“Chiacchiere e distintivo”. Il Grande Centro? Per ora ‘vive’ solo sulle pagine dei giornali

In realtà, pure volendoli sommare tutti tutti i ‘centristi’ vari, e malamente assortiti, fatti e rifatti tutti i calcoli, sono, per la precisione, solo 81

“Chiacchiere e distintivo”. Il Grande Centro? Per ora ‘vive’ solo sulle pagine dei giornali

A memoria d’uomo, e pure di cronista politico, un ‘Nuovo (sic) Grande Centro’ che nasce a ‘colpi’ di interviste sui giornali cartacei (quelli che, notoriamente, non legge più nessuno: manco i deputati, ormai, forse un pochino i senatori, che sono più anziani, figurarsi la ‘classe dirigente’), non s’era mai visto e lascia il tempo che trova. 

Insomma, roba buona – come i giornali in sé, ecco – per ‘incartarci il pesce’ la mattina seguente. Soprattutto, mai nessuno che abbia il coraggio di fare una bella scissione (da Forza Italia, come dovrebbero fare, e ‘non’ fanno i vari Brunetta, Gelmini, Carfagna, ma pure dal Pd, i vari liberal-riformisti che ‘vogliono’ Draghi leader proprio come i riformisti liberal di FI) o un processo di ‘fusione’ tra partiti diversi. Processo di fusione che può essere parlamentare o dal basso. Infatti, da quando mondo è mondo e da quando la Politica è Politica, i partiti ‘nuovi’ nascono solo in due modi. O nascono nel Paese, stile Lega (delle origini) o Movimento 5Stelle, e muoiono in Parlamento, come i 5Stelle attuali (poverini, ormai parce sepulti e soprattutto semi-dissolti). Oppure nascono in Parlamento e poi ‘muoiono’ nel Paese, cioè alla prova delle urne, stile Ncd, Ala, Scelta civica (per Iv si vedrà). 

Tertium non datur, tranne un solo, singolo, caso: il Pd, nato un pezzo in Parlamento (per fusione di Ds e Margherita) e un pezzo nel Paese, con il ‘metodo’ delle primarie, ai tempi fluidificante.

Ora, e per ora, se è pur vero che ‘dai diamanti non nasce niente/dal letame nascon i fior’, come cantava il Poeta Fabrizio De André, si assiste solo a tante chiacchiere e, appunto, interviste, ma a nessun processo reale. Né nel Paese (figurarsi: un Paese intero aspetta che nasca il ‘Nuovo Grande Centro’, disoccupati in testa, mah) né, tantomeno, dentro l’attuale Parlamento. 

Ora, al netto del fatto che Iv una scissione la fatta (dal Pd) e tranne, va detto, quelli di ‘Coraggio Italia’, i neo-seguaci/pugnaci di Giovanni Toti (governatore della Liguria) e Luigi Brugnaro (sindaco di Venezia), che almeno un gruppo ‘vero’, cioè nato in Parlamento e costituitosi tale, lo hanno formato, esiste e lotta insieme a noi,

ancora ne deve correre, prima di vederlo nascere, di acqua sotto i ponti, questo benedetto ‘Nuovo Grande Centro’ che dovrebbe ‘rivoluzionare’ la politica italiana e migliorarne, di molto, i destini. 

Insomma, siamo davanti a un classico, quel “sei solo chiacchiere e distintivo, chiacchiere e distintivo!” che Al Capone rimproverava allo sceriffo dell’Fbi che lo aveva appena catturato in quel film geniale che è e resta The Untouchables, ma tant’è. Di questo si parla, ergo tocca parlarne.

Quanti sono i centristi che ‘peseranno’ nel Grande Gioco del Colle? Ottanta, forse cento 

Resta che i nuovi – grandi e piccoli – centristi si dicono pronti, tosti e pugnaci, volitivi e assertivi, a partecipare al ‘grande gioco’ della corsa al Colle che presto si aprirà (fine gennaio 2022). 

