[Il caso] Tre indizi fanno una prova: il governo non ha più la maggioranza al Senato. E Toninelli è costretto a votarsi per sopravvivere

In 24 ore e in tre votazioni diverse, a palazzo Madama, il governo non ha raggiunto il magic number di 161. E' successo nel voto sul caso Diciotti e nelle due votazioni per le mozioni di sfiducia contro il ministro delle Infrastrutture. Il titolare del Mit lasciato "solo" sul banco del governo nel suo giorno più difficile. I ministri leghisti non ci mettono la faccia e Salvini preferisce la campagna elettorale. Un ricatto in vista dello sblocca cantieri e della firma del memorandum Italia-Cina

Toninelli e Salvini si stringono la mano
Toninelli e Salvini si stringono la mano

La democrazia è fatta, anche, di teste che votano e di numeri. E allora possiamo dire che per ben tre votazioni in 24 ore il governo non ha avuto la maggioranza assoluta al Senato. Per tre volte, cioè, il patto grillo-leghista non ha raggiunto il magic number 161, la soglia che indica la maggioranza assoluta nell'aula di palazzo Madama. E poiché tre indizi fanno una prova, Salvini e Di Maio devono iniziare a fare conti col fatto che non hanno più dalla loro la certezza dei numeri. "C'è un problema politico, e da oggi anche di numeri" dice un senatore grillino che mette in fila i 3 voti contrari e i 9 assenti - totale 12 - rimasti fissati sui tabulati nero su bianco mercoledì sera nella votazione sul caso Diciotti per non processare Salvini. E le due votazioni di stamani sull'idoneità o meno di Toninelli di continuare a fare il ministro. "I senatori assenti sono tutti giustificati, dunque non cercate cosa che non esistono" si precipita in Transatlantico il capogruppo dei senatori leghisti Massimiliano Romeo quando ormai i numeri sono chiari nella loro evidenza e diventa complicato negarli. E l'assenza di ministri leghisti al banco del governo? "E oh, hanno da lavorare eh...". Passa Andrea Marcucci, capogruppo del Pd e gli mette le parole in bocca: "Il governo non ha più la maggioranza in Senato. Salvini e 5 senatori leghisti non difendono il ministro 5 stelle, così come ieri (mercoledì, voto su Diciotti) 9 senatori (più tre contrari) 5 stelle non hanno partecipato al voto su Salvini. Il presidente Conte deve venire a verificare i numeri a disposizione del Governo".

Il pallottoliere/ 1

Al di là delle parole, conviene, tabulati alla mano verificare cosa è successo nelle ultime 24. Mercoledì sera è stata votata la richiesta del Tribunale dei ministri di processare il ministro dell'Interno Matteo Salvini per sequestro di persona. Per questo voto era necessaria la maggioranza assoluta dell'aula, cioè 161 voti. Alla fine i voti favorevoli a Salvini sono stati 237 e 61 i contrari. Attenzione, però ha fatto notare oggi in aula Ignazio La Russa (Fratelli d'Italia) perchè "ieri avete raggiunto la quota salvezza di 161 voti solo grazie ai 18 senatori tricolori, senza di noi non ci sarebbe stata la maggioranza". Il conto è presto fatto. Pallottoliere alla mano: la Lega dispone di 58 voti ma mercoledì ne ha avuti 56, causa assenza giustificata di Bossi e Erika Stefani; il Movimento conta 107 senatori ma di questi 3 hanno votato in dissenso e 8 non hanno votato e quindi ne ha potuti contare solo 94; a questi si possono aggiungere i voti di 3 espulsi (Martelli, De Bonis, Buccarella) approdati al Misto. Totale: 153 voti. Ben lontani dalla soglia minima di 161.

Il pallottoliere/ 2

Veniamo al primo voto di stamani, mozione n.84 di Andrea Marcucci (Pd) che chiedeva la sfiducia del ministro Toninelli per "manifesta incapacità a gestire un ruolo tecnico e delicato come il Mit". Ecco la "lista delle opere e dei cantieri fermi per colpa sua, al di là delle battute e delle gaffe che ci regala ogni giorno, capisce perchè lei non è idoneo al ruolo" gli ha detto Marcucci. Forza Italia ha appoggiato la mozione del Pd, favore ricambiato subito dopo e più volte sottolineato dai banchi dei 5 Stelle. Fratelli d'Italia s'è  astenuta o non ha partecipato per marcare la distanza dal Pd. Così il ministro si è salvato da questa prima mozione di sfiducia grazie a 159 voti (contrari alla mozione) a fronte dei 102 favorevoli. In quei 159, che non è la maggioranza assoluta, ci stanno Lega e Movimento. Sei i senatori assenti e se due, come abbiamo visto, sono giustificati (Bossi e Stefani), non si può dire altrettanto per Salvini (in campagna elettorale), Arrigoni, Pepe e Borgonzoni. Per l'appunto sono i sei voti mancanti alla maggioranza di 161. Da notare che Toninelli s'è votato. E che anche le tre senatrici critiche con la linea Di Maio (Fattori, Nugnes, La Mura) stamani hanno invece voluto dare una mano al compagno Toninelli. 

