[Il caso] Il governo alla guerra delle deleghe. Di Maio blocca la delicata casella del commercio estere

Vorrebbe assegnarla all’amico Di Stefano. Ma era stato indicato Scalfarotto, unico sottosegretario di Iv. A due mesi dalla nascita, ancora ballerine le competenze nei vari ministeri. Criticità per l’export. Mentre infuriano le guerre dei dazi e si aprono partite delicate soprattutto con la Francia

[Il caso] Il governo alla guerra delle deleghe. Di Maio blocca la delicata casella del commercio estere

E’ già successo nel Conte 1. Si ripete nel Conte 2. Sapendo che se errare è umano, perseverare è diabolico. Specie se in ballo ci sono milioni e milioni di accordi commerciali tra le aziende italiane e quelle stranieri. E se questi accordi valgono circa un terzo del Pil nazionale. Uno stallo pericoloso di cui è in buona parte responsabile Luigi Di Maio, ministro degli Esteri e capo politico del Movimento 5 Stelle.

“Come viaggiare col piota manuale”

Il governo del Conte 2 ha due mesi di vita. I sottosegretari sono stati nominati il 13 settembre. Da allora non sono state ancora distribuite le deleghe che sono la benzina che fa funzionare il motore dei ministeri.  “E’ come viaggiare col pilota manuale anziché quello automatico, tutto rallentato e senza certezze” spiega una fonte di governo interpellata da tiscali.it. Le deleghe sono potere. Tutte, qualcuna soprattutto, ad esempio il commercio estero, il turismo, l’energia, le telecomunicazioni. Essendo potere, sono anche budget, quindi soldi. Tutto si tiene. Era già successo nel Conte 1. Si ripete adesso. E se la prima volta si poteva sempre dare la colpa all’inesperienza e alla necessità di trovare le giuste competenze (tra Difesa e Mise, ad esempio, nel governo giallo verde sono rimasti bloccati finanziamenti importanti e quindi posti di lavoro per il blocco delle deleghe), questa volta potrebbe essere tutto finalizzato alla conquista di caselle di potere. Il caso più eclatante riguarda la Farnesina (Mae, ministero affari esteri) e il ministro titolare Luigi di Maio.

Il caso più eclatante

Nella difficile costruzione della squadra di governo del Conte 2, il capo politico del Movimento non ne voleva più sapere di Lavoro e Mise, puntava all’Interno e al posto di vicepremier,  alla fine ha accettato la Farnesina, dicastero prestigioso ma poco redditizio in termini di marketing politico: la diplomazia è roba per intenditori, magari sventa una guerra o risolve un conflitto però non la puoi raccontare. Meno che mai via social. Dunque Di Maio ha accettato la Farnesina a patto che fosse portata sotto questo dicastero la delega al commercio estero che prima, nel Conte 1, stava invece sotto di lui al Mise ma affidata al “cinesino” della Lega, il professor  Michele Geraci. Tra i sottosegretari è stato, nel passato governo, tra i più visibili dopo quelli del Mef, grazie al famoso memorandum con la Cina che, si disse, valeva circa 20 miliardi di dollari in accordi commerciali.

L’assegnazione

Accordando il trasferimento della delega Commercio estero al Mae, Di Maio ha acconsentito che andasse in quota  Pd, nello specifico a Renzi che l’aveva chiesta indicando il nome della persona a detta di molti più idonea, il sottosegretario Ivan Scalfarotto, che già aveva svolto la stessa funzione nel governi Renzi-Gentiloni. La Farnesina può distribuire cinque deleghe, i partiti erano tre e poi quattro e dunque è il puzzle più difficile da comporre. La partita sottosegretari, difficile e sofferta come si ricorderà, fu chiusa la notte tra il 13 e il 14 settembre. Il 16 settembre i sottosegretari giurano. Il giorno dopo Matteo Renzi annuncia la nascita del nuovo soggetto politico Italia Viva. Che comunque fa parte del governo dove siede con due ministri e un sottosegretario, appunto, Ivan Scalfarotto.

Il caso Manlio Di Stefano

Fino ad oggi nessuna delega è stata distribuita. E poiché viene considerata una partita unica, è più di un sospetto che tutto sia bloccato per l’indecisione, o per l’assillo del potere e del portafoglio, del titolare della Farnesina. La delega al Commercio estero infatti fa gola a Manlio Di Stefano, 5 stelle, al secondo mandato ministeriale, fedelissimo del capo, nel precedente governo già responsabile  della Direzione generale del Sistema paese che si occupa dell’ internazionalizzazione all’interno delle ambasciate, delega però senza budget. Il Commercio Estero era stato promesso a Ivan Scalfarotto, a questo punto unico sottosegretario di un nuovo partito che con 43 parlamentari ha qualche incidenza sulla tenuta della maggioranza. Insomma, negare la delega a Scalfarotto aprirebbe un problema politico.