Un Grande Gioco cui i vari esponenti di questo ‘benedetto’ (non certo dalla Chiesa cattolica, in ben altre faccende affaccendata, di questi tempi) ‘Grande Centro’ sostengono anche di essere “in tanti, tantissimi” pronti a giocarlo. E, pure qui, i numeri vengono ‘sparati’ come fossero bruscolini o nocciolini. “Siamo in ottanta!” dicono da Iv. “No, siamo in cento!” dicono in CI (che sta, appunto, per Coraggio Italia). In realtà, pure volendoli sommare tutti tutti i ‘centristi’ vari, e malamente assortiti, fatti e rifatti tutti i calcoli, sono, per la precisione, solo 81 (ottantuno, compresi due delegati regionali ‘centristi’). Supererebbero ‘quota cento’ (che non è la vecchia riforma pensionistica voluta dalla Lega), solo se 25-30 parlamentari di Forza Italia si staccassero e, nel segreto dell’urna, votassero per Casini (come chiede, e cerca voti, Matteo Renzi), e non per Silvio Berlusconi, come chiede il Cavaliere al ‘suo’ centrodestra. Ma questo sì che vorrebbe dire che, il giorno dopo, si dovrebbe addivenire a una vera ‘scissione’, dentro Forza Italia, perché, in FI, come nel centrodestra, contravvenire a un preciso ordine del Cavaliere non è mai salubre né salutare, per chi li scansa. Insomma, il rischio serio che i vari Brunetta, Gelmini e Carfagna facciano la fine di Alfano (o di Fini) è reale, e pure loro lo hanno ben presente. 

Ma non siamo qui per parlare di ‘corsa al Colle’, su cui, ovviamente, presto o tardi, pure torneremo (più presto che tardi), ma di ‘Grande Centro’…. E, dunque, vediamole tutte queste fanfaroniche dichiarazioni ‘a mezzo stampa’ che, da giorni, fanno riempire tonnellate di inchiostro ai giornali. 

Brunetta vuol “ricostruire l’Italia con Draghi” e pensa a “popolari, liberali, socialisti alleati” 

C’è stato il ministro alla Funzione Pubblica, e tessera numero due di Forza Italia, Renato Brunetta, su Repubblica. E’ lui il primo a dire, già venerdì, che “Popolari, liberali socialisti possono ricostruire l'Italia con Draghi. Ha ragione Gelmini, un centrodestra unito non c'è più, qualcuno segue il richiamo della foresta” Salvini, ieri, ha detto che Brunetta, in realtà, gli manda “i messaggini con i cuoricini”: per uno che vuole rompere con i sovranisti non è bello, per uno che vuole rompere per sempre con loro, ma tant’è, così va il mondo, ormai ‘gender fluid’.

Calenda vuole “il Fronte Repubblicano”…

C’è poi, il leader di Azione (20% a Roma, e va bene, ma 2% nei sondaggi, secondo Ipsos) Carlo Calenda, intervistato da Raffaele Marmo, vicedirettore di Qn, sul Quotidiano nazionale, che dice, tosto e combattivo, assertivo come sempre, che bisogna costruire “Un fronte repubblicano, europeista, liberal-democratico, riformista e pragmatico, senza sovranisti e populisti, che sostenga Draghi dopo Draghi”. Serve pure che questo fronte “si presenti alle elezioni politiche con l’intento dichiarato di avere l’attuale presidente del Consiglio anche dopo il 2023”. “Obiettivo, una forza di almeno il 10% dei voti”. Il 10% è la chimera storica dei centristi, una sorta di fissazione, come se prendere un voto in più, o in meno, equivalga a fallire: in effetti, lo era per Dini (2%), lo fu per Monti (8%) e finirono come finirono. Solo la Margherita prendeva il 10% ma non esiste più da diversi lustri, ecco.

Al netto del fatto che ‘fronte repubblicano’ sa tanto di Unitad Popolar delle sinistre spagnole antifranchiste e antifasciste, Calenda e Renzi già non si sopportano tra loro due, figurarsi con gli altri che mal sopportano, quasi tutti, Calenda… 

Rosato (Iv): “Gli italiani che non urlano chiedono la formazione riformista e moderata” 

A seguire, o ‘a ruota’, c’è Ettore Rosato (coordinatore nazionale di Iv, e pure qui sempre del 2%, secondo i sondaggi di Ipsos, si parla…), che sostiene, bontà sua, che “c’è posto per gli azzurri”, nel Nuovo Grande Centro, e che “Gli italiani che non vanno in piazza a urlare vogliono un’ampia formazione riformista e moderata”. 

Il quale Rosato, poi, ma su Repubblica, rispiega – al colto e all’inclìta - che “Il partito centrista è più che mai necessario: occorre continuare la politica di Draghi fino al 2026. Berlusconi non molla Salvini e Meloni, per ora, in vista del Colle, ma i giochi cambieranno dopo, o in occasione dell'elezione del presidente della Repubblica”. Insomma, il Grande Centro nascerà e ovviamente il fausto parto avverrà “nel nome di Draghi” (mai nessuno che chieda a papà Draghi se d’accordo a far da padre e pure madre). Ora, al netto del fatto che ‘volere’ Draghi “fino al 2026” equivale a quello che – così lo chiamava il generale De Gaulle – “un vaste programme” (la legislatura termina, comunque, nel 2023, chissà chi le vincerà, le benedette elezioni successive e, allora, dove sarà Draghi), quadrate legioni di ‘cittadini’ che ‘non urlano’ e auspicano un programma simile non se ne vedono, in giro. Il gradimento del governo è stabile, ma in flessione, l’astensionismo ormai si ‘mangia’ più della metà dell’elettorato italiano, come hanno dimostrato le ultime tornate di elezioni comunali, il senso di disaffezione dei cittadini dalla Politica è altissimo e la percentuale di indecisi o area del non voto supera largamente il 40% (sempre secondo l’ultimo sondaggio di Ipsos). 

