[Il retroscena] Il governo sfida l’Europa, non cambia la manovra e prende una sberla al Senato

Nella lettera a Bruxelles si confermano saldi, crescita all’1,5 e deficit al 2,4. La maggioranza cerca il dialogo con la Ue chiedendo flessibilità per le alluvioni (3 miliardi tratti dagli investimenti), concedendo “le norme cuscinetto”, cioè le clausole di salvaguardia e mettendo sul piatto 18 miliardi in un anno “dalla vendita di immobili”. La festa per il traguardo rovinata dalla maggioranza sconfitta al Senato in un emendamento di Forza Italia che limita i casi di condono a Ischia. Esulta Renzi: “Grazie ai senatori 5 Stelle. Hanno capito che di condono si muore”. Di Maio accelera sulle espulsioni di De Falco (“ha votato con Forza Italia”) e Nugnes (astenuta). E insinua: “Non vogliono restituire i soldi dell’ indennità parlamentare”

Di Maio e Salvini
Di Maio e Salvini

La lettera “scarlatta” parte in orario, entro mezzanotte, destinazione Bruxelles. Il testo sarà diffuso a notte fonda (all’una e trenta minuti) e qualche sfumatura lessicale potrà risultare non solo formale. Ma la sostanza è  chiara: la manovra non cambia. “Saldi e crescita restano invariati, gli italiani avranno reddito di cittadinanza, pensione di cittadinanza e potranno andare in pensione con quota 100, il 2019 sarà come promesso l’anno del cambiamento” può gioire alle 22.30 Luigi di Maio sceso in piazza in mezzo al solito carosello di telecamere. Salvini se n’è  andato da una buona mezz’ora. Nessuna voglia di dichiarare. Anche perchè la Lega qualche modifica l’avrebbe fatta eccome, in nome della crescita e di quegli investimenti che l’elettorato leghista preferisce alle misure assistenziali e che, a detta di tutti gli organismi tecnici, rischiano di spingere l’Italia verso la recessione.

Leggi la lettera integrale mandata da Tria all'Ue

Salvini lascia la riunione

Il Capitano della Lega affida il suo pensiero ad un messaggio whatsapp: “Abbiamo confermato le clausole di salvaguardia e i controlli periodici e automatici sulla spesa, il monitoraggio sui conti pubblici a fini correttivi e l’investimento dello 0,2  (del pil, cioè circa 4 miliardi, ndr) degli investimenti ai danni del maltempo delle ultime due settimane. In più abbiamo inserito le dismissioni, anche immobiliari, che verranno effettuate e valgono l’1% del pil” cioè altri 18 miliardi pronto cassa derivati delle vendite. Come? Quali? Si vedrà. A corredo tutte quelle “riforme” (parola magica a Bruxelles!)  - revisione del codice degli appalti, sburocratizzazione e investimenti contro il rischio idrogeologico - per far correre le infrastrutture per cui il Paese è in emergenza. Ma i saldi e la crescita restano confermati, nessuna limatura del deficit nè del pil per il 2019 giudicato da tutti gli osservatori “irrealistico” e “ottimistico” e che il ministro Tria avrebbe tanto volentieri ritoccato.

La sfida a Bruxelles

La balconata con le grida “ce l’abbiamo fatta” di quasi due mesi fa è solo un ricordo. Si riconoscono gli errori anche non ripetendoli. Il vicepremier 5 Stelle è soddisfatto ma teso. La decisione del muro contro muro con Bruxelles non può essere presa a cuor leggero. In più, sul più bello della riunione a palazzo Chigi, è arrivata dal Senato una vera sberla sulla maggioranza: sconfitta sul decreto Genova e precisamente sul condono a Ischia per colpa di due senatori 5 Stelle ribelli: Nugnes e De Falco.  Salvini se n’è andato in silenzio proprio per questo: lo dice da giorni, lui, che “Di Maio non tiene i suoi”. E infatti.

