La guerra per il presidente del Misto fra Renzi e Leu

Il Misto è come una casa in multiproprietà. Tutti la usano, ma nessuno ne è il padrone e bisogna chiedere in prestito anche pochi minuti di dichiarazione in Aula

La guerra per il presidente del Misto fra Renzi e Leu

Dunque, funziona così. Alla Camera dei deputati, per far sì che “Italia Viva” emetta i primi vagiti, bastano i venti renziani annunciati e il gruppo autonomo - con tutti gli annessi e connessi - sarà cosa fatta: il regolamento di Montecitorio permette infatti che il numero vinca sulla presentazione alle elezioni e quindi, come sempre è accaduto, è possibile costituire gruppi autonomi purché ci siano almeno venti aderenti, anche se nati da operazioni nel Palazzo. E un gruppo autonomo - in entrambi i rami del Parlamento - significa più soldi, più tempi, più spazi nei palazzi, più rappresentanza negli organismi che comprendono tutti i gruppi, più televisione, più tutto, senza passare per l’”inferno parlamentare” del Misto, che è come una casa in multiproprietà. Tutti la usano, ma nessuno ne è il padrone e bisogna chiedere in prestito anche pochi minuti di dichiarazione in Aula o quasi il permesso per andare in bagno.

Al Senato, invece, è un’altra storia. E la modifica del regolamento approvata negli ultimi mesi della scorsa legislatura, oltre a permettere senatori di diritto e/o a vita apolidi (Renzo Piano e Carlo Rubbia hanno approfittato della nuova norma per non iscriversi a nessun gruppo, neppure a quello delle Autonomie o al Misto come i loro quattro colleghi di laticlavio), prescrive che si possano fare nuovi gruppi solo se collegati a un partito che era presente sulle schede elettorali. Quindi, i dieci senatori sufficienti fino alla scorsa tornata non bastano più. E nemmeno i dodici (più un’azzurra) in arrivo dal Pd al seguito di Matteo Renzi, sono sufficienti a trasformare “Italia Viva” in un gruppo parlamentare, tranne che – come si vocifera in queste ore – vadano in porto le trattative con il segretario del Psi Riccardo Nencini, che si porta in dote il simbolo di “Insieme”, il cartello fra socialisti, Federazione dei Verdi e Area civica, il partito del prodiano Serse Soverini, che si candidò alle elezioni 2018, senza peraltro superare lo sbarramento proporzionale.

In più Renzi sta provando a chiedere a Maria Elisabetta Alberti Casellati una deroga per formare il gruppo autonomo considerando che è la prima volta che viene applicato questo nuovo regolamento, ma le speranze appaiono nulle. Comunque, l’aula di Palazzo Madama non è convocata fino a martedì 24 e c’è tempo fino a quel giorno per formalizzare uscite dal gruppo del Pd e da quello di Forza Italia e l’eventuale accordo con Nencini. Altrimenti, quel giorno,  Renzi e i suoi verranno iscritti d’ufficio al Gruppo Misto.

E lì, a quel punto, partirà la battaglia per la guida del gruppo stesso, che al momento è in mano per la seconda legislatura consecutiva alla sinistra radicale e in particolare a Loredana De Petris, esperta di tattiche parlamentari, che ha una lunga storia di impegno ambientalista e di sinistra, passata attraverso una miriade di sigle: Democrazia Proletaria, Verdi Arcobaleno, Federazione dei Verdi, Sinistra Arcobaleno, Sel nella scorsa legislatura e oggi eletta con Leu. Insieme a lei, nella componente maggioritaria del Misto, ci sono l’ex presidente del Senato Pietro Grasso, l’ex presidente dell’Emilia-Romagna Vasco Errani e Francesco Laforgia, a cui l’altro giorno si è aggiunta l’ex pentastellata di area Fico Paola Nugnes. E – visto che l’Opa ostile (ostile alla De Petris) dei renziani sulla presidenza sarà immediata – sono partite le contromosse di De Petris e compagni, nel senso letterale della parola.

Fino a oggi, e anche nel corso delle consultazioni, la senatrice di Leu è stata attenta a tutti gli iscritti al gruppo di cui lei è presidente e, anche al Quirinale, è stata attentissima a rispettare tutti gli equilibri e le componenti. Un po’ perché una componente, nel senso di se stessa e anche del suo partito, è Emma Bonino, che non è arginabile in alcun modo.

Un po’ perché ci sono sensibilità diversissime: due senatori a vita (Mario Monti e Liliana Segre, entrambi a favore del Conte bis), un socialista (il già citato Nencini), due eletti all’estero anch’essi filogovernativi (Merlo e Cario) e il neoarrivato Matteo Richetti che, considerando i suoi rapporti storici con Renzi, ma anche e soprattutto quelli recenti, potrebbe appoggiare la permanenza alla guida del gruppo di Loredana De Petris. Altrimenti sarebbe entrato fin da subito, si ragiona nei corridoi di Palazzo Madama, in “Italia Viva”.

Restano poi altri quattro ex pentastellati, oltre alla Nugnes neo-accasata. E anche qui il panorama è molto variegato: Maurizio Buccarella ha praticamente sempre votato con gli ex colleghi del MoVimento e ha detto sì anche al Conte bis; Gregorio De Falco, pur molto polemico con i suoi ex compagni, è stato uno degli ultrà del Conte bis ed è vicinissimo alle posizioni della sinistra-sinistra, quindi teoricamente filo De Petris; Saverio De Bonis non ha votato il giorno della fiducia sul Conte bis e Carlo Martelli ha votato contro insieme alle opposizioni.

Insomma, sempre che non vada in porto l’operazione “gruppo autonomo”, magari proprio con Nencini capogruppo, le sensibilità di questo composito agglomerato di senatori rendono molto difficile prevedere come finirà la partita del presidente del Misto, anche se il candidato renziano parte ovviamente favorito, con 13 voti già dalla sua. Alla Camera, invece, come detto, tutto sembra più semplice. Anche se pure a Montecitorio potrebbe aprirsi il caso del presidente del Misto: al momento è Manfred Schullian, senatore altoatesino della Sudtiroler Volkspartei in rappresentanza delle Minoranze linguistiche. Che però hanno solo quattro deputati. E sono stati superati l’altro giorno dai sette totiani di “Cambiamo!- Dieci volte meglio” capitanati dall’ex pentastellato Catello Vitiello e che, quindi, possono legittimamente rivendicare la guida del Misto. Che, nel frattempo, potrebbe perdere tutti o parte dei quattro lorenziniani di “Civica popolare” che potrebbero finire fra i renziani.

Nel frattempo, in attesa di vedere come finirà la vicenda della guida del gruppo Misto, i deputati di Giovanni Toti - identificati dai resocontisti parlamentari con un misterioso acronimo C10VM - hanno votato insieme a quelli di Forza Italia contro la richiesta di arresto dell’azzurro Diego Sozzani. Negli ultimi tempi, è la prima convergenza su qualcosa fra azzurri ed ex azzurri.