[Il caso] La guerra di potere tra gli 007 mette in minoranza Conte nel governo e nel Movimento

28 deputati grillini assenti dal voto di fiducia. E sarebbero stati molti di più. La promessa non mantenuta del premier dietro il pasticcio dell’emendamento grillino. Il Pd ottiene la calendarizzazione in aula della legge elettorale per il 28 settembre. “Il cantiere delle riforme è in movimento, il patto tiene”.  Ma Zingaretti rischia di restare col cerino in mano

Zingaretti
Zingaretti

 

Una guerra di potere dentro i servizi segreti è finita con la “vittoria” del Pd, ha messo  in minoranza il premier Conte, ha diviso il Movimento. E ha scritto un nuovo capitolo della sfida Conte-Di Maio. Il risultato di questo mix è un ulteriore indebolimento della coalizione che sostiene il governo visto che il 22 settembre, una volta sul tavolo i risultati delle regionali e del referendum, Pd e 5 Stelle faranno la conta di vincitori e sconfitti. A quel punto senza fare prigionieri.  “E siamo solo al 2 settembre… chissà che succede da qui al 22” riflettevano sconsolati ieri alcuni deputati Pd nell’attesa di un voto di fiducia che proprio non ci voleva alla riapertura dei lavori parlamentari.  

Il comma 6

Ieri dunque c’è stato il primo voto di fiducia post vacanze. Non era previsto. E ha fatto “male” alla maggioranza. Il governo lo ha preteso quando ha capito - in ritardo - che l’emendamento di 50 deputati grillini faceva sul serio. In discussione c’era il decreto Emergenza/Covid, ovverosia la proroga al 15 ottobre dello stato di emergenza. A questo testo però, che già aveva costretto il governo ha fare mezzi passi indietro (la voleva fino a fine anno) in mezzo alle polemiche  (“basta Dpcm”) e alle accuse (“volete terrorizzare e far fuori il Parlamento dalle decisioni”) , palazzo Chigi aggiunge a luglio l’ormai famoso comma 6 che regola la durata in servizio dei vertici delle nostre agenzie di intelligence. Si tratta di una modifica della legge del 2007 inserita in una norma che parla di emergenza sanitaria.

A luglio, quando venne fuori la storia, i parlamentari grillini si arrabbiarono. Che c’entrava quella modifica dentro il decreto che proroga lo stato di emergenza….Due giorni di mal di pancia per “le solite decisioni calate dall’alto senza dare spiegazoni”, accuse ai vertici nelle riunioni di gruppo, la cosa sembrò però finita lì.Neanche per idea. Alla ripresa dei lavori, cioè il primo settembre, l’onorevole Dieni, membro del Copasir, ha presentato un emendamento soppressivo del comma 6, la norma sull’intelligence. E dietro la sua si sono materializzate altre cinquanta firme. “Sarà ritirato, tranquilli” rassicuravano gli uffici legislativi.L’emendamento Dieni non è stato ritirato e il governo è stato costretto a mettere una fiducia che non era prevista visto che gli accordi tra maggioranza e opposizione avevano prodotto solo 40 emendamenti. 

Conte e Di Maio, separati in casa

28 assenti

 “Ennesima dimostrazione che non si vuol coinvolgere il Parlamento nella gestione della crisi” è stata l’accusa di Lega, Fi, Fratelli d’Italia. E anche dei 5 Stelle: “Siamo stufi di dover obbedire senza contribuire alle decisioni”. 28 deputati non si sono presentati alla votazione.  I tabulati d’aula parlano chiaro: Baldino, Cabras, Cattoi, De Lorenzo, Businarolo, Carelli, Corda, Del Sesto, Di Stasio, Ehm, Grillo, Grippa, Iorio, Maniero, Marzana,, Romano, Siragusa, Terzoni, Donno, Fantinati, Grimaldi, Invidia, Mammi', Manzo Misiti, Sapia, Spessotto e Trizzino. La fiducia passa ma è “risicata” rispetto ai margini ampi della Camera (276 S’, 194 no), la più bassa di sempre. L’ufficio comunicazione del Movimento si affetta nel dire che “solo sette sono quelli ingiustificati”. Diciamo che a giudicare da quello che confidavano ieri  alcuni deputati, gli assenti  potevano essere anche molti di più. “Neppure io sarei venuto a votare, solo che poi questi fanno le rappresaglie…”. Dove “questi” sarebbero i vertici. Dieni, la prima firmataria dell’emendamento, ha votato  la fiducia “per dimostrare che non era una cosa contro il governo bensì la richiesta di discutere nelle sedi opportune e nei modi previsti una norma che riguarda la nostra intelligence”. Vittoria Baldino, tra le più apprezzate deputate 5 Stelle, era invece assente. “La fiducia in Conte c'è, ma la delusione resta. Era unanime la consapevolezza dell'inopportunità di modificare quella legge con un decreto. La scelta di mettere la fiducia è stata infelice”. Vedremo cosa succederà oggi con il voto finale. E’ possibile anche che gli assenti aumentino. 