La lettera “scarlatta”

La lettera “scarlatta”, dunque. Marchiata dal “peccato” e dal senso di sfida. Non cambiano i numeri e le percentuali che sono i pilastri intorno cui ruota tutta la legge di bilancio: 1,5% di crescita; 2,4 di deficit; 130% il rapporto debito/pil nel 2019; 37 miliardi il costo complessivo della manovra.  Palazzo Chigi vuole lo scontro e scontro sarà. Se ne facciano una ragione  Jean Claude Juncker, il vicepresidente Valdis Dombrovskis, il commissario Pierre Moscovici, il triumvirato della Commissione che dal 15 ottobre, giorno in cui il testo della manovra fu inviato per la prima volta a Bruxelles, chiede a palazzo Chigi e al ministro Tria di cambiare i saldi per evitare la procedura per eccesso di debito. E’ una dichiarazione di guerra senza precedenti perché mai da quando sono in vigore le regole e i parametri Ue un paese membro ha osato sfidare le procedure. Lo fece la Grecia nel 2015 e andò come è andata: la troika prese posto a Atene.

Procedura scontata

La procedura di infrazione a questo punto è scontata. E sarà tutto molto più veloce che in passato perché è chiaro che quella dell’Italia è una sfida che, vista con gli occhi di una Commissione in scadenza e alla vigilia di una campagna elettorale decisiva per la sopravvivenza stessa dell’Europa, va affrontata il prima possibile e con reazioni adeguate, quasi esemplari. Il primo step è atteso già la prossima settimana: il 21 novembre in occasione del “Rapporto sul debito”, l’Europa potrà ufficializzare la bocciatura. La procedura vera e propria dovrebbe iniziare tra dicembre e gennaio. Poi ci sarà ancora un po’ di tempo per discutere, dialogare, trovare una sintesi tra le regole europee e quelle che il governo giudica priorità assolute di spesa. Un tempo per dare quelle “spiegazioni” – “puntiamo sugli investimenti per la crescita e non solo spesa corrente e assistenzialismo”  – con cui premier Conte e ministro Tria sono convinti e lo ripetono da settimane di poter convincere i loro interlocutori. Alcune stime dicono che se va male la punizione ci potrebbe costare misure in austerity per 60 miliardi.

Di Maio: “Non venderemo i nostri gioielli”

“Se alla Ue non va bene, pazienza, noi tiriamo diritto” ha detto il vicepremier Salvini arrivando a palazzo Chigi verso le 19.30 per il vertice a quattro che ha preceduto la riunione del Consiglio dei ministri iniziato poi quasi in orario alle 21 anziché alle 20.30. “Clima buono, buono” fanno filtrare fonti di governo presenti alla riunione anche per fugare le tensioni sempre più evidenti nelle ultime ore tra Lega e 5 Stelle. Tra Salvini e Di Maio. L’offerta a Bruxelles per sperare di tenere insieme la difesa della propria impostazione e la necessità del dialogo passa dunque dalle “clausole salva deficit rafforzate” e dal “piano di vendita degli immobili” pari a 18 miliardi. “Ma non venderemo i nostri gioielli” assicura Di Maio. Come si cambia: sembra ieri quando i 5 Stelle in Parlamento salivano sui tetti e occupavano i banchi per dire no alle privatizzazioni e alle vendite degli immobili. Fonti della Lega tagliano corto: “E’ una manovra di attacco e non di difesa”. Quota 100, inoltre, “dovrebbe partire da subito”. Tutti glissano sul fatto che la pensione anticipata  comporterebbe un taglio tra il 5 e il 30%. Nessuno azzarda tempiste sul reddito di cittadinanza. “Dettagli” che comporterebbero una minore spesa utile a dare un po’ di belletto ad una manovra che tutti gli organismi tecnici istituzionali, dalla Banca d’Italia alla Corte dei Conti, da Svimez a Confindustria passando per i tre sindacati, hanno duramente criticato. A questo muro di critiche ieri si è aggiunto anche il Fondo Monetario internazionale.  Vista da Washington, l'Italia appare “vulnerabile” con il debito monstre a 130% come primo nemico da abbattere se si vuole evitare la recessione.

