Governo "più forte", Conte "sotto scacco", Letta alle prese con un "campo troppo largo". E intanto al centro...

Il giorno dopo lo scossone Di Maio, deputati e senatori cercano di leggere le prossime mosse. Il leader M5s promette di “sostenere il governo Draghi se tutela gli interessi dei cittadini”. Sale il pressing per uscire. Almeno reagire. L’ipotesi di un nuovo centro e di una nuova cosa rossa a sinistra

Il presidente del M5S, Giuseppe Conte (Foto Ansa)
Il presidente del M5S, Giuseppe Conte (Foto Ansa)

Tutti in maggioranza si affrettano a dire che il governo Draghi “esce rafforzato” da questo ennesimo colpo di scena della legislatura. Per tanti motivi: perché Di Maio ha fatto una scissione pesantissima in suo nome, cioè di Draghi, indicando l’area draghiana come l’unica plausibile in questo momento; perché Enrico Letta ne è sicuro, lo dice in diretta tv e non c’è dubbio che lo rassicuri pensarlo. Perché persino Giuseppe Conte, il vero sconfitto di tutta questa storia dopo che per primo aveva sfidato proprio Draghi e proprio sull’Ucraina e la politica estera, rassicura: “Mai in discussione il nostro appoggio all’esecutivo Draghi”.

Eppure non tutti tra i suoi parlamentari la pensa così. Lo stesso Conte, dopo la debacle delle amministrative,  ha confessato: “Molti dei nostri ci chiedono di uscire dalla maggioranza”.  Due opzioni: la più dolce parla di appoggio esterno al governo, da valutare quindi di volta in volta se e cosa votare, detta più facile mani-libere per la campagna elettorale per le prossime politiche; la più drastica prevede il passaggio direttamente all’opposizione. E’ che quello che chiede, urlandolo a modo suo, Alessandro Di Battista. Al momento Conte non farà nessuna di queste mosse. E neppure farà una mozione di sfiducia contro il ministro Di Maio che in una dinamica politica di questo tipo sarebbe il minimo sindacale.

Conte disarmato

La verità è che il leader di quel che resta del Movimento, ieri per tutto il giorno chiuso nel bunker della sede di via Campo Marzio guardato a vista da un gruppo di fedelissimi e poi ospite la sera a “Otto e mezzo”, ha le unghie tagliate con la nascita di IPF. Il Movimento, oltre a non essere più il primo partito in Parlamento, non ha i numeri per far cadere il governo Draghi. Al Senato, dove il magic number è 160, le opposizioni Fratelli d’Italia, M5s, CAL-Alternativa e, stando larghi, 30 del Misto, possono arrivare a 125 voti. Alla Camera, Magic number 316, le opposizioni arriverebbero a malapena a 208 voti. Non c’è dubbio  che tutto questo renda la navigazione ancora più accidentata. La Lega, ad esempio, diventa il primo partito il cui consenso a questo punto non può più essere messo in discussione. Ma è chiaro che il Pd non potrebbe neppure sopportare un governo a trazione leghista. Così come è certo Draghi non lo farebbe mai. Piuttosto che diventare “ostaggio” di qualcuno dichiarerebbe game over. Chiamando per nome, davanti al popolo italiani, i responsabili della follia di aprire la crisi di governo in un momento come questo.

Il tema del rafforzamento/debolezza dell’esecutivo è stato ieri al centro di ogni capannello che si formava tra il cortile e il Transatlantico di Montecitorio a margine dell’informativa Draghi e dei lavori d’aula. L’uscita dalla maggioranza per Conte è impraticabile anche per un altro motivo: il leader per stare all’opposizione il Movimento lo ha già e si chiama Alessandro Di Battista. Ecco perchè Conte non può che stare al governo e in maggioranza.  

La verità è che l’ex premier che per lungo tempo ha coltivato il sogno di tornarci presto, è sotto scacco. Aveva impostato la sfida al governo e a Di Maio ma è rimasto impigliato.  Da una parte Grillo furibondo, dall'altra mezzo Movimento che se n’è andato o gli sta voltando le spalle. Da una parte i sospetti degli alleati, dall'altra le pressioni interne perchè sia data una zampata, in direzione del governo o del ministro degli Esteri.