Per Conte un problema politico

Al di là delle parole, è chiaro che un pezzo importante dei  parlamentari 5 Stelle hanno un problema politico con Conte. Hanno detto chiaramente che non sono più disponibili ad accettare ordini dall’alto. Questa incertezza non aiuta il governo che ha davanti un autunno impegnativo assai, con molte decisioni da prendere dal Mes al Recovery Fund alla legge di bilancio, con la previsione del ritorno del virus, la crisi economica e due appuntamenti - 14 settembre la riapertura delle scuole, regionali e referendum il 20 settembre - che rischiano di far saltare se non la legislatura almeno il governo. Il premier cerca di stare lontano dai dossier che scottano. Ha scelto di inabissarsi, non parla e non fa interviste dal 18 agosto, un tempo infinito per un comunicatore come lui. Ieri è stato “costretto” a ricevere a palazzo Chigi il sindaco di Lampedusa Totò Martello e il governatore Musumeci per ascoltare e dare risposte e soluzioni agli sbarchi continui di migranti che poi devono fare la quarantena. L’emergenza a Lampedusa e in Sicilia non riguarda il numero dei migranti ma la mancanza di spazi dove far fare la quarantena e la difficoltà di fare rimpatri in Tunisia sempre per via dell’emergenza sanitaria. Il governo farà arrivare nuove navi-quarantena, rafforzerà la vigilanza a mare, Lampedusa avrà vantaggi fiscali, ma la notizia importante è che da ieri la Tunisia ha finalmente un nuovo governo e dovrebbe essere più facile fare rimpatri. Anche di massa, usando proprio le navi. Sono circa diecimila i tunisini arrivati in Italia dall’inizio dell’anno che devono essere rimpatriati.

Ma per tornare ai problemi politici di Conte, è abbastanza chiaro che dietro la fronda 5 stelle c’è Luigi di Maio. Tra le 28 firme ci sono fedelissimi dell’ex capo politico. Che non ha mai smesso di giocare la sua partita per riconquistare il Movimento e il governo.    

 

 

Una guerra non casuale

Oltre le dinamiche agitate, e ormai purtroppo consolidate, di questa maggioranza, dietro la proroga dei vertici delle agenzie di intelligence c’è una guerra dentro i servizi segreti. Il comma 6, che proroga gli incarichi, - spiegano fonti tecniche di palazzo Chigi - “si era reso necessario perchè la proroga di un anno del direttore dell’Aise Mario Parente non era stata registrata dalla Corte dei Conti per un problema interpretativo”. Parente, stimato da tutti e in modo trasversale, è stato nominato ai vertici dell’Aisi nell’aprile del 2016, rinnovato nel giugno 2018 per altri due anni e di nuovo a giugno di quest’anno. Nel governo, si spiega, “erano tutti informati e tutti d’accordo. Anche perchè è di tutta evidenza che la durata degli incarichi resta sempre di otto anni al massimo ma consente di frazionare il secondo mandato di quattro anni in più soluzioni”. E risolvere così la questione burocratica di Parente.

 

La promessa

Dunque, chi e cosa hanno scatenato questo inferno? A questo punto iniziano le indiscrezioni sebbene con più conferme e più riscontri. Il presidente Conte, che ha sempre tenuto per sè la delega all’intelligence, aveva promesso a Marco Mancini che sarebbe diventato vice direttore dell’Aise, cioè di Giovanni Caravelli, alla prima occasione utile di rimpasto. Mancini è un nome noto alle cronache: ufficiale di punta della nostra intelligente ai tempi dei sequestri di persona in Iraq e Afghanistan,  è stato coinvolto in varie inchieste dalle extraordinary rendition (il sequestro Abu Omar) all’affaire Telecom. Ne è sempre uscito grazie e in nome del segreto di Stato. 

La promessa di Conte però non si è potuta realizzare. E questo ha creato “forti malumori” tra cui anche la “denuncia” del comma 6 che forse andava solo meglio spiegato a tutti, magari in Commissione, visto che si è trattato di superare un problema burocratico. Conte a quel punto, che già aveva subìto a livello di governo il nient a Mancini, si è ritrovato esposto a livello parlamentare anche su Parente. Un gigantesco pasticcio.       

 

Zingaretti e il cerino

Il ministro Boccia (Pd) ha definito l’emendamento M5s una “furbata settembrina”. Di sicuro le forze della coalizione non si presentano in buone condizioni all’appuntamento con l’autunno. Il Pd ieri ha ottenuto la calendarizzazione della legge elettorale  (28 settembre) e il pacchetto di correttivi costituzionali (dl Fornaro) sta camminando. Tutto questo ha fatto dire al capogruppo Delrio che “c’è grande soddisfazione perché il patto delle riforme tiene”. L’accelerazione su legge elettorale e altri correttivi crea le condizioni perchè il segretario Zingaretti lunedì si presenti in Direzione al Nazareno e chieda di votare Sì al referendum.

E’ chiaro a tutti che non è in piedi alcun patto per le riforme. Il punto è che Zingaretti si è messo nell’angolo. Con le sue mani o perchè mal consigliato, questo è da vedere. Il rischio forte però è che il famoso “cerino” resti proprio in mano a lui. Se vince il Sì, sarà una vittoria di Di Maio e non certo del Pd. Se la conta finale sulle regioni darà al centrosinistra solo Toscana e Campania, Zingaretti sarà ritenuto responsabile della sconfitta. Figuriamoci poi se dovesse perdere anche la Toscana che molti sondaggi danno in bilico. Perchè sarà stata anche colpa dei 5 Stelle che alla fine non hanno voluto fare l’accordo (in Puglia stanno al 15%, voti che faranno la differenza tra vincitori e sconfitti), però è anche vero che il Pd di Zingaretti ha scommesso tutto sull’  “alleanza strutturale con i 5 Stelle” e su Conte “leader del nuovo centrosinistra”. Una grossa apertura di credito senza riuscire però mai ad imporre la linea al governo. In questo quadro, anche il silenzio di Dario Franceschini, capodelegazione  Pd al governo e uomo garante dell’ “alleanza strutturale”, non tranquillizza il Nazareno.