La mission di Conte e Tria

Da oggi la mission di Conte e Tria sarà quella di “spiegare, dialogare e convincere”, del resto in questi anni di austerity il debito è aumentato lo stesso. Tanto vale cambiare modello. Clausole di salvaguardia e dimissioni per un punto di pil sono “l’assicurazione che vogliamo fare sul serio” e che la “nostra parola chiave è crescita”. In chiave europea sono risuonate di buon auspicio le parole ieri di Angela Merkel che al Parlamento europeo ha voluto ricordare: “L'Italia è un Paese fondatore dell'Ue e ha deciso con gli altri le regole. E' importante giungere a una soluzione ed è importante che lo si faccia nel dialogo con la Commissione europea. Lo ha detto anche il premier Conte”.

Maggioranza sconfitta sul condono a Ischia

Probabilmente nessuno dei contraenti del Contratto di governo ieri avrebbe festeggiato. Ma se anche qualcuno ne avesse avuto vaghezza (Di Maio e Fraccaro, ad esempio), gli è subito passata quando pochi minuti prima delle 21, nel passaggio tra la riunione ristretta e il Cdm è rimbalzata la notizia che la maggioranza al Senato era andata sotto.  E’ successo nelle Commissioni riunite Ambiente e Lavori pubblici di palazzo Madama che sta esaminando il decreto emergenze, quello già votato alla Camera dieci giorni fa dedicato al crollo del ponte Morandi di Genova e ad altre emergenze, come il terremoto di Ischia del 2017.  Il decreto che, accusano da settimane le opposizioni, “sana e paga con i soldi pubblici gli abusi edilizi dell’isola”. In pratica circa l80 per cento degli immobili ischitani. “Un condono edilizio in piena regola” lo ha definito il presidente dell’Anac Raffaele Cantone. Se doveva succedere l’incidente, non poteva succedere su un provvedimento migliore di questo.

I due senatori ribelli  

Da un punto di vista simbolico l’emendamento della senatrice Urania Papatheu, Forza Italia, che va ad escludere dal condono la norma del 1985 (il conto del governo Craxi) con i voti di Pd e due senatori 5 Stelle ribelli, è un capolavoro di contrappasso politico.  Oltre che una campanella d’allarme  che arriva fin troppo chiara alle orecchie di Salvini e Di Maio. Tecnicamente l’emendamento all'articolo 25 del decreto Genova che disciplina le pratiche di condono a Ischia limita i casi delle abitazioni nelle zone terremotate per cui era stato chiesto il condono e che il decreto sanerà pagandone con soldi pubblici la ricostruzione. Dunque non elimina il condono ma lo depotenzia, in parte. Il Pd esulta e il primo a farlo è Matteo Renzi. “Il nostro lavoro di lotta senza quartiere al condono edilizio che Di Maio vuole per Ischia - scrive l’ex premier su Facebook- sta producendo i primi risultati. Per la prima volta in questa legislatura il Governo è andato sotto su un atto parlamentare grazie al voto contrario di alcuni senatori cinque stelle, che ringrazio. Continueremo nella nostra battaglia fino ad eliminare ogni forma di condono. Perché di condono… si muore”.

Verso l’espulsione dei ribelli

Parole che a Salvini hanno fatto andare di traverso la già  faticosa chiusura della manovra tanto da fargli lasciare palazzo Chigi senza dichiarare. E hanno fatto molto arrabbiare Di Maio. Che alle 22.30, finito il Cdm, convoca a palazzo Chigi i ministri 5 Stelle e i due capigruppo. La riunione che il comunicatore del Movimento, a mezzo servizio con il premier, Rocco Casalino cerca di far passare per “ordinaria”, è in realtà un consiglio di guerra. Per capire cosa è successo. E decidere misure contro i due senatori ribelli. “De Falco ha votato con Forza Italia, si sappia” sottolinea Di Maio che insinua il sospetto che i due lo abbiano fatto per essere messi fuori dal Movimento ed evitare così di dover contribuire alla restituzione di parte delle indennità parlamentari. Calunnia e diffamazione sono le migliori armi per isolare e poi allontanare chi si mette di traverso.