Governo Pd-M5S? La maggioranza, sulla carta, c’è, ma in questa legislatura non nasce. La prossima, invece….

Oggi Renzi può contare su molte meno ‘truppe’, ma bastevoli a far naufragare il governo giallo-rosso. Le cose potrebbero cambiare alle prossime elezioni politiche

Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti
Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti

Sulla carta – ma, come vedremo, solo sulla carta – i numeri ci sarebbero pure. 345 (trecentoquarantacinque) deputati e 163 senatori, la somma dei parlamentari di Pd e 5Stelle, così composta: 219 deputati M5S, 112 del Pd, 14 di LeU, alla Camera dei Deputati e 107 senatori M5S, 52 del Pd più 4 di LeU (che però siedono nel gruppo Misto), al Senato. Metti caso che, dopo le Europee, il governo Conte e la maggioranza gialloverde che lo sorregge cada (ipotesi assai probabile). Metti caso che Mattarella, pur di non portare il Paese a urne anticipate in autunno, si metta a cercare – e, dunque, a ‘stimolare’ – i partiti, in nome del loro senso di “responsabilità istituzionale”, una maggioranza alternativa (ipotesi plausibile). Metti caso che Di Maio e Zingaretti, ebbri da un successo elettorale, alle Europee, che li veda vicini o appaiati intorno al 25% (e, in aritmetica, 25+25 fa, appunto, 50-51), rinsaviscano e, dopo una campagna elettorale dura e condotta senza risparmio di colpi su barricate opposte, si mettano d’accordo per fare il governo (ipotesi implausibile, periodo ipotetico del terzo tipo, quello della irrealtà). Ecco, a quel punto, stabiliti e considerati tutta una serie di ‘se’ – con i quali, notoriamente, non si fa la Storia – potrebbe nascere un governo di ‘salute pubblica’ tra Pd e M5S che porti avanti la legislatura, prepari (e, ovviamente, cambi radicalmente) la manovra economica e segni un turning point fondamentale della scena politica?

L’entende cordiale sui programmi e gli annusamenti

Difficile, molto difficile. I programmi, certo, soprattutto quelli economici, dei due partiti (Pd e M5S) sono molto, se non troppo simili, o comunque il Pd gioca a rincorrere l’M5s sul suo terreno: i pentastellati propongono una pdl per il salario minimo? Il Pd pure (“diversa”, si capisce). I 5Stelle si vantano del reddito di cittadinanza? Il Pd dice, da Zingaretti a Andrea Orlando, che “non va demonizzato”. L’M5S lancia la proposta di legge sul conflitto d’interessi, e ecco che il Pd avanza la sua (“diversa”, ci mancherebbe). Peraltro, un giornale di certo ‘antipatizzante’ verso tale prospettiva, il Foglio, notava giorni fa, con tanto di ‘paginone’, che su molti punti, i programmi economici di Pd e M5S, sono simili: sarebbero, addirittura, ‘gemelli’.
Anche nelle commissioni, più che nelle aule, parlamentari si segnalano diversi casi di entende cordiale tra i due partiti. Su cose minime, certo, di risulta (il sindacato nelle Forze Armate, i fondi per la Difesa, etc.), ma anche su cose grosse e importanti (la difesa di Fabio Fazio in Vigilanza Rai, il voto ai diciottenni, le soglie del referendum propositivo). Prove tecniche di accordo? Troppo presto, per dirlo, oggi. Inoltre, una manciata di senatori dem (e sono oltre dieci quelli che Matteo Renzi controlla in modo costante e che rispondono solo a lui), ma anche una manciata di ‘no’ M5s farebbero, e subito, naufragare un’ipotesi del genere. Insomma, soprattutto al Senato, un governo ‘giallo-rosso’ morirebbe ancora prima di nascere perché non otterrebbe mai la maggioranza assoluta dell’Aula, fissata a 161 voti. Però è vero che gli ‘annusamenti’ ci sono e vanno registrati. Così come è vero che i numeri di una possibile intesa (e, dunque, di un nuovo governo) creano nervosismo in Lega.

I leghisti, in ogni caso, sono preoccupati…

Proprio quella maggioranza, per quanto ‘sulla carta’ (345 deputati, 163 senatori) sono i numeri che più circolano sui cellulari dei leghisti nell’ennesima giornata ad alto tasso di litigiosità tra i due alleati di governo, in vista del voto europeo del 26 maggio. Lo schemino che gira nel partito di via Bellerio, rappresenta, appunto, la somma del numero dei parlamentari del Movimento 5 Stelle con quelli del Pd e Liberi e uguali (gruppo, però, assai diviso all’interno). I sospetti dei leghisti sono, dunque, tutti puntati sulle eventuali ‘tentazioni’ degli alleati pentastellati verso il Pd. E i numeri stanno lì come monito - e come prova? - della possibilità di una alternativa di governo. Un segnale che, senza bisogno di andare al voto, nell’attuale Parlamento, ci sarebbero gli estremi per una maggioranza ‘diversa’.

