[Il retroscena] Un governo di centrodestra con l’appoggio esterno del Pd. Il progetto di Berlusconi

Salvini tesse la tela per le presidenze. Per Camera e Senato accordo fatto 5 Stelle e Lega. Guerini (Pd) a Berlusconi: “Fantapolitica i nostri voti”. Diplomazie al lavoro. Come dimostra la proposta del dem Franceschini: “Siccome nessuno ha vinto, questo è il quadro perfetto per fare le riforme”. Con una larga alleanza. La Gro-gro-Ka in salsa italiana

Dario Franceschini, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini
Dario Franceschini, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini

Primi passi di legislatura. E un timing immaginato dal senatore Poalo Romani, appena riconfermato capogruppo al Senato per Forza Italia mentre passeggia in Transatlantico alla Camera dopo la riunione fiume di Silvio Berlusconi con i parlamentari azzurri. “Ci vorrà tempo per avere un governo ma lo avremo. Bisogna avere pazienza. In Germania quanto ci hanno messo? Sei, sette mesi? Nel frattempo il governo Gentiloni resta in carica per gli affari correnti”. Un timing sufficiente per chiudere tutte le finestre di voto che si possono aprire prima dell’estate. In questa lunga traversata, ogni giorno leva o aggiunge pezzi al quadro generale dello stallo post voto.

Di Maio fermo, Berlusconi e Salvini in movimento

Ieri i pezzi nuovi vedono i 5 Stelle fermi nella loro casella (“premiership e squadra non sono in discussione, invitiamo tutte le forze politiche e ragionare sui nostri temi che sono quelli votati dal 32 per cento degli elettori” ha ripetuto Luigi Di Maio ospite dalla Confcommercio) che sembra poco flessibile rispetto ad una situazione di non-vittoria che invece pretende che ogni forza in campo faccia un passo indietro, in avanti o di lato a seconda della prospettiva. Chi vuole veramente governare non assume a priori  posizioni così rigide.

Più flessibili sembrano, invece, Forza Italia e Lega. Berlusconi, incontrando i suoi nella Sala della Regina a Montecitorio, fa capire che l’obiettivo è che la coalizione di centrodestra, forte del 37% di consensi, “abbia l’incarico dal Presidente Mattarella per poi puntare ad un governo di minoranza che dovrebbe nascere grazie ad alcune astensioni necessarie a garantire la fiducia e poi navigare trovando di volta in volta la maggioranza sui singoli temi”. Certo non una legislatura lunga. Quel paio d’anni necessari per fare alcune riforme come “flat tax, alzare le pensioni minime, provvedimenti per la povertà e nuova legge elettorale”. Su una cosa è stato chiaro Berlusconi: nessuna alleanza con i 5 Stelle “pericolo per la democrazia”.

Pd, conteso e rifiutato

Diverse invece le aspettative del Cav rispetto al Pd, il grande sconfitto che ha già votato una mozione per  restare all’opposizione dove lo hanno messo gli elettori e però lascia aperte porte e porticine in nome della responsabilità, della necessità e via di questo passo. “Da quello che abbiamo capito - spiega  Luigi Vitali, neoeletto senatore in Puglia lasciando la Sala della Regina -  Berlusconi sta lavorando ad un governo di centrodestra con l’appoggio esterno del Pd su alcuni temi concordati prima per dare un senso a questa legislatura”. E’ la versione che più o meno danno tutti i presenti alla riunione interpellati da Tiscalinews.  Pd, dunque, e non i 5 Stelle. “Fantapolitica” dirà in serata Lorenzo Guerini, vicepresidente del Partito democratico. Eppure l’intervista di ieri mattina di Dario Franceschini al Corriere della Sera dice chiaramente che quell’appoggio è possibile. Di più: auspicabile. Il ministro dei Beni culturali parla infatti di “legislatura costituente”, di “un governo figlio di questo schema (cioè di stallo, ndr) perché è il momento di scrivere le regole del gioco tutti insieme”. E’ sottile Franceschini, già indicato la mattina del 5 marzo come uno di quelli che stava trattando per alleanze spurie, innaturali e responsabili.   “Siccome nessuno ha la maggioranza, abbiamo il quadro perfetto per fare le riforme” ha aggiunto. E’ il governo del tutti-dentro-nessuno-escluso che piacerebbe a Mattarella ma non ai due vincitori. La domanda è: cosa succederà se tra due-tre mesi saremo ancora senza governo? Quante saranno le pressioni, di ogni genere, pur di trovare una soluzione?  E’ chiaro che se la prossima settimana (si comincia a votare il 23 marzo) la presidenza di una delle due Camere dovesse andare al Pd, sarebbe un indizio più che illuminante su quale strada prenderà la legislatura.  Ma ci sono troppi “se” e una presidenza al Pd è “ipotesi veramente residuale” dicono fonti della Lega.

Al partito che resta comunque il secondo più votato (19%) Salvini sembra chiudere le porte: “Non vedo possibile un governo con il Pd, il voto degli italiani è stato chiaro, perchè dovrei fare un accordo con chi ha perso?”. Ma tra 5 Stelle e Lega c’è “un abisso culturale”: “Noi - dice Salvini - siamo quelli che vogliamo meno tasse, più lavoro e più sviluppo; loro assistenza a chiunque… comunque - aggiunge - vediamo se sono disponibili a venire verso di noi…”.  E un dirigente Pd dice: “Ma non avete ancora capito che Salvini e Di Maio hanno già l’accordo in tasca?”.  Per l’ex partito di maggioranza sarebbe la soluzione migliore, la più semplice. Ma la traversata è lunga. E gli umori cambiano.  

