[L’analisi] La guerra dell’odio tra razzisti e antirazzisti. Ma caro Salvini la follia non c’entra niente

I ripetuti episodi di violenza contro immigrati e stranieri provocano un allarme per l'insorgenza razzista. Ma i precedenti delle campagne di odio xenofobo agli albori della seconda Repubblica ci danno un migliore senso della misura. Eppure è innegabile che sceriffi e cecchini sono frutti malsani della propaganda leghista

[L’analisi] La guerra dell’odio tra razzisti e antirazzisti. Ma caro Salvini la follia non c’entra niente

No, non esiste una reale emergenza “violenza razzista organizzata”. Così come non c'è una “emergenza ondata immigratoria”. In entrambi i casi la percezione dell'allarme è sproporzionato rispetto alla realtà delle cose. Ma la logica del tifo prevale sulla disponibilità al confronto e alla comprensione dei fatti. E così i supporter degli opposti schieramenti, antirazzisti vs. antimmigrazionisti, non perdono occasione di scontrarsi sui social. Prima della tragedia di Aprilia, in cui un ladruncolo marocchino ha perso la vita perché qualche cittadino bene intenzionato ha vestito i panni dello sceriffo, i diversi episodi che l'hanno preceduta e seguita sono talmente eterogenei come modalità e disseminati nello spazio e nel tempo da escludere l'esistenza di un disegno strategico unitario e organizzato: parliamo infatti di un pestaggio, di qualche tiro al bersaglio con armi poco pericolose, finanche un lancio di uova, alcune aggressioni e minacce.

Due vere campagne dell'odio

Agli albori della seconda Repubblica, tra dicembre 1994 e gennaio 1995, giusto per fare un esempio, nell'arco di pochi giorni, si consumano due campagne di odio razziale che in tutta evidenza non hanno paragone per intensità e livello organizzativo rispetto ai fatti di questi giorni. Torvajanica, Natale 1994. La sera del 27 due marocchini investono e uccidono una ragazzina, Sara, 15 anni, una gioia di creatura dedita al volontariato in parrocchia. La mattina del 28 un maghrebino ha bisogno di 60 punti per una coltellata in faccia. Il primo extracomunitario che passa sul luogo della tragedia in motorino è abbattuto e pestato dagli amici di Sara che presidiano il posto per ricordarla. Nella notte successiva un commando fa fuoco sull'auto dove dorme un immigrato nordafricano: se la cava con 20 giorni di prognosi. La sera di San Silvestro tre skin accoltellano un lavavetri indiano nella piazza centrale di Torvajanica mentre un marocchino è pestato a Tor Vergata. Il pogrom finisce a Tor San Lorenzo, la mattina di Capodanno. Un ultracinquantenne, a bordo di una Panda Rossa, spara con un fucile a pallettoni su un anziano marocchino.

Violenza camorrista e svolta di governo

Napoli Nord. Il 28 dicembre è gambizzato un ivoriano a Giugliano. Il 3 gennaio raid armato in un cascinale: 4 ghanesi sono rapinati di soldi e documenti, l'abitazione incendiata. Il giorno dopo un altro ferito a pistolettate, un giovane ghanese, sempre nel centro alle porte di Napoli. Il 5 gennaio lo stesso commando gambizza due giovani africani, mentre un altro immigrato è colpito a Varcaturo. Il 6 ad agire è sempre un commando a bordo di una “Fiat Uno”: gambizzato un giovane nigeriano alla rotonda di Qualiano, un punto di raccolta di braccianti e giornalieri per i caporali. Un'offensiva furiosa, concentrata in un raggio di nove giorni e di pochi chilometri, in tutta evidenza frutto di un disegno unitario. Ma sulla stampa nazionale resteranno singoli episodi degni al massimo di una breve in cronaca. Eppure erano i giorni in cui si stava consumando l'agonia del primo governo Berlusconi. Due settimane dopo si sarebbe insediato il governo Dini, grazie alla scelta della Lega di Bossi di rompere con il Cavaliere. E quindi, no, per la stampa mainstream l'emergenza violenza razzista non poteva essere un problema.

Gli esiti malsani dei discorsi dell'odio

No, nessuno ha organizzato il tiro al piombino su zingari e africani e i giovani che si divertono a lanciare uova sui passanti nell'hinterland torinese sono, con ogni probabilità, una banda di poveri dementi. Eppure se, a coronamento di tanta dissennatezza sparsa in giro per l'Italia, due adulti incensurati rischiano anni di galera per  un'accusa di omicidio preterintenzionale dopo una caccia al ladro in un quartiere che ha subito recentemente solo quattro furti di auto, la somma che fa il totale supera abbondantemente l'addizione dei singoli addendi. Quand'anche arrivasse a farla il governo gialloverde, la più ampia legge sulla legittima difesa domestica non potrà prevedere l'impunità per chi insegue due presunti ladroni incrociati per strada, fino a farli sbattere in un muro e pestare il malcapitato che tra scontro e mazzate ci rimane morto. Così come la logica più feroce del respingimento degli “invasori” non potrà mai includere il tiro al bersaglio su stranieri residenti e minoranze etniche italiane. Il ministro degli Interni, quando arriva ad occuparsene, tende a liquidare tutte queste condotte variamente criminali come singoli episodi di “follia”, da perseguire caso per caso, e contesta alla radice l'esistenza di un disegno unitario. Ma come fa a non accorgersi che sono tutti frutti caduti ai piedi del suo albero. Mele marce, come il giovane pensionato del Senato che modifica armi giocattolo per renderle più potenti e pericolose, ma cresciute con il concime inquinato di tanti discorsi dell'odio che, ahimé, oggi sono giunti a costituire il nuovo senso comune della maggioranza degli elettori.