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Tra pentastellati e “L’alternativa c’è” scoppia la Guerra dei Roses

A quelli de “L’Alternativa c’è” piace molto Giuseppe Conte e ritengono Mario Draghi né più, né meno come una sorta di usurpatore

Massimiliano Lussanadi Massimiliano Lussana   
Conte (Foto Ansa)
Conte (Foto Ansa)

 

La citazione è piuttosto citofonata, ma sostanzialmente è la storia della Guerra dei Roses. Quella che va in scena ogni giorno a Montecitorio e Palazzo Madama fra pentastellati ed ex del MoVimento e, segnatamente quelli de “L’alternativa c’è”, che sono i più organizzati ed agguerriti e brandiscono i “principi originari” del MoVimento Cinque Stelle come un mantra e anche una clava da dare in testa ai “deviazionisti”.

Diciamolo subito: a quelli de “L’Alternativa c’è” piace molto Giuseppe Conte e ritengono Mario Draghi né più, né meno come una sorta di usurpatore che siede immeritatamente al posto dell’avvocato del popolo e non è un caso che la stragrande maggioranza delle loro uscite e delle loro espulsioni è stata in occasione del mancato volto di fiducia al Draghi uno, con loro ancora assestati sulla linea suicida di Bettini e Zingaretti (e ovviamente di Conte stesso) “o Conte o morte”.

Il nemico pubblico numero uno di quelli de “L’Alternativa c’è”, infatti, è Luigi Di Maio, che fra tutti gli esponenti del MoVimento Cinque Stelle è quello che è cresciuto di più, che – quasi con una citazione spuria di Mino Maccari – era invece attestato sulla linea di “o Conte o Orte”. E ha avuto ragione lui.

Insomma, è come se ogni giorno nelle aule della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica andasse in  scena un derby fra “duri e puri” e “realisti”, dove fra i secondi si segnala l’argenteria di famiglia del MoVimento, tutti quelli che sono cresciuti moltissimo durante la legislatura: Di Maio su tutti, ma anche il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, il titolare delle Politiche Agricole Stefano Patuanelli, l’ex viceministro dello Sviluppo Economico Stefano Buffagni, il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, il questore di Montecitorio Francesco D’Uva.

E proprio sulla partita del questore e del Bilancio di Montecitorio – uno di quegli atti che nel gergo parlamentare si chiamano interna corporis – è andato in scena uno psicodramma pubblico fra pentastellati ed ex con parole pesantissime volate in aula nell’ultima seduta della scorsa settimana e l’accusa da parte di esponenti di altri partiti di “celebrare in aula il congresso dei Cinque Stelle”.

Uno scontro all’arma bianca su tutto, a partire dai tempi di discussione, con i deputati de “L’Alternativa c’è” che hanno esaurito ogni secondo di tempo a loro disposizione e sono andati all’assalto del presidente Roberto Fico per il rifiuto (giusto a termini di regolamento) di ulteriori tempi aggiuntivi.

Ma poi gli ex pentastellati sono andati all’attacco diretto di Fico e di D’Uva (che insieme agli altri due deputati questori di Montecitorio, l’azzurro Gregorio Fontana e il meloniano Edmondo Cirielli è l’uomo dei conti della Camera) sul contenuto del bilancio, con un gioco molto semplice: quello della Casta.

Cioè gli ex grillini rimproverano sostanzialmente – la faccio semplice riassumendo ore ed ore di dibattito – agli attuali pentastellati di aver tradito i valori originari e di essere parte della Casta. Insomma, è come se in Parlamento avesse ripreso a risuonare l’urlo “onestà, onestà”, ma in verità la lettura integrale del bilancio dà molte più ragioni a Fico e D’Uva che ai loro contestatori e a richieste spesso demagogiche.

Ma qui la storia è un’altra: è il fatto che oggi il nemico degli ex del MoVimento non è più nemmeno Draghi, non è la Lega, non Forza Italia, non il Pd, ma è proprio il loro partito di provenienza.

E, dal voto sulle indennità ad altri sui privilegi della Casta, spesso veri ma ancor più spesso presunti, i toni si surriscaldano.

Sempre con un derby Fico-D’Uva resto del mondo.

A un certo punto, un deputato ex pentastellato, Raffaele Trano, che fu espulso dal MoVimento dopo essere stato eletto presidente della commissione Finanze di Montecitorio con i voti del centrodestra, sbotta: “Lo dovete spiegare ai vostri elettori che siete solo dei buffoni cialtroni!”.

Con i loro classici eufemismi, i resocontisti parlamentari annotano: “Applausi dei deputati del gruppo Misto-L'Alternativa c'è-Commenti”.

E Roberto Fico, che non ha rinunciato a presiedere nemmeno un minuto del dibattito, per uno degli atti più alti della Camera dei deputati: “Deputato Trano, deputato Trano, moderi il linguaggio!”.

Insomma, il clima è questo.

E intanto continua lo stillicidio di uscite dal MoVimento.

In realtà, al netto del caso dei Verdi che vi abbiamo raccontato ieri su Tiscalinews, che è un cambio di gruppo “necessitato” e non volontario da parte dei protagonisti, l’unico spostamento ufficiale della settimana è quello dell’azzurra Giusi Bartolozzi che ha rotto con Forza Italia ed è andata al Misto.

Ma c’è anche l’ennesimo addio al MoVimento, partito con 232 eletti (cinque immediatamente espulsi) a Montecitorio e oggi a quota 160 e 114 senatori (due immediatamente espulsi) ora a quota 75, anzi 74 perché ha annunciato il suo addio in direzione Misto la senatrice ligure Elena Botto, ma l’ufficialità arriverà solo con la seduta di martedì e per ora occorre accontentarsi dell’annuncio della diretta interessata su Facebook.

E proprio il fatto che Elena Botto sia eletta in Liguria pone per l’ennesima volta il fatto che Beppe Grillo non è profeta in patria: nella scorsa legislatura se ne andò la senatrice Cristina De Pietro, e poi cinque consiglieri comunali su sei compreso il candidato sindaco Paolo Putti e poi la vincitrice delle primarie per la candidatura a sindaco di Genova Marika Cassimatis e poi la candidata presidente della Regione Alice Salvatore e altri tre consiglieri regionali su cinque dello scorso mandato in Liguria.

Ma sono i dati su deputati e senatori eletti in Liguria che sono clamorosi: ne sono rimasti solo tre di cui due ex sottosegretari, Roberto Traversi e Simone Valente, e un presidente di commissione, Sergio Battelli. Insomma, tutti graduati.

Gli altri tutti via: alla Camera, Marco Rizzone è in Coraggio Italia con Giovanni Toti e Luigi Brugnaro, e Leda Volpi è andata a “L’alternativa c’è”; al Senato, in attesa dell’ufficializzazione dell’addio di Elena Botto, in direzione gruppo Misto di Palazzo Madama, non è rimasto più nessuno: Mattia Crucioli guida “L’alternativa c’è” che al Senato è alleata con la Lista del Popolo per la Costituzione di Antonio Ingroia e Matteo Mantero ha fatto entrare in Parlamento Potere al Popolo.

Genova è la capitale del tonno in scatola. Ma l’apertura del Parlamento come una scatoletta è venuta male ai pentastellati liguri.

Massimiliano Lussanadi Massimiliano Lussana   
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