La ‘denuncia’ di Salvini e l’avvertimento di Giorgetti

Ad accendere i sospetti, e in pubblico, è stato lo stesso Matteo Salvini solo due giorni fa: “Io per undici mesi ho mantenuto la parola con gli italiani e i 5 Stelle”, premette il capo della Lega, impegnato in dei comizi in Veneto, “ma inizio a notare troppi accoppiamenti tra Pd e 5 Stelle, troppa sintonia. Mi spieghi qualcuno se vuole andare d’accordo col Pd o gli italiani e Lega rispettando il patto”. In tv, da Vespa, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti è ancora più esplicito: “Leggo di ammiccamenti sui giornali”, scandisce, poi avverte: Pd e M5s “hanno i numeri” in Parlamento, “sia alla Camera, sia al Senato”. E Giorgetti non parla mai caso.

Gli interessati, ovviamente, almeno per ora, negano

Immediata la smentita di Luigi Di Maio e anche del Pd. “Ma quale sintonia? Con un partito che pensa solo di alzare lo stipendio ai parlamentari e ai vitalizi? Il Pd è un semaforo che sta fermo, non ho nessuna sintonia col Pd”, nega ogni ipotesi di accordo il capo politico dei 5 stelle, che aggiunge anche un “Alleati al Pd? Dio ce ne scampi e liberi. Il Pd è ancora quello di Renzi, con davanti Zingaretti”. “Per una volta sono d’accordo con Di Maio”, replica il capogruppo del Pd al Senato, Andrea Marcucci. “Stia tranquillo Salvini il Pd non stringerà mai l'alleanza coi 5 stelle” chiude secco Marcucci, che è un renzianissimo.
In serata, interviene direttamente il segretario dem, Nicola Zingaretti. Pd ed M5s insieme? “È un trucco: si dice che Di Maio adesso sia diventato di sinistra. Io mi permetto di dire a Di Maio: non si può affermare che è uno scandalo che Salvini si allei con i neonazisti in Europa e poi permettergli di fare il ministro degli interni perché questa è ipocrisia, è una contraddizione”, afferma. “Una persona di sinistra questo non lo permetterebbe mai. Siamo da un mese in un loop di polemiche, purtroppo, fanno quasi finta di litigare e scaricano sugli italiani un prezzo insopportabile”.

La strategia di Zingaretti punta al voto anticipato

Ieri, il segretario dem ha presentato tre proposte cardine (un piano per il lavoro, uno per l’ambiente e uno per la scuola), raccolte sotto lo slogan “Piano Italia” che, formalmente presentato come piattaforma per le europee, in realtà già vuole parlare, agli italiani, in previsione di elezioni politiche anticipate che il Pd ‘vede’ molto a breve. Anche se non a brevissimo termine. Per Zingaretti il governo non cadrà subito dopo le europee, ma non arriverà e non supererà indenne la prossima manovra di bilancio.

E, per il Pd, “l’unica soluzione possibile di fronte a una crisi - ribadisce Zingaretti - è dare la parola agli italiani che giudicheranno quali alleanze saranno più credibili per tornare a far crescere il Paese”. Nessuna intesa con i 5 Stelle, dunque, dai quali arriva solo un “cinico tentativo di strumentalizzare i valori di sinistra per nascondere la corresponsabilità totale nelle scelte politiche fatte finora e nella volontà di proseguire con questo governo”. Insomma, Zingaretti – che ne ha anche parlato, in camera caritatis, al Capo dello Stato, che ha voluto sondarlo e sentirlo sul punto, non è disponibile a sostenere alcun governo né ‘tecnico’ o ‘del Presidente’ né, tantomeno, del ‘ribaltone’. Ma cosa succederebbe se si andasse a votare presto, magari in autunno o anche all’inizio del 2020? Ecco che, come all’improvviso, lo scenario cambierebbe. Un’alleanza, post-voto, tra Pd e M5s diventerebbe possibile, specie se i due partiti dovessero dimostrare di ottenere, ognuno, il 25% dei consensi, somma aritmetica che, appunto, fa 50% e rotti.

I sostenitori dell’accordo Pd-M5S e le mosse di Renzi

E non è che manchino i sostenitori di un’intesa, post-voto, tra Pd e M5S, specie tra i democrat. Il vero ‘mentore’ di Zingaretti, Goffredo Bettini, la teorizza. Il braccio destro del presidente alla Regione Lazio, Massimiliano Smeriglio, a sua volta candidato alle elezioni europee, pure. Due sostenitori di Zingaretti - il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando e l’ex ministro Dario Franceschini - hanno provato a portarla a casa, un’alleanza del genere, già durante l’infinita crisi di governo del maggio 2018. Allora, fu Renzi a opporsi e le truppe parlamentari erano con lui. Oggi, l’ex leader dem può contare su molte meno ‘truppe’, ma bastevoli, appunto, a far naufragare il governo Pd+M5s. Solo che, alle prossime elezioni politiche, quando saranno, le liste le farà Zingaretti, non più Renzi, e i parlamentari saranno, da quel giorno in poi, a lui e solo a lui ‘fedeli’. A quel punto, a Renzi, non resterà altro che gettare il cuore oltre l’ostacolo e farsi un partito suo. Grido di battaglia: “Mai con i 5Stelle!”. Potrebbe, in ogni caso, far male al Pd.