ansuini, già capo della comunicazione in Banca d’Italia. Un pezzo importante del quadro ancora mancante è la squadra di circa 40 tra viceministri e sottosegretari che dovrebbero essere nominati entro la settimana. Tutto dipende da quanti tecnici Draghi vorrà tenere per sé.

Si parla di una decina di persone con competenze specifiche e messe nei ministeri chiave. In base a questo numero, il Cencelli farà il resto assegnando ad ogni partito quello che gli spetta in base al peso parlamentare. Le quote che girano al momento danno una decina di posti ai 5 Stelle; 6-7 per Pd, Lega e Fi; 2-3 per Italia viva; uno per Leu che ha già ottenuto un ministero molto importante come la Sanità. Quello che segue è uno egli schemi in circolazione. La Lega dovrebbe piazzare Stefano Candiani all’Interno, Giulia Bongiorno alla Giustizia, Guglielmo Pepe al Sudcia Borgonzoni ai Beni culturali. Per Forza Italia si fanno i nomi di Francesco Battistoni all’Agricoltura, Andrea Mandelli alla Salute, Francesco Paolo Sisto alla Giustizia, Cosimo Sibilia e Marco Marin al momento senza destinazione, Paolo Barelli allo Sport.

I 5 Stelle vorrebbero riconfermare Laura Castelli al Mef, Carlo Sibilia all’Interno, Pierpaolo Sileri alla Salute, Giancarlo Cancelleri ai Trasporti, Vito Crimi alla Giustizia. E aggiungere Stefano Buffagni al neo ministero della Transizione ecologica, Andrea Cioffi al Mef, Luigi Gallo o Gianluca Vacca alla Scuola, il giovanissimo Luca Carabetta all’Innovazione tecnologica. Il Pd è nel casino più totale per via della figuraccia di aver escluso totalmente le donne nella partita dei ministeri.

Ecco che ci sono un sacco di nomi in più. Il Nazareno vorrebbe confermare le donne uscenti (Malpezzi e Morani in quota Base riformista; Sereni in quota Franceschini; e poi Ascani, Puglisi, Bonaccorsi (segretario) e Zampa (quota Prodi). A proposito di donne escluse, da notare come tutte quelle indicate facciano riferimento ad una corrente guidata un leader uomo. E questo di per sé dice già molto.

Ora però è chiaro che se Zingaretti conferma queste, in pratica ha già terminato i posti. Eppure “devono” essere confermati Andrea Giorgis alla Giustizia, Antonio Misiani all’Economia e Matteo Mauri all’Interno. Come fare con le new entry Pinotti, Serracchiani, Madia, Valente? La coperta di Zingaretti è stretta. Come spesso accade. Italia viva, che è stata penalizzata nei ministeri, dovrebbe avere almeno tre posti per cui si fanno i nomi di Ettore Rosato, Luigi Marattin (Mef), Gennaro Migliore e Lucia Annibali uno dei due alla Giustizia, Francesco Scoma alle Politiche agricole.

L’attivismo di Salvini

Conviene ora tornare sui movimenti del quadro politico e cercare di darne una lettura. L’attivismo di Salvini cerca di compensare l’ingresso stesso in maggioranza. L’ex Capitano che cerca, già da qualche mese a dir la verità, di indossare al meglio i panni del leader moderato ha incontrato Zingaretti indicando la strada di una possibile cabina di regia dei segretari per fare da “stanza di compensazione” tra Draghi e i partiti.

Il segretario dem ha dichiarato di “non aver mai incontrato prima il segretario della Lega”. Affermazione che ha un po’ irritato, primo perchè risulta difficile che sia vero (nell’estate 2019 ad esempio, avevano concordato il voto anticipato prima che arrivasse Renzi a ribaltare il gioco). E poi perchè dà il senso di un leader in guerra (Zingaretti) che non vuole avere nulla a che fare con l’avversario politico. 

Non è questo che ha chiesto il presidente Mattarella. Salvini prende iniziative politiche e dichiara a rotta di collo: i dubbi sull’euro che non sarebbe tra le cose “certe” della vita; l’aut aut a Speranza e al suo staff di tecnici ed esperti che parlano a ruota libera senza alcun coordinamento; i pressing sui suoi ministri Giorgetti, Garavaglia e Stefani per fare vedere che “noi ci siano al governo”. 

Ora, il punto è che Giorgetti, Garavaglia e Stefani non “sono” di Salvini ma semmai rispondono a quell’elettorato del nord che mal sopporta gli estremismi di Salvini e chiede di governare. Ha colpito ieri come il segretario della Lega abbia voluto incontrare il ministro per gli Affari regionali Mariastella Gelmini che è di Forza Italia e che sarà al centro della nuova cabina di regia che dovrà decidere su aperture/chiusure e misure anti Covid. 