Il pallottoliere/ 3

Il discorso non cambia molto con la terza votazione in 24 ore, la mozione n° 91, presentata dalla capogruppo di Fi Anna Maria Bernini per chiedere, ancora una volta, a Toninelli di lasciare l'incarico al Mit. Il senatore Massimo Mallegni (Fi), ha fatto il lungo elenco non solo  di opere ferme e cantieri bloccati ma di investimenti che non ci sono più perchè "questo governo non ha finanziato la crescita e ha bloccato quello che era già avviato per fare la verifica costi/benefici". Il senatore Biasotti (Fi), genovese, ha ricordato come i porti italiani "danno 10 miliardi di accise allo Stato. E lo sa quanto ha stanziato il suo governo per i porti italiani? 50 milioni. Questo vuol dire essere ignoranti oltre che incompetenti".  In questa votazione la maggioranza ha portato a casa ancora meno voti: solo 157 quelli contrari, cioè favorevoli a salvare Toninelli.

Patto incrinato

Oltre i pallottolieri, la fotografia del banco di governo ha raccontato bene stamani quando il patto sia ormai incrinato. Dalle 10 alle 13, quando è iniziata la prima votazione, Toninelli è rimasto "solo" al banco del governo nell'aula di palazzo Madama. C'era Di Maio, c'era Fraccaro, c'erano i suoi. Ma non c'era la Lega. Quasi che Salvini, già partito per la campagna elettorale in Basilicata, non voglia confondere la sua faccia con l'operazione di salvataggio di Toninelli. Uno, diciamo così, distante anni luce dal passo leghista. Solo quando Ignazio La Russa, prendendo la parola, ha fatto notare "la solitudine" di Toninelli al bando del governo, si sono materializzati il ministro dell'Agricoltura Gina Marco Centinaio e la ministra della Funzione Pubblica Giulia Bongiorno. Nella fila sotto i viceministri e sottosegretari Rixi e Candiani. Il minimo sindacale.

Bagarre

La mattinata è stata anche teatro di molte piccole tensioni, a dimostrazione di un patto che non tiene più. O tiene poco. Impegnando la presidente Casellati in numerosi richiami. "Noi avremo fatto il patto del Nazareno col Pd - ha detto Biasotti (Fi) ricordando il patto per le riforme Renzi-Berlusconi tra il 2014 e il 2015 - ma voi avete fatto il patto con i 5 Stelle". Fischi e urla. "Signora Presidente - ha insistito Biasotti - digiti su Google Toninelli e vedrà cosa viene fuori...". Fischi e urla. "Digita bunga-bunga e vedi cosa esce" lo ha provocato il senatore Airola dei 5 Stelle attraversando l'aula. Risate e grida. Airola è stato "censurato". 

Scambi & ricatti

Andrà avanti così fino alle Europee. Intanto, se Lega e 5 Stelle hanno venduto l'anima al diavolo scambiandosi il favore per salvare Salvini dal processo e Toninelli dalla sfiducia, non c'è dubbio che l'assenza della Lega stamani sia stato un chiaro segnale di sfida in vista del decreto sblocca cantieri approvato "salvo intese" - quindi nulla di fatto - mercoledì sera in consiglio dei ministri. Salvini lo considera "un'aspirina" rispetto a quell'operazione di sburocratizzazione e liberalizzazione degli appalti che ritiene necessaria per dare un segnale alla ripartenza di un paese fermo e sempre più impoverito. Operazione che invece per i 5 Stelle è "l'ennesimo condono". Così come le firma del Memorandum Italia-Cina che il premier Conte siglerà sabato con il presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping. Per Salvini, e Giorgetti, quel Patto deve essere analizzato in ogni sua parte perchè un conto è aprire i mercati cinesi al made in Italy. Altra cosa è mettere in vendita i nostri gioielli. E infrastrutture.