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Grillini contro grillini: “Non votate l’estremista Ferrara”.  Il caos interno e i bluff di Conte

Attacca Draghi o, in alternativa, l’alleato Pd. Ieri il dietrofront sul premier: “Il presidente del Consiglio è venuto sulle nostre posizioni”.  Poco da dire anche sul terzo decreto armi.  Contiani e dimaiani si contendono la Commissione Esteri del Senato. Dopo Petrocelli e Ferrara

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Grillini contro grillini: “Non votate l’estremista Ferrara”.  Il caos interno e i bluff di Conte

Una giornata epifanica. A suo modo rivelatrice. Di tre fenomeni intrecciati insieme: la strategia comunicativa di Giuseppe Conte - far parlare di sè per evitare che si parli del suo Movimento -; lo scontro giunto alla fase finale tra dimaiani e contiani; i rapporti tra la Russia e la premiership di Giuseppe Conte. Cominciamo da qui, che è la notizia più secca. Succede che ieri Conte ha tenuto una conferenza stampa alla Stampa estera, luogo di per sè assai monitorato, vieppiù da quando c’è la guerra visto che qui lavorano tutti i corrispondenti esteri in Italia, circa duecento testate. Ad un certo punto una giornalista russa dell’agenzia di Stato Tass ha preso la parola per fare i complimenti a Conte per la gestione del paese durante la pandemia. “Grazie per averci saputo dare rassicurazioni e tranquillità…”. Grazie, “ho fatto il mio dovere” ha risposto Conte tra gli applausi spiegando che “solo per il bene del paese aveva autorizzato l’arrivo della missione “Dalla Russia con amore”, 130 militari russi, di cui una trentina di infermieri, che pretendevano di andare in giro per i nostri uffici pubblici con l’intento di bonificarli del virus. E chissà cos’altro. Gli è stato impedito dai nostri militari che hanno alzato le vecchie antenne quando a Pratica di mare arrivò quella strana missione. E però i russi in giro ci sono stati, per ospedali e laboratori (mentre a casa loro negavano il virus e pure il vaccino) e alla fine ci sono costati anche tre milioni di euro di rimborsi spese tra hotel, ristroranti, carburante per i mezzi e gli aerei. Ieri la Tass ha voluto pubblicamente ringraziare Conte. Visto che invece il Copasir ancora indaga su quella missione.

I paradossi della Commissione Affari Esteri

Diceva ieri sera con efficace sintesi  il capogruppo di Italia viva Senato Davide Faraone: “Siamo alle comiche finali: dopo averci provato con Ferrara che è l’alter ego di Peterocelli,  i 5 Stelle ancora pretendono la presidenza della Commissione, Petrocelli è ancora candidato”.

A palazzo Madama è in scena da due mesi lo psicodramma della Commissione Esteri presieduta da un grillino - Vito Petrocelli - che oltre ad organizzare missioni parlamentari in Russia “per avvicinare l’Italia a Mosca e dire basta alle sanzioni” (parliamo del 2019-2020), e aver votato contro il governo per l’invio di armi all’Ucraina (almeno è stato più coerente di Conte che prima ha fatto votare e ora rinnega), il 24 aprile ha pensato bene di fare un tweet in cui augurava “Buona LiberaZione a tutti” con la Z simbolo dell’esercito russo. A quel punto lo stesso Conte non ha più potuto girarsi dall’altra parte e lo ha estromesso dal Movimento. Petrocelli non ha però inteso estromettere se stesso dalla presidenza della Commissione. Si sono dovuti dimettere tutti per avviare l’iter di nomina di una nuova commissione e di una nuova Presidenza. Solo che dal cilindro di queste giornate è saltato fuori un nome che forse è peggio di quello di Petrocelli, Gianluca Ferrara subito ribattezzato il suo “gemello diverso”. Giovedì è saltato anche il suo nome. “Il suo curriculum è molto peggio del compagno Petrov….” dicono fonti dem. Che però non avevano certo il potere di silurare la candidatura di Ferrara. Chi ha potuto cogliere i brandelli delle liti grilline, è rimasto colpito dal livello del livore interno ai 5 Stelle.

Nella guerra ad alzo zero contro Ferrara, infatti, chi ha brillato non sono stati gli avversari politici - invero alquanto silenti - nè gli alleati per forza, cioè il Pd, ma gli stessi compagni di partito. I quali hanno azionato l’abituale macchina del fango, per far retrocedere Ferrara, tirando fuori dalla bacheche interne le tante dichiarazioni strampalate e numerosi post del parlamentare eletto in Toscana nel 2018. A cominciare dal libro pubblicato nel 2016 “L’impero del male” dove la foto della bandiera Usa in copertina non lascia dubbi su da quale parte stia il male.  Lui, Ferrara, ha provato a correggere il proprio profilo: “Io filorusso? Chi lo dice mi offende e mi diffama. Ho sempre condannato l’inaccettabile aggressione russa”.