Il commissariamento di Speranza? Vedremo. Fatto è che Salvini si è mosso come leader della coalizione che deve anche occuparsi di non lasciare troppo scoperto il fronte destro. Dove Fratelli d’Italia, rimasta all’opposizione, è pronta a fare shopping di consensi. Anche Salvini quindi ha i suoi problemi di posizionamento dentro la Lega a cui deve risposte. Motivo per cui possiamo prevedere che farà “dispetti” ma non romperà.    

L’intergruppo di Conte 

All’attivismo di Salvini, il centrosinistra ha risposto rilanciano l’alleanza strutturale Pd-M5s-Leu. Una mossa in difesa e in attacco che cerca di sedare malumori interni e anche alzare un muro all’attivismo del centrodestra. Al senato i capigruppo Marcucci, Licheri, De Petris hanno fatto nascere l’intergruppo che “porterà avanti i dossier del Conte 2, esperienza positiva che non può andare dispersa”.  

Tra i primi a commentare è stato proprio Giuseppe Conte. “Iniziativa giusta ed opportuna. In questa fase è infatti ancora più urgente l'esigenza di costruire spazi e percorsi di riflessione che valorizzino il lavoro comune già svolto e contribuiscano ad indirizzare la svolta ecologica e digitale e le riforme di efficientamento della Pa e della giustizia nel segno di una maggiore equità e inclusione sociale. 

Le forze che hanno giò proficuamente lavorato insieme devono nutrire la loro visione democratica e solidaristica con proposte concrete e con traiettorie riformatrici ben chiare, in modo da alimentare questo patrimonio comune e da affinare una condivisione di intenti e di obiettivi”. Sono parole di chi si candida alla guida del nuovo soggetto politico. Che però si prende una serie di no, grazie proprio dal Pd. I senatori dem Nannincini, Verducci e Darienzo sono soli i primi a storcere la bocca. “Questa cosa ora non ha senso. No fughe in avanti” dicono. 

Non sono gli unici che non hanno alcuna intenzione di “morire grillini” e che vedono invece, in questa fase, l’opportunità di costruire qualcosa di diverso. Anche al gruppo Pd Camera non è stata gradita la mossa di una segretaria che da tempo non azzecca una mossa. Orfini e Raciti la vedono così: “Intergruppo con 5 stelle e Leu? Vuol dire guardare al passato”. Il professor Stefano Ceccanti, costituzionalista nei banchi del Pd, persona mai polemica e sempre molto misurata nei toni e puntuale sui temi, liquida l’iniziativa invitando ora a concentrarsi sull’azione del governo Draghi. 

Il resto è anche noia. “Il dibattito sulla fiducia al governo Draghi - osserva Ceccanti - Draghi avrà luogo domattina al Senato dalle ore 10; alla Camera è previsto per giovedì. Il Pd ha quindi una grande occasione per marcare soprattutto la propria particolare sintonia col Presidente del Consiglio. Qualsiasi ulteriore esigenza pratica, organizzativa, di necessaria coesione con altri viene ovviamente dopo questo orientamento politico fondamentale”. Se poi ci si mette anche il dibattito tutto interno ma non per questo meno insidioso per la tenuta della segreteria, sul ruolo delle donne nel Pd, è chiaro che Zingaretti ha molti fronti aperti. Altro che intergruppo.

La prateria al centro

Italia viva osserva con interesse la nascita dell’intergruppo M5s, Pd e Leu. In effetti per il Nazareno è una svolta a sinistra che abbraccia Bersani, D’Alema e dice bentornati a chi fece la prima scissione mentre lascia fuori l’anima riformista e più moderata. Insomma, un centrosinistra che sembra perdere il centro.  “Al centro si aprono praterie per i Riformisti” dice il presidente di Iv, Ettore Rosato. Un messaggio a Base riformista, gli ex renziani rimasti nel Pd che sono una larga fetta dei gruppi parlamentari, che sempre guardato con sofferenza alla subalternità del Pd rispetto ai 5 Stelle. Qualcuno parla di “necessità di far nascere un nuovo contenitore riformista al centro”. La politica si muove mentre Draghi governa. 

Il Parlamento sarà un laboratorio aperto 24 ore su 24 da questo punto di vista. In questo senso va letto anche l’allargamento del gruppo di Toti che scippa tre deputati a Forza Italia. Il pezzo da novanta è Osvaldo Napoli, tra i fondatori di Forza Italia e che ha sempre mal sopportato la leadership di Salvini. Napoli era da tempo in predicato di lasciare gli azzurri. Era nel gruppo di Mara Carfagna. Nel frattempo diventata ministro