Salvini, da incendiario a pompiere

Si dice tanto della trasformazione di Luigi Di Maio in giovane Forlani del secondo millennio. Non è da meno quella di Salvini che ieri, ospite della Stampa estera (dove era stato il giorno prima Di Maio) ha messo al centro di tutto “la forza di una coalizione, quella di centrodestra, dove non ci sono singoli che giocano da soli, che non prevede scelte o fughe solitarie e che lavora per un governo di centrodestra, su un programma di centrodestra, che non ha squadre e leader precostituiti”. I retroscena sui giornali insistono sui due galli che litigano nel pollaio, cioè Berlusconi e Salvini. Ma non è questo il messaggio che il leader della Lega, uscito vincitore dalle urne e dalle “primarie” del centrodestra, ha voluto dare ieri ai giornalisti stranieri e poi anche a quelli italiani ospitati nella sede della Stampa estera. Salvini ha voluto blindare la coalizione come mai aveva fatto prima. E ha fatto un vistoso passo indietro rispetto al “ritorno alle urne” brandito nei giorni precedenti nonostante l’appello alla “responsabilità” del presidente Mattarella. “Dobbiamo dare un governo al Paese, tornare al voto è solo l’extrema ratio” ha ripetuto ieri più volte. La prova schiacciante dell’avvenuto cambiamento arriva quando un giornalista francese fa domande sull’immigrazione. “Su sbarchi ed espulsioni sono certo che faremo meglio di Minniti. La nostra idea è spostare le frontiere della Ue nei paesi africani da cui queste persone partono. Aprire là sportelli per decidere sul posto che può e chi non può stare in Italia e nel caso attivare corridoi umanitari”. Impossibile, fino ad un mese fa,  sentire Salvini pronunciare queste parole.  

E anche mediatore sulle Presidenze

La riunione di martedì sera a Palazzo Grazioli è servita ad investire Salvini del ruolo di ambasciatore e mediatore della coalizione. E’ stato lui ieri, come candidato leader del centrodestra, a fare le prime telefonate con i leader delle forze presenti in Parlamento per trovare la quadra sulle presidenze delle Camere. Prima Di Maio, poi Martina e Grasso. “Un primo contatto franco e cordiale per confrontarsi sulle Presidenze e rendere operativo il prima possibile il Parlamento” recita un comunicato ufficiale. E’ il primo tassello della lunga traversata su cui il Quirinale conta molto. Una volta insediato, è molto difficile, quasi impossibile, sciogliere di nuovo e a breve le Camere. A quel punto poi scatta il cosiddetto “onore del ruolo” che si può tradurre nel fatto che una volta dentro, è molto difficile per tutti, anche i Cinque stelle, uscire dal Parlamento. “Fate partire la legislatura, poi i responsabili spuntano come funghi” recita un vecchio adagio delle cronache parlamentari. Che però è anche un’insidia pericolosa per le forze populiste e antisistema.

I “primi contatti” di ieri sera seguono uno schema di gioco molto chiaro: “A nome della coalizione più votata dagli italiani - ha spiegato poi Salvini - ho ritenuto mio dovere telefonare a Di Maio, Martina e Grasso per aprire un dialogo sulle presidenze delle Camere per garantire agli italiani che si perda meno tempo possibile e che si rispetti il voto del 4 marzo”. Ed ecco la prima mini-agenda per le presidenze, per mostrarsi tonici e con le idee chiare: “Rendere più veloci e trasparenti i regolamenti, tagliare vitalizi e spese inutili sarà una nostra priorità”. Indiscrezioni dicono che l’accordo in questo caso sarebbe già fatto: “Il Senato al centrodestra, la Camera ai 5 Stelle”. Girano i nomi di Calderoli (molto bravo nei regolamenti ma  un’altra tipologia di leghista rispetto a Salvini) e Romani (Fi) al Senato, Roberto Fico e Fraccaro (M5s) alla Camera. Se invece si dovessero invertire i ruoli, al Senato potrebbe andare Rocco Crimi (5s) e alla Camera Giorgetti. “Gli accordi sulle Camere non hanno alcun vincolo politico” hanno detto sia Di Maio che Salvini prevenendo eventuali titoli all’indomani delle votazioni su seconda e terza carica dello Stato. Un indizio in più che la strada per il governo sarò parecchio lunga.

Le zeppe di Grillo

Di Maio passa la giornata a Milano, prima in Confcommercio e poi alla Casaleggio dove Davide sembra aver stretto un’importante amicizia con il neoeletto e giornalista Gianluigi Paragone, il conduttore di La Gabbia. E mentre il leader politico si affanna per convincere il resto del mondo che i 5Stelle sono persone serie che non mollano lì lo schermo a nero, il garante posta uno dei suoi video in cui dice chiaramente che “è inutile promettere il lavoro che non c’è più. Diverso è invece garantire un reddito…”. Puro assistenzialismo di Stato non più previsto, tranne eccezioni, nelle nostre città.