Marcucci (Pd): “Serve un fronte Pd-riformisti che abbia in Mario Draghi il futuro premier” 

E, infine, c’è Andrea Marcucci. Il quale sarebbe un senatore del Pd, ma gli va sempre più stretto: Letta lo ha cacciato da capogruppo, a lui, che poi lo chiamavano “il secondo capogruppo di Iv al Senato” e Letta – che, si sa, quelli in odore di renzismo non li ama - lo ha subito rimosso. In ogni caso Marcucci oggi è un battitore libero e, sempre sul Qn, giusto ieri, dice che “I riformisti del Pd e la coalizione pro Draghi devono creare un fronte con chi lo vuole premier” e pure che “Più che un grande centro serve un’intesa che lasci a palazzo Chigi l’attuale capo del governo”. 

Ora, stante, pure qui, il piccolo particolare che nessuno ha chiesto a Draghi cosa vuol fare, ‘da grande’, nel Pd non è che sono proprio d’accordo. 

Certo, la ‘ideona’ di Marcucci non è esattamente la stessa cosa, e idea, del Grande Centro, ma ci siamo quasi, pure nel Pd, area liberal e riformista. Non a caso, il vero capofila di quest’area – in teoria, Marcucci appartiene alla corrente di ‘Base riformista’, ma anche rispetto a questa, ormai, si muove, appunto, come un ‘battitore libero’ – che poi è Enrico Morando, fondatore di ‘Libertà Eguale’, la corrente più ‘vecchia’ (ma il palmares glielo contende ‘Area dem’ di Dario Franceschini) dentro il Pd, è mesi che lo dice. Si sgola, il buon Morando, persona colta, raffinata, dai solidi studi, per dire che, insomma, ecco, “Draghi bisogna che resti dov’è, al massimo può andare al Quirinale, ma l’agenda Draghi deve essere l’agenda del Pd” e – sotto testo – deve essere Draghi “il candidato premier del Pd alle prossime elezioni politiche”. Lui, e non Letta. 

Ma Letta non è mica d’accordo… I dem sono speranzosi di potersela giocare con la destra 

Resterebbe da dirlo, e spiegarlo, a Enrico Letta, che del Pd resta pur sempre il segretario. Le elezioni – comunali, supplettive, etc. – le ha vinte lui (più i sindaci che lui, ma non sottilizziamo). E sempre Ipsos dice che il Pd ormai vale il 20,7%, ha raggiunto, se non quasi superato, la Lega (20) e, dunque, è diventato il primo partito italiano. 

Insomma, magari vorrebbe farlo lui, Letta, il prossimo candidato premier dei Progressisti italiani, alle prossime elezioni politiche, che, in fondo, come legittimazione, non è neanche male. Stante che, prima o poi, Letta farà pure un bel congresso del Pd, con tanto di ‘lavacro’ delle primarie per ‘legittimare’ la sua leadership. Al massimo, avrà conto il buon Tommaso Nannicini, altro liberal ‘draghiano’, e nessun altro (forse un sindaco, tutt’al più, di certo non il governatore dell’Emilia Romagna, Bonaccini), il quale Nannicini prenderà il 2%, se gli va bene (finisce sempre in ‘-ini’ il cognome, ma è e sarà decisamente tutta un'altra partita, cioè una farsa). 

