[Il caso] La maggioranza tenta il colpo di mano sul caso Gregoretti. E Salvini-vittima va a nozze con i decreti sicurezza

Fumata nera della Giunta per le autorizzazioni. Ma potrebbe essere l’aula del Senato oggi, dove la maggioranza che vuole il rinvio ha i voti, a decidere quando votare per il processo all’ex ministro. I temi dell’immigrazione gonfiano la propaganda leghista a dieci giorni dal voto

Matteo Salvini (Ansa)
Matteo Salvini (Ansa)

Magari la maggioranza riesce a portare a casa il rinvio del voto sulla nave Gregoretti e sul processo all’ex ministro  Salvini. Non più il 20, come già stabilito, ma dopo il 26 gennaio, una volta messi sul tavolo i risultati del voto in Emilia Romagna e relative conseguenze. Ma alla fine tutto questo rumore su Gregoretti e migranti sta diventando energia preziosa nell’ultimo miglio della campagna elettorale leghista. E la presunta “vittoria” potrebbe diventare comunque una sconfitta.  Stefano Bonaccini, il governatore uscente e di nuovo in corsa per il centrosinistra, di sicuro non ringrazia. 

Fumata nera

Dagli uffici di Sant’Ivo alla Sapienza, dove si riunisce la Giunta per le immunità del Senato, ieri sera è uscita un’altra fumata nera. Nessuna decisione sulla data del voto che dovrà decidere se mandare o meno a processo per sequestro di persona l’ex ministro dell’Interno che tenne alla fonda per quattro giorni (dal 27 al 31 luglio 2019), a bordo della nave militare italiana Gregoretti, 131 migranti recuperati da un naufragio nel canale di Sicilia. Al momento resta ferma la data del 20 gennaio. La maggioranza chiede di rinviare visto che la stessa capigruppo del Senato ha interrotto i lavori del Senato dal 19 al 27 gennaio in occasione delle elezioni regionali. Non vuole, la maggioranza, che Salvini utilizzi il dossier Gregoretti per allestire un palcoscenico utile alla sua facile propaganda. Il fatto è che, voto o non voto, la propaganda è già stata armata. “Non c'è stata nessuna richiesta di anticipo o ritardo della votazione” ha spiegato ieri sera il capogruppo di Forza Italia Lucio Malan lasciando l'ufficio di presidenza della giunta delle immunità del Senato convocata sull'eventuale rinvio del voto sul caso Gregoretti. Il presidente della Giunta Maurizio Gasparri (Fi) non retrocede di un millimetro dalla sua posizione. Il voto sulla sua relazione, con cui respinge la richiesta di autorizzazione a procedere “resta al 20 gennaio. Nessuno ha proposto di modificare il calendario che era già stato deciso all'unanimità”. Circa la richiesta di rinvio “ho fatto verifiche a tutti i livelli e la decisione della conferenza dei capigruppo (che ha bloccato i lavori parlamentari per una settimana in vista del voto, ndr) non costringe la Giunta, organo paragiurisdizionale, a sospendere i propri lavori”.

Il trucco e il colpo di scena

Tutto come previsto? Macchè. Il diavolo sta nei dettagli. “Per noi l'organo che decide il calendario è la capigruppo che si terrà domani (oggi, ndr), per il presidente Gasparri no. Quindi abbiamo ritenuto non fondamentale insistere in questa sede sulla data del voto” ha spiegato Francesco Bonifazi, capogruppo di Iv in Giunta dove ieri sono state  rinnovate le richieste di “alcune istanze istruttorie che riteniamo importanti” sull'interesse pubblico del provvedimento, perizie tecnico sanitarie dei migranti a bordo della Gregoretti e modalità sull'ordine avvenuto il 31 luglio 2019, quando dopo quattro giorni alla fonda, il Viminale dette finalmente l’ordine di sbarcare ai 131 migranti soccorsi dalla nave militare italiana. Tutto rinviato ad oggi. Con un possibile colpo di scena. Se la capigruppo, presieduta dalla presidente Casellati, dovesse assumere una decisione sui lavori della Giunta (fatto di per sè anomalo ma le anomalie in questa storia abbondano), di sicuro non ci sarà la maggioranza. A quel punto sarà l’aula ad assumersi l’onere della decisione. Ma in aula Pd, M5s, Leu e Iv hanno la maggioranza e le opposizioni, che hanno alzato il muro in Giunta sotto la regia del presidente Maurizio Gasparri (Fi) potrebbero perdere ed essere costrette a fissare il voto dopo il 26 gennaio. A brigante, brigante e mezzo, dice il detto. E se Gasparri l’altro giorno ha forzato un po’ la mano votando (per prassi il Presidente si astiene)  e mettendo sotto la maggioranza orfana di ben due voti (Piero Grasso, Leu, e Michele Giarrusso, M5s, entrambi in missione con la Commissione antimafia), ieri la maggioranza ha restituito lo sgarbo portando la decisione nella capigruppo di oggi. Vedremo oggi. Ma sono assicurati i fuochi d’artificio.   