“Il problema politico”

Parlare di commercio estero oggi significa parlare “di un terzo del Pil italiano”. Non avere chi se ne occupa significa lasciare senza riferimento dossier strategici aperti con la Francia come Fincantieri-Chantiers de l’Atlantique (nuovo nome di Stx) e, da ieri, anche l’accordo di fusione tra Fca e Peugeot-Citroen per la produzione di auto elettriche, ibride e a guida autonoma, il quarto costruttore al mondo con eccellenze italiane che avrà sede però in Olanda. Senza riferimento specifico anche lo status del Ceta, l’accordo di libero scambio con il Canada da sottoporre a ratifica. Per non parlare di Mercosur, accordo di libero scambio tra Ue,Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, anch’esso da ratificare. Scalfarotto è certamente per la ratifica. Di Stefano ha invece simpatie protezioniste. Si tratta di accordi che azzerano i dazi verso questi mercati e quindi aprono nuovi e assai importanti scenari per le nostre imprese. In un momento in cui gli Stati Uniti azionano la leva dei dazi per penalizzare l’import (a proposito, chi a Washington sta seguendo questo dossier per evitare che l’Italia paghi per errori di altri?), curare questi accordi commerciali è vitale per le nostre imprese. E chi seguirà la nascita degli accordi commerciali con il Regno Unito una volta che sarà uscito dalla Ue? E’ un lavoro che va seguito con cura e metodo, strategia e visione e non può essere lasciato alla casualità.

L’autoproclamazione

Al momento tutti i dossier finiscono al gabinetto del ministro da dove poi vengono smistati. Con la delega è tutto più immediato e sicuro. In questi mesi di “vuoto” si racconta che Di Stefano si sia nei fatti impossessato della delega. Tiene relazioni e fa interventi nelle assise dedicate. “L'internazionalizzazione è una strada obbligata per le nostre imprese. L'export, settore principale di traino dell'economia italiana, copre circa un terzo del Pil” ha detto l’altro giorno all'Assemblea Nazionale delle Cooperative Italiane (Settore Agroalimentare e della Pesca). Impegnandosi a nome del governo “ad accrescere il numero delle imprese esportatrici, oggi meno del 5% del totale. L’obiettivo per il 2020 è quello di superare i 500 miliardi di euro di export”.

Un curioso curriculum

Parole che sono un programma. Di una delega che però nessuno gli ha ancora ufficialmente assegnato. Anche perchè Manlio Di Stefano è un signore con un curioso curriculum: è un protezionista, amico di Putin (fu relatore a Mosca all’assemblea di Russia Unita, il partito di Putin), ha condiviso le politiche del dittatore Maduro, in un’intervista a gennaio 2019 disse che “Macron ha la sindrome da pene piccolo”, ha stretto le mani ai gilet gialli e appena insediato provocò un mezzo incidente anche in Israele. Può essere affidata a Di Stefano una delega così strategica come il commercio estero?

Tutto bloccato

Ma lo stallo di Di Maio è figlio anche di precise scelte politiche.Il Commercio estero (ha 250 milioni di budget), così come le deleghe alla Giustizia (contese tra Giorgis, Pd, e Ferraresi, M5s), quelle del Mise alle Telecomunicazioni e all’Energia dove il Pd schiera una fuoriclasse come Gian Paolo Manzella, quelle del Mef, quelle all’Immigrazione e alla Pubblica sicurezza (contese da un irato Crimi, il 5 Stelle sottratto all’Editoria, e da Mauri del Pd): sono tutte caselle strategiche per i rapporti con le imprese, l’industria e il cosiddetto popolo del Pil. Un mondo con cui il Movimento 5 Stelle ha avuto da sempre un rapporto a dir poco problematico.

Uno stallo figlio anche di debolezze interne del leader grillino nel mirino di fedelissimi, come Di Stefano e Crimi, pronti a mollarlo se non ottengono quello che hanno chiesto.

Oltre la manovra, il nodo giustizia, la stabilizzazione del Conte 2 passa anche da questa delicatissima partita che Di Maio, in partenza per una lunga missione a Shangai e in estremo oriente, non ha intenzione di giocare.