Non c'è nessun legame tra il Mes e i risparmi degli italiani. Vi spiego quale è il punto chiave del nuovo trattato

Su un tema così delicato e complesso, come ripensare le regole con cui l’Europa interviene nelle crisi finanziarie, era difficile, dopo il caos interpretativo di questi giorni, rimettere d’incanto le cose al loro posto

Il premier Conte con il ministro Gualtieri
Il premier Conte con il ministro Gualtieri

Evocati ieri a più riprese dentro e intorno il dibattito in Parlamento, “i soldi degli italiani”, che finirebbero nel buco nero del Mes (il Meccanismo europeo di stabilità),  con lo stesso Mes e i suoi interventi, invece, hanno assai poco a che fare. Nel senso che, ove l’Italia precipitasse in una crisi finanziaria e dovesse chiedere l’aiuto europeo, gli italiani sarebbero certamente chiamati a tirare la cinghia. Ma un legame diretto e generale fra i soldi in tasca agli italiani e struttura, meccanismi e funzionamento del Meccanismo europeo di stabilità non esiste. Non nel caso dei salvataggi bancari che – è accuratamente specificato nella bozza delle modifiche ai trattati europei di cui si sta discutendo – verranno finanziati da un fondo alimentato da prelievi sulle stesse banche e non sui contribuenti, come già avviene, del resto, per i fondi di intervento nazionali. E neanche, tutto sommato, nel caso di una ristrutturazione del debito pubblico che peserebbe, semmai, più sugli investitori esteri, che ne detengono il 30 per cento, mentre i piccoli risparmiatori italiani sono ben lontani dal 10. Anche questa stessa ristrutturazione – formula elegante che si traduce: bancarotta e taglio dei crediti – emersa a ripetizione negli interventi di questi giorni, ieri compreso, come se fosse una novità, ha molto le sembianze di un fantasma. Non tanto perché Conte, ieri, abbia voluto specificare che, nei fatti, è una ipotesi “remotissima, remotissima”, ma perché non è affatto una mannaia senza scampo. Politicamente ed economicamente, un paese sull’orlo della bancarotta ha certamente un potere negoziale evanescente. Ma, se vogliamo restare ai meccanismi giuridici – gli unici che può prendere in considerazione un trattato - si scopre, a leggere con attenzione la bozza delle modifiche, che l’Italia, su una “decisione urgente” , come quella di ristrutturare il debito nazionale, ha potere di veto.

Su un tema così delicato e complesso, come ripensare le regole con cui l’Europa interviene nelle crisi finanziarie, era difficile, dopo il caos interpretativo di questi giorni, rimettere d’incanto le cose al loro posto. Comunque, il presidente del Consiglio si è preoccupato soprattutto di respingere le accuse di aver tradito il mandato ricevuto e di avere agito alle spalle del Parlamento. Ai contenuti specifici del trattato ha dedicato meno attenzione, ma ne ha difeso con fermezza i punti essenziali, rivendicando sia la strategia seguita nei mesi di negoziato, sia i risultati raggiunti. Conte ha lasciato capire che margini per modifiche significative alla bozza in discussione ce ne sono pochissimi e che si potrà operare solo su alcuni dettagli. Contemporaneamente, però, si insisterà con la teoria del “pacchetto”, cioè con la tesi che la riforma del Mes deve accompagnarsi ad avanzamenti significativi e condivisi sull’unione bancaria.

Il punto chiave del nuovo trattato, almeno dal punto di vista italiano, è la possibilità, in caso di crisi sui mercati, di tagliare una parte dei titoli in mano agli investitori privati. Non è affatto una novità. La bozza attuale recita: “In casi eccezionali, è presa in considerazione una forma adeguata e proporzionata di partecipazione del settore privato”, ovvero il taglio dei titoli. E cosa diceva la norma precedente del trattato, quello che ora si modifica? “In casi eccezionali, si prende in considerazione una forma adeguata e proporzionata di partecipazione del settore privato”. Non sono cambiate neanche le parole. Del resto, la ristrutturazione del debito di un paese dell’eurozona è già avvenuta, nel 2012, con la Grecia.