Appuntamento coi “Progressisti Mondiali”… 

Non a caso, Letta, si appresta a riunirli tutti, a Roma, prima ancora che i Progressisti italiani (che quelli sono litigiosi, ci vuole più tempo), pure i Progressisti ‘mondiali’. Venerdì prossimo, infatti, il Pd organizza un mega-summit che vedrà, tutti insieme appassionatamente, in contemporanea con il G20 il cui padrone di casa sarà proprio Draghi (quando uno dice le coincidenze e poi pensa male), una due giorni per parlare di ripresa e lavoro, insieme alla rete di think tank del Global Progress. In pratica, Olaf Scholz, Pedro Sanchez, Justin Trudeau (e, in collegamento dalla Nuova Zelanda, ciliegina sulla torta, anche la giovane premier dei laburisti, maori e non, Jacinda Ardern) e il padrone di casa, Letta – annuncia tra squillar di trombe la Repubblica – “si troveranno sullo stesso palco”. “In comune – scrive lirica Rep - hanno lo stesso destino, tranne l'italiano che però a quello ambisce: governano tutti con una coalizione di centrosinistra. E un appuntamento, venerdì prossimo a Roma, che per il Pd è un inedito assoluto: riunire i leader del progressismo mondiale per discutere di futuro. E fare squadra”. Ora, al netto del lirismo, va detto che riunire, in una sorta di ‘Ulivo mondiale’ (ci provarono, senza successo, Rutelli e Veltroni, Bill Clinton e Tony Blair, etc etc fino a Obama, ma non funzionò mai, neppure questa volta), i Progressisti degli altri Paesi è compito più facile che mettere insieme, invece, i Progressisti italici, litigiosi, divisi e che si detestano da troppi anni. 

Per unire i Progressisti italiani serve ‘magia’. Ed eccola: un sistema elettorale proporzionale 

Eppure, nel Pd, sono convinti di poterci riuscire e stanno lavorando, alacremente, per questo. Ma il sistema elettorale attuale, il Rosatellum, non aiuta – con quei collegi uninominali che, se li vinci tutti (e il candidato a vincerli resta la destra), poi perdi le elezioni - e, dunque, ecco il cappello da tirar fuori dal cilindro: una bella legge elettorale proporzionale, ormai il nuovo mantra dei dem, specie di Goffredo Bettini che, sempre via intervista, è tornata a rilanciarla ieri, sul Corriere

I 5Stelle, e Conte, del resto, non vedono l’ora, di tornare al proporzionale: è ‘il’ loro sistema elettorale preferito da sempre e, soprattutto, sarebbe l’unico modo per limitare i danni, oggi. E poco importa, poi, se nella concretezza della ‘scrittura’ di una nuova legge elettorale, passerà l’idea di un proporzionale puro con soglia di sbarramento al 5% (il cosiddetto ‘Brescellum’) o si arriverà alla proposta del duo Ceccanti-Parrini (proporzionale di base, ma ballottaggio/spareggio tra le prime due coalizioni, se nessuno supera il 50,1% dei voti al primo turno per il 55% di seggi) che l’importante è cambiarlo, questo Rosatellum. 

Pd e M5s vogliono ‘abolire’ il Rosatellum, ma il centrodestra non ha convenienza a farlo 

Morale, il Pd gonfia il petto, per il suo 20% e rotti di oggi, anche e soprattutto nell’ottica di un’alleanza con i 5Stelle (16,5% per Ipsos, in ennesimo calo). E questi ultimi sono così ridotti male che al massimo, possono fungere da junior partner. Giuseppe Conte chissà se ci sarà ancora, in sella al Movimento, da qui a due anni, quando, cioè, si andrà a votare, sempre che si vada a votare a scadenza naturale di legislatura (febbraio 2022). Considerando che il centrosinistra (Pd-M5s-LeU, pur se ridotta a un pulviscolo, 1,2%) vale il 32% dei consensi, Letta e i dem vogliono giocarsela, alle elezioni, con un loro candidato e non certo lasciando lo scettro a Draghi o chi per lui. E, se riuscissero ad allearsi non con il – fantomatico – Grande centro, ma con i vari ‘centrini’ esistenti (tutti assieme, Iv-Azione-Più Europa non arrivano al 6%, un po’ pochino), magari aprendosi pure a sinistra (Verdi, SI, etc., che fanno circa il 4%), e sperando che un pezzo di FI si stacchi dal centrodestra, per rimpolpare le truppe, la coalizione di centrosinistra arriverebbe a quel 40% (47,2% con i centristi, 44.2% senza) che permetterebbe di giocarla davvero, la partita. 

Ma va considerato che il centrodestra (Lega al 20,2%, FdI al 18.8%, FI all’8%, altri minori al 3,0%) è calato al 48% e rotti, ma resta sempre a un passo dalla maggioranza assoluta di consensi nel Paese. E, con la legge elettorale attuale, il Rosatellum, vincerebbe le elezioni a mani basse, perché, unito, ‘sbanca’ nei collegi uninominali, ottenendo, di fatto, con quasi o più il 50% di voti ben più del 55% dei seggi, quasi il 60% (in seggi) il che vorrebbe dire che, dentro il Parlamento, la farebbe da padrone (il che nel Pd lo temono assai) al punto da potersi ‘cambiare’ la Costituzione. Insomma, qualcuno dovrebbe ‘convincere’ il centrodestra a ‘suicidarsi’, con una nuova legge elettorale. Il che, dato l’attuale stato comatoso del centrodestra è persino possibile, ma assai arduo.