Come è stato silurato Ferrara 

Tra le più attive a lanciare l’allarme è stata proprio la capogruppo M5s  al Senato Mariolina Castellone che ha alzato il telefono e ha spiegato/pregato i vari capigruppo: “Lo avete capito che con Ferrara vi mettete in casa un altro estremista? Vi scongiuro, fate casino”.

I primi a scendere nel campo di battaglia ed i più ostinati, sono stati gli esponenti considerati vicini al ministro Di Maio, che hanno indicato Simonetta Nocerino come la “giusta candidata per sostituire  Petrocelli”. Sarà lei a fronteggiare l’altro pretendente rimasto, Ettore Licheri, che è anche l’ultima arma di Conte per non soccombere all’avanzata del titolare della Farnesina. Sempre che la casella resti M5S e nelle prossime ore non si costruisca l’ascesa di Stefania Craxi, che sarebbe anche la prima presidenza di Commissione per Forza Italia.

Nel silenzio apparente degli altri gruppi parlamentari (“Hanno fatto tutto da soli, noi ci siamo messi a mangiare i pop corn” confessa un senatore dem), si è distinta Italia Viva che giovedì mentre Ferrara cercava di resistere ha chiesto alla maggioranza di rinunciare ufficialmente al nome di Ferrara. Il passo indietro lo ha fatto alla fine da solo. Quando ha capito che nel voto segreto sarebbe rimasto con un pugno di mosche in mano.

Ieri i singoli gruppi hanno indicato i nomi dei nuovi membri della Commissione. Che adesso si devono riunire ed eleggere il nuovo Presidente. Giuseppe Conte rivendica al Movimento la presidenza. Il lato comico è che Vito Petrocelli ci riprova.  Un sequel di cui non si può perdere neppure una puntata. Nonostante gli sforzi di Conte. 

Dietrofront su Draghi

Conviene ora tornare a Conte e alla sua giornata alla Stampa estera. E’ proprio vero che la miglior difesa è l’attacco. Tutto da dimostrare, poi,  che agitarsi sia alla fine concludente rispetto agli obiettivi. Comunque nelle ore in cui plasticamente il Movimento mette in scena, senza nemmeno tanto ritegno, la guerra fratricida tra contiani (adepti dell’avvocato del popolo) e dimaiani (una generazione di politici che in dieci anni è molto cresciuta e ha saputo fare i conti con un sano pragmatismo) nella trama della piece “presidenza della commissione Esteri Senato”, l’ex premier continua a cavalcare ribalte per attaccare a turno il premier Draghi o il “partner” Pd. Sono ribalte che l’ex premier occupa inventando capriole e testa coda imbattibili. Tutto e il contrario di tutto elevati a certezza. Roba da far venire il mal di testa. Per dire: se fino a giovedì Draghi era il male assoluto, un guerrafondaio che mandava il paese dritto dritto alla terza guerra mondiale, ieri davanti alla Stampa estera Conte ha rivendicato che “le posizioni di Draghi negli Stati Uniti sono vicine alle mie” e che “tutte le forze politiche stanno convergendo sulle nostre posizioni prudenziali”.

Occupare la scena per coprire il caos interno

E’ una vittoria di Conte anche che il premier time al Senato di giovedì 19 sia diventato “un’informativa”.  “Così ci potrà essere un dibattito”. Sempre senza voto, però, che sembrava essere il vero obiettivo di Conte. E mentre il governo e il suo ministro degli Esteri Luigi di Maio firma il terzo decreto interministeriale per inviare armi all’Ucraina.  Che sembrava essere il vero obiettivo di Conte.

Se ieri Conte ha smorzato i toni rispetto a Draghi (anche sul terzo decreto ha praticamente glissato; stando alle parole della sera prima avrebbe dovuto sfiduciare il governo),  ha invece attaccato a testa bassa l’alleato Pd. Accusandolo, sempre davanti alla Stampa estera, di essere avvelenatori di popoli. “Non vorrei mai che i miei figli crescessero accanto ad un inceneritore. Producono solo scorie tossiche”. Il riferimento è al sindaco di Roma Roberto Gualtieri che ha deciso il via libera al termovalorizzatore per risolvere il problemi dei rifiuti nella Capitale strozzata dai costi di smaltimento e dall’immondizia. Tutto questo agitarsi serve a coprire il vero problema del Movimento. Che poi è sempre quello della leadership di Conte.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   

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