[L’intervista] "Grasso è una maglia da indossare come Salvini. Ma la personalizzazione questa volta è un inganno"

Il politologo Panarari analizza la cerimonia del deposito dei contrassegni elettorali. Sono più che dimezzati, da 216 a 103, perché “più difficile presentarli” e perché cresce "la distanza rispetto alla politica"

[L’intervista] 'Grasso è una maglia da indossare come Salvini. Ma la personalizzazione questa volta è un inganno'

Il rito del deposito dei simboli elettorali al Viminale si è concluso ieri pomeriggio alle 16. E’ un rito antico ma non stanco perché, spiega Massimiliano Panarari, politologo, saggista, docente di Comunicazione politica e Marketing politico all’Università Luiss “Guido Carli” di Roma, è “una convivenza di momenti che hanno a che fare con quello che gli antropologi politici chiamano il rituale elettorale, una vera e propria festa secondo la tradizione, e con il rapporto dei cittadini e la politica”. Complesso, di odio e amore e rabbia, ma a quanto pare, nonostante la crisi della rappresentanza, sempre molto vivo.

Due giorni e mezzo di code ordinate, gente in fila in educata attesa del proprio turno, e il corridoio del Viminale dove sono esposte le bacheche dei simboli trasformato in un piccolo palcoscenico dove ciascun depositante spiegava le ragioni della sua presenza. Non le sembra contraddittorio nell’era dove tutto è digital e social e la selezione del personale politico avviene via web?

"La cerimonia del deposito dei simboli elettorali è una convivenza di momenti. E’ vero che la politica oggi passa sempre di più per l’agorà del web che è una piazza informatica e telematica. Ma sopravvive in ottima salute una tradizione radicata e consolidata al cui successo contribuisce certamente la copertura mediatica di tv e giornali, l’opportunità concreta di visibilità per i leader e anche, soprattutto, una vera e propria liturgia che rinvia all’appuntamento elettorale come una festa, secondo la definizione che ne danno molti antropologi".

Dunque, un fatto comunque positivo?

"Positivo perché in un’epoca di sfiducia e di crisi della rappresentanza la partecipazione e l’attenzione a questo evento significano ancora, per tanti versi, una festa per la democrazia. Dall’altro lato, però, c’è una dimensione quasi di litania e di consunzione e stanchezza, perché molti di quei simboli parlano di tensioni sociali che si perpetuano e di mancate soluzioni ai problemi".

Rispetto al 2013, le ultime politiche, sono stati depositati solo 103 simboli rispetto ai 219 di cinque anni fa. Più che dimezzati, perché?

"Il macrotema resta quello della distanza della politica dai cittadini elettori sempre più sfiduciati che possano arrivare risposte. Il clima è quello dei cittadini che rifiutano i volantini ai banchetti, quindi attivarsi per organizzare la presentazione di simboli elettorali richiede sforzi improbi. Credo però, in ogni caso che i furbetti, quelli che presentavano brutte copie di altri simboli, i disturbatori storici e i presentatori seriali siano stati tenuti lontani da un insieme di tecnicalità che hanno reso la presentazione più complessa e costosa del passato".

Andremo a votare con una legge per 2/3 proporzionale che non prevede l’indicazione del candidato premier. Eppure resistono, forse aumentano, i nomi dei leader scritti a caratteri cubitale nei simboli. Questo è fortemente contraddittorio…

"La risposta è complessa. Ci sono almeno tre motivi. C’è un tema prima di tutto di struttura. Da Tangentopoli a oggi, l’offerta politica non si è mai ridefinita da un punto di vista ideologico-programmatico né sedimentata. Aver cambiato quattro leggi elettorali ne è la prova. In una fase così fluida e di transizione, la valuta di riserva che si continua a far circolare resta sempre il valore e l’appetibilità del leader. E’ una scorciatoia cognitiva che ha attecchito. Voglio dire che anche se si torna a votare con una legge proporzionale, e per quanto il bipolarismo non abbia fatto in tempo a radicarsi, la centralità del leader è stata forte ed evidente. E rimane".

Il secondo motivo?

"I partiti declinano una campagna elettorale in cui utilizzano una comunicazione sintonizzata sul modello maggioritario. L’indicazione del nome del leader o candidato premier nel simbolo è puro storytelling. Chiamiamola pure retorica. Attecchisce perché si parla molto poco di programmi che invece sarebbero decisamente importanti".

C’è un terzo elemento…

"La personalizzazione si è praticamente sostituita all’ideologia. Grasso diventa, in qualche modo, un’ideologia, una maglia da indossare orgogliosi. E così pure Salvini".