Dove è la differenza? Negli attori. Con la Grecia, a gestire il salvataggio fu una troika composta da Commissione di Bruxelles, Bce e il Fmi di Washington. In futuro, al posto del Fmi – che è internazionale – ci saranno gli europei del Mes. Lo volevano soprattutto i tedeschi per avere la voce diretta dei governi al tavolo di trattativa e non passare solo attraverso la mediazione della Commissione. Ma i tedeschi, ha fatto capire Conte, avrebbero voluto anche che, in caso di salvataggio, si procedesse automaticamente alla ristrutturazione del debito, affidando al solo Mes gestione e decisioni sull’intervento e sul debito. Non è andata così. Il testo del nuovo trattato specifica, invece, che non ci si dovrà basare solo sui numeri.  Al contrario, la decisione dovrà essere “sufficientemente discrezionale”. Ma, comunque, a chi tocca decidere che quel debito non è sostenibile e, dunque, deve essere ristrutturato? Il nuovo trattato chiede a Commissione e Mes di operare congiuntamente, ma, in caso di disaccordo, a decidere che quel debito è sostenibile e non va tagliato sarà la Commissione, cioè l’organo politico, eletto democraticamente e, in linea di principio, indipendente dai governi. Al Mes, organismo più tecnocratico, i cui dirigenti sono direttamente nominati dai governi, toccherà invece decidere se il paese che viene salvato sarà in grado di restituire il prestito che lo stesso Mes gli fa. Decisione certamente cruciale, ma, inevitabilmente subordinata a quella sulla sostenibilità del debito: un debito sostenibile è in grado di ripagarsi. Anche all’interno dello stesso Mes, peraltro, gli eventuali falchi non avranno campo libero. Decisioni come quelle sugli interventi di salvataggio e sulle loro modalità (ristrutturazioni, dunque, comprese) dovranno essere approvate con una maggioranza qualificata. Cioè? L’85 per cento dei voti. E di quanti dispone l’Italia, sempre secondo il nuovo trattato? 17,7 per cento, sufficienti a sventare una maggioranza qualificata. Tecnicamente, è un potere di veto.

Che succede adesso? Conte ha lasciato capire che l’Italia, in questi giorni, sta trattando per rendere meno sbrigativa, rispetto alla attuale bozza, la votazione dei singoli investitori sull’accettazione di una eventuale ristrutturazione, rendendola così più lenta e meno certa e, dunque, meno scontata e in grado di spaventare gli investitori. Ma il dettaglio (le modifiche sulle votazioni degli investitori entreranno in vigore nel 2023) è forse insufficiente a convincere Luigi Di Maio a sposare subito il trattato. Probabile che il ministro dell’Economia, Gualtieri, cerchi soprattutto di far valere il principio del “pacchetto”. Di cosa si tratta? La riforma del Mes va di pari passo con i progressi dell’unione bancaria. Molti ritengono, infatti, che la parte più significativa delle modifiche in discussione in questi giorni sia l’attribuzione al Mes del potere di intervenire non nei salvataggi degli Stati, ma in quelli delle banche. Anche qui, la novità scatterà nel 2024, quando si parlerà di crisi diverse da quelle attuali (difficile, insomma, definirle un “pronto intervento” a uso delle banche tedesche), ma è una rete di sicurezza a cui l’Italia teneva molto. Del tutto insufficiente, però, fino a che non ci sarà una vera e propria garanzia europea sui depositi che integri e irrobustisca quelle nazionali, assicurando una maggiore circolazione dei capitali.

Il problema è che anche le ultime aperture di Berlino ad una discussione sul tema – peraltro assolutamente informali – chiamano in causa i pacchetti di titoli di Stato in portafoglio alle banche che, dicono i tedeschi, non possono essere considerati privi di rischio, visto che potrebbero finire in una ristrutturazione. Per la banche tedesche e francesi è un problema minore, ma per il Tesoro e le banche italiane (che hanno in portafoglio Btp fino al 10 per cento degli attivi) la modifica sarebbe devastante. Gualtieri ha già detto di no e cercherà dagli altri governi garanzie in proposito. Anche per un problema tecnico, segnalato dal governatore della Banca d’Italia, Visco. Di titoli privi di rischio da computare in bilancio, dice Visco, le banche hanno bisogno. Se non i Btp, allora c’è bisogno di un titolo pubblico comune a tutta l’eurozona: l’Eurobond. Un vero e proprio rilancio. Difficile, però, che dal vertice di Bruxelles del 12 dicembre esca un accordo, anche solo di principio, sugli Eurobond.