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[Il ritratto] “Marziano, taroccatore, fantoccio, scroccone”. Il calvario di Conte nemmeno premier per una notte

Alla resa dei conti, il Signor Nessuno, l’Uomo Qualunque con il profilo da marziano, il Notaio di quel contratto impossibile, il serio e cortese avvocato che correva in taxi al Quirinale per compiacere tutta quella platea un po’ demagogica che aspetta invano qualche segnale populista degno di nota, non è stato nient’altro che l’attore inconsapevole di un governo irreale

Giuseppe Conte
Giuseppe Conte

Neanche re per una notte, Giuseppe Conte non ha fatto altro che finire prima di cominciare, un po’ come il personaggio che ha rappresentato in questa farsa, con la pochette nel taschino a raccontare un’ambizione infiocchettata come il suo curriculum, impietosamente e minuziosamente spulciato dai giornali, con quell’aria da amico di famiglia, che affliggi anche solo per chiedere un consiglio, sapendo benissimo che intanto non ti dirà mai niente di importante, perché lui è solo un perfetto ascoltatore, vittima sacrificale delle tue pene, un signore gentile che non ti sbatterà la porta in faccia. Devoto di Padre Pio, capace di salire sul palco durante la presentazione del governo di Maio per confessare che lui non aveva mai votato Cinque Stelle, è in realtà una figura molto più sfaccettata di come l’hanno descritto tutti, rimasta stritolata nella partenogenesi del putinismo strisciante e del trumpismo callido che avevano trovato ingannevole alleanza nel suo nome. Era il notaio che doveva prendere ufficialmente ordini, giusto per ricoprire un incarico dove il suo vice, Salvini o Di Maio, o forse tutt’e due, l’avrebbero trattato semplicemente come il «loro» vice, magari per davvero, ma forse addirittura per finta. 

Sarebbe piaciuto a Pirandello

Questo Carneade della politica è stato quasi un personaggio pirandelliano, un Uomo Qualunque distrutto dai giornali in questa parentesi irreale che segnava la nascita del governo del cambiamento, con l’inusitata violenza che si riserva ai più deboli, a quelli che pensi che non riusciranno a fartela pagare mai. Il Corriere della Sera ha detto che aveva «un profilo da marziano» e Mario Calabresi su Repubblica è stato solo apparentemente il più gentile chiamandolo «il Signor Nessuno», per sottolineare che «a Palazzo Chigi non ci sarà più un membro dell’élite ma un cittadino qualunque». Mentre Sallusti sul Giornale ha scritto che «lo sconosciuto e inesperto Giuseppe Conte - taroccatore di curriculum e incerto pagatore di tasse - non lo si può spiegare solo con la legittima ambizione dei due giovani Di Maio e Salvini a occupare poltrone importanti». Ancora più duro Il Messaggero: «Un Ufo atterrato al Colle in stile Dc. Felpato e scafato come un politico volenteroso... o comunque come un  professionista meridionale concavo e convesso». Non l’ha risparmiato nessuno, e non solo perchè era facile lapidarlo ma anche perché i suoi modi gentili e quasi straniti mentre si definiva un «avvocato del popolo» non avevano niente di chi quel ruolo ha ricoperto nella storia, dei tribuni della plebe che in loro nome muovevano eserciti e guerra civile contro il potere dell’aristiocrazia romana, niente del fanatismo logorroico e magniloquente di un Savonarola, dei tagliagola della Rivoluzione Francese, avvocati come lui, da Robespierre a Saint Just, ma anche di Danton, che sulla ghigliottina poi c’era finito dopo aver infiammato la gente. In realtà Giuseppe Conte è stato un Uomo Fuori Posto, chiamato a ricoprire un ruolo di cui non era ben chiara la parte, e di cui lui non ne era comunque il perfetto interprete. L’autorevole Le Monde ha scritto che «nemmeno la prodigiosa immaginazione degli sceneggiatori dell’età d’oro di Cinecittà avrebbe potuto prevedere che questo giurista di 53 anni discreto ed elegante sarebbe potuto diventare» il nuovo premier, mettendo subito in guardia tutti dalla «nascita di un fantoccio mosso dietro le quinte dai due leader populisti, Pulcinella e Scaramuccia».

Cottarelli senza numeri

Ma la verità alla fine è che in questa farsa all’italiana non è affatto detto che il regista sia stato davvero Mattarella, che adesso viene minacciato di empeachment dai Cinque Stelle. L’ipotetico governo Cottarelli, chiamato urgentemente al Colle, non ha nemmeno i numeri per uscire dalla porta quirinalizia e per partire. Figurati quelli per arrivare. Si andrà al voto. Che era quello che voleva Salvini, ma che non poteva chiedere espressamente per non far imbufalire il suo «alleato nonostante tutto» Silvio Berlusconi, che ad elezioni ravvicinate è destinato solo a prendere una gran scoppola come il pd. L’accanimento su Savona, con la sua fierezza antigermanica, è stata in fondo la carta giusta per farsi dire di no dal Presidente e costringerlo a portarci di nuovo al voto. In questo schema, a ben guardarla, l’intera impalcatura su cui reggeva l’alleanza di governo, questa miscela alchemica di M5S e Lega, aveva più di qualche incongruenza. Quella più evidente riguardava l’accorpamento del Ministero dello Sviluppo con quello del Lavoro, che avrebbe dovuto spettare ai Cinque Stelle. Ma il Ministero dello Sviluppo ha le deleghe anche sulla Comunicazione, su Mediaset, su Telecom. E Silvio Berlusconi aveva fatto una richiesta irrinunciabile dando il suo assenso alla trattativa con i grillini, e cioé proprio quella di non mettere un Cinque Stelle alle Comunicazioni. Invece, ci sarebbe dovuto andare semplicemente Di Maio. Ma se questo fosse successo, Salvini avrebbe mai potuto davvero tornare nell’alveo del centrodestra? A ragionarci un po’ più a fondo, la logica dice che a questo governo così concepito poteva crederci solo la pletora dei velinari che riempiono i corridoi di Montecitorio. Quasi certamente ci credeva molto meno Salvini, che ha dimostrato più di una volta di essere il meno allocco di tutti.

Un uomo fuori posto

Alla resa dei conti, il Signor Nessuno, l’Uomo Qualunque con il profilo da marziano, il Notaio di quel contratto impossibile, il serio e cortese avvocato con la sua cattedra di diritto a Firenze che correva in taxi al Quirinale per compiacere tutta quella platea un po’ demagogica che aspetta invano qualche segnale populista degno di nota, non è stato nient’altro che l’attore inconsapevole di questo governo irreale, di questa entità inesistente che ha svuotato un pezzo della nostra primavera e dei nostri risparmi. Ma questo ruolo, questa parte di avvocato del popolo senza enfasi tribunizia e senza rabbia popolana, non poteva che recitarla uno come lui, questo tranquillo e garbato giurista, devoto di padre Pio, che non se l’è mai presa a male una volta per tutti gli insulti che si è beccato. Un perfetto Uomo Fuori Posto.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno, giornalista e scrittore   
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