Alla fine vince comunque la propaganda   

I tecnicismi abbondano in questa storia. E avranno la loro importanza se e quando si arriverà a processo. Rispetto al quale un ex ministro della Repubblica non dovrebbe mai sottrarsi. Ma non sono loro, oggi, il cuore della faccenda. Che invece riguarda direttamente la campagna elettorale e l’uso propagandistico e mistificatorio che il leader della Lega ha saputo fare dell’affaire Gregoretti.  Salvini ha già vinto, in entrambi i casi, con o senza rinvio del voto. La gran cassa sparata ieri nei circa venti comizi di giornata iniziati alle 8 di mattina in radio e proseguiti nei paesini della provincia di Piacenza ne è la prova. Sull’immigrazione Salvini riesce sempre ad essere win-win. E prima o poi la sinistra, più stretta o allargata vediamo cosa produrrà il progetto di Zingaretti, dovrà interrogarsi, darsi risposte e cercare soluzioni su questo.

La nave Gregoretti (Ansa)

“Un processo politico”

Il processo Gregoretti è di per sè un grande regalo a Salvini. “Se mi mandano a processo, sarà un processo politico” ha attaccato ieri il leader della Lega ripetendo uno schema ormai collaudato da settimane. “Conte e Di Maio (che lo salvarono sul caso analogo della Diciotti quando erano al governo insieme, ndr) hanno cambiato idea perché ora sono alleati con il Pd. Si tratta solo di poltrone e interesse personale che per qualcuno valgono più della lealtà e del lavoro di squadra”. Peggio ancora se dovesse scattare il rinvio della data del voto, dal 20 gennaio a dopo le urne. “Sono dei vigliacchi, temono il voto in Emilia Romagna. Ma invece gli italiani devono sapere il prima possibile se sono un criminale che rischia 15 anni di galera o se ho invece difeso il Paese”. L’apoteosi del cinismo ieri è stata quando il leader della Lega ha collegato la Gregoretti al caso di Bibbiano. “Io vado in galera per aver cercato di difendere i confini nazionali ma a Bibbiano hanno veramente sequestrato…”. La propaganda leghista non ricorda, ovviamente, che nei mesi dei “porti chiusi”, sono sbarcate sulle spiagge italiane migliaia di persone arrivate in Italia senza il supporto delle ong.

Una data che non conta più

Non è più importante sapere quando la Giunta voterà: la data è ormai solo il dettaglio di una narrazione che procede per conto suo. Forse sarebbe stato utile giocare questa partita con altrettanta furbizia e disinnescare così gli effetti collaterali del dossier: i 5 Stelle avrebbe potuto confermare in Giunta il no al processo come già nella Diciotti per questione di coerenza; ci avrebbe pensato poi l’aula, il 20 febbraio, a correggere o integrare il voto della Giunta. La maggioranza avrebbe così evitato di regalare gratuitamente un mese e mezzo di propaganda.

Il caso Gregoretti è scoppiato il 18 dicembre quando il Tribunale dei ministri di Catania mandò al Senato le carte su cui valutare la richiesta del processo. La Giunta del Senato deve valutare se in quella decisione dell’allora ministro fu prevalente l’interesse pubblico e la sicurezza nazionale rispetto alla decisione di non fare attraccare una nave militare italiana, per giunta, che aveva raccolto in mare 131 naufraghi. Una vicenda piena di paradossi: decisione collegiale di governo; solitaria di Salvini; chi sapeva e chi no quando in effetti tutti i giornali e le tv ne parlavano; come possono Conte e Di Maio dire che non sapevano quando lo stesso decreto sicurezza presupponeva il loro consenso. Una vicenda capitata come una manna dal cielo per Salvini, per riportare sulla scena il tema migranti che la ministra Lamorgese, lavorando e in silenzio, era riuscita a togliere dal dibattito dei talk show riportando il tema migranti a quello che è: qualcosa di cui occuparsi senza fomentare paure e alimentare allarmismi. Negli ultimi giorni Salvini è riuscito in quello che non gli riusciva più da mesi: usare la facile arma dell’immigrazione, degli sbarchi e della sicurezza per gonfiare la propaganda contro il Pd.

Il tempismo del dibattito sui decreti sicurezza

Complici di questo ribaltamento proprio i 5 Stelle (annunciando il voto a favore del processo) e il Pd che non ha trovato di meglio da fare se non parlare dei decreti sicurezza, l’1 e il 2, il marchio di fabbrica dei quindici mesi di Salvini al Viminale. Modificarli secondo le indicazioni del Quirinale? Cancellarli del tutto, abrogarli, come chiede da tempo Liberi e Uguali ma anche la parte del Pd che si riconosce in  Matteo Orfini e anche in Graziano Delrio? E come chiede il popolo delle Sardine che il segretario Zingaretti ha invitato a partecipare alla nuova cosa che nascerà dopo e oltre il Pd. Il tema, già affiorato in modo carsico più volte in questi mesi mai poi subito rinviato a tempi migliori, è stato per l’appunto rilanciato nella due giorni di “congresso” Pd nell’abbazia di San Pastore a Contigliano. Solo che ha diviso invece che unire. E ha finito per armare la propaganda del Capitano: “Le mafie si combattono con i decreti sicurezza ma il Pd di Bonaccini li cancella”. Ovviamente il Pd di Bonaccini è quello degli “sbarchi”, che “toglie gli alloggi agli italiani per darli prima agli stranieri”, che vuole “utilizzare i beni confiscati alle mafie per l’accoglienza degli immigrati” e via di questo passo. La mistificazione che diventa sistema.  

Tutti temi di politica nazionale che poco o nulla hanno a che vedere con il territorio che il nuovo governatore/governatrice andrà a governare. Temi che però riscaldano facilmente i piccoli comizi di paese cui Salvini si è molto dedicato nel tour de force emiliano romagnolo.