Quei nomi hanno tutti funzioni diverse. Vediamoli. Salvini si propone come premier, ma è un falso visto che il Rosatellum non lo prevede e la coalizione non lo ha indicato.

Salvini parla al suo popolo. La Lega è sempre stato un partito molto personale – e leninista, potremmo dire – e quindi il nome del leader ha semplicemente sostituito l’altro, quello di Umberto Bossi".

Berlusconi presidente è, come dire, una grafica che resta fedele negli anni, nulla di nuovo per quanto tutto sia cambiato. Colpisce, piuttosto, che una personalità come Grasso abbia accettato, o dovuto accettare, di comparire enorme nel simbolo. Perché?

"Il nuovo partito di Liberi e Uguali ha bisogno di parlare con voce unitaria e nuova rispetto agli azionisti di maggioranza di quella lista e che vengono tutti dal passato. LeU, tra l’altro, ha una molteplicità di leader essendo la somma di tre forze politiche. Serviva quindi un messaggio unitario e di novità".

Beatrice Lorenzin compare a tutto tondo nel simbolo colorato della lista Civica popolare, confluenza di ben cinque partiti. Qual è il criterio?

"Questo caso colpisce anche di più perché si tratta di una lista con tradizione e vocazione centrista e cattolica, geneticamente refrattaria al leaderismo. In questo caso c’è un effetto trascinamento della scorciatoia cognitiva: quella lista ha bisogno di posizionarsi con un volto perché è ciò che si ricorda più di tutto il resto. Nella comunicazione politica, oggi, c’è un tema importante e strategico di soglia di visibilità".

Una volta la politica era ideologia e non ha sempre avuto un’accezione negativa. Oggi sembra ridotta a scorciatoie cognitive, ai volti, ai nomi dei leader…

"In effetti anche le ideologie avevano la stessa funzione di scorciatoia cognitiva: erano, a loro modo, un processo di semplificazione seppure con un tasso di complessità maggiore. Eravamo nell’era della 'galassia Gutenberg', contava la parola, meglio se scritta. Oggi – e da tempo – siamo nella società dell’immagine, dalla tv ai social".

Almeno nel simbolo, il Pd invece non personalizza nulla. Come mai?

"La tradizione culturale della sinistra non si è mai trovata a proprio agio con la personalizzazione. C’è stata, invece, un’epoca di forte personalizzazione, e il renzismo è andato in forte conflitto con quella tradizione. Oggi si fa opportunamente un passo indietro e si rilancia l’idea della collegialità della leadership e della squadra. In termini di posizionamento elettorale è una strategia sensata e razionale, che si posiziona in maniera diversa rispetto al mainstream. E’ un’offerta diversa da quella maggioritaria. E però mi pare che si possa vedere anche un altro tema…".

Quale?

"La squadra del Pd ha una guida, un 'primus inter pares', Gentiloni, la forza tranquilla, non invasiva, che non ama la personalizzazione. Perfetta per le consuetudini della sinistra. Perciò avrebbe senso comunicare un’idea di Pd come forza tranquilla di governo con un candidato che è Gentiloni".

I 5 Stelle nascono con una forte personalizzazione – sono il partito di Grillo – però hanno tolto dal simbolo il nome del comico e puntano tutta la comunicazione su Di Maio presidente. Idee poco chiare?

"I 5 Stelle stanno procedendo ad una sostituzione complessa di una personalità con l’altra. Dove la prima, Grillo, era un performer e uno stand up comedian, l’artista che cambia il suo repertorio in base alle reazioni del pubblico che ha davanti. Passare da uno come lui ad un 'politico politicante' e con tratti da politico di professione come Di Maio, è un’operazione complessa e per niente scontata. Molti supporter, tra l’altro, non lo vogliono perché tutto ciò si accompagna con una istituzionalizzazione del Movimento. Credo che Di Maio e i 5 Stelle si stiano giocando tutto e in una battaglia one shot. Questa elezione è la battaglia della vita: se non vincono, loro stessi non sanno se potranno tenere alto il consenso".

Centrotre simboli, 99 forze politiche, i principali li abbiamo esaminati. E tutti gli altri?

"Al netto della paccottiglia e del folclore, quelle bacheche piene di simboli sono un termometro del paese che ha una sua validità rispetto allo stato di salute dell’elettorato. Emerge una richiesta irrazionale di ordine e ci sono spunti molto interessanti, del paese reale, dalle start up a W la Fisica, una lista per i cervelli in fuga che predica il predominio della scienza. Sono temi veri, spunti da valorizzare nei programmi".