Voglia di discontinuità

Tra le fila pentastellate cresce la voglia di dare un segnale all'esterno e di discontinuità dopo l'addio pesante di Di Maio. Lo stesso Conte non si nasconde il problema: “Noi nel governo ci siamo e ci saremo fino a che saremo in grado di tutelare gli interessi dei cittadini e continuare le nostre battaglie” avverte il presidente prefigurando al prossimo incontro - “ci sarà un confronto in settimana”- con Draghi una serie di nuovi paletti per garantire il sostegno dei 5 stelle al governo.

E’ stato l’ex viceministro allo Sviluppo, Stefano Buffagni, ieri a bucare la bolla e dire le cose come stanno. “Restare nel governo? Valutiamo, vediamo, ci dobbiamo riflettere non vi pare? Secondo me sarà uno dei tanti temi da affrontare” ha detto a fine mattinata entrando nella sede di via Campo Marzio dove è stato riunito tutto il giorno il gabinetto di guerra di Conte. Le agenzie di stampa battono le parole di Buffagni. E scoppia il finimondo: a stretto giro Stefano Patuanelli, capodelegazione al governo, la viceministra Alessandra Todde smentiscono ogni ipotesi del genere. Rocco Casalino fa diramare note che lui vorrebbe fossero ultimative: va tutto bene, non sono volati stracci. Finché Conte chiarisce: “Assolutamente non metterò in discussione il nostro sostegno al governo” e “lascerei che Di Maio s’interrogasse con la propria coscienza, io non chiederò le sue dimissioni”.

In serata c’è stata la riunione del gruppo. Conte adesso deve convincerli di aver fatto la scelta giusta. Sta a lui frenare possibili nuove emorragie. D'altra parte il partito dell'uno vale uno ora litiga anche sul suo contrario. “Ho detto io per primo - rivendica Conte - che uno non può valere uno ed è stato un elemento quasi di rottura in una comunità che diceva l’opposto”. Sarà stato anche Conte il primo a dirlo. Però ce ne siano accorti tutti quando lo ha detto Di Maio. Quando ha ratificato la scissione.

IPF cresce

E’ una giornata strana. Sotto choc. Cortile e Transatlantico di Montecitorio sono il luogo dove stare per vedere e provare a capire.  Intanto si notano capannelli inediti e ibridi: renziani che parlottano complici con i deputati del nuovo gruppo di Di Maio; Renata Polverini (Fi), una che non si muove mai per caso, che prende a braccetto Sergio Battelli, fedelissimo di Di Maio e impegnato in queste ore nella costruzione della nuova creatura. Pare che quelli di Brugnaro finiti in Coraggio Italia – rimasti in 19 e quindi senza più gruppo - passino armi e bagagli con “Insieme per il futuro”. A Bruxelles due eurodeputate lasciano i 5 Stelle e passano con Di Maio. In Campania tutto il gruppo consiliare del M5s di Pomigliano d'Arco passerà a “Insieme per il futuro”. Anche a livello regionale potrebbe passare con Di Maio la capogruppo 5s e vicepresidente del Consiglio regionale Valeria Ciarambino. Il controllo della Campania spiega il livore, anche questo inedito, di Roberto Fico - che è pur sempre la terza carica dello stato e quindi sarebbe tenuto ad un certo profilo - contro Di Maio. “E’ stata solo un’operazione di potere, nient’altro, che banalità”. Fico passa buona parte della giornata in via Campo Marzio, per farsi vedere accanto a Conte. La presenza istituzionale per rafforzare il leader azzoppato. Alla Camera ieri c’era anche  Guido Crosetto, ex deputato, fondatore di Fratelli d’Italia, uno che si fa vedere di rado visto che non ha neppure la scusa del barbiere.  “La vera notizia oggi - spiegava - è che la mozione Meloni, la più atlantista di tutte, è passata con l’astensione del Pd”.

E il campo largo di Letta?

L’altra domanda che ha tenuto banco nei vari conciliabili alla Camera ma soprattutto al Nazareno è che succede ora al campo largo di Letta? Con chi parlerà il Pd, Di Maio o Conte? Va bene “campo largo”. Ma quanto largo?

Siparietto da Montecitorio. “Larghissimo, un nuovo Ulivo, da Di Maio a Conte con dentro tutti, Renzi, Calenda, Leu” mostra sicurezza il “luogotenente” della segreteria dem. Nicchia un “generale” di Leu: “Aspettiamo, vediamo, che è quello che farà Letta, almeno fino all’autunno poi si capirà forse qualcosa…”. Arriva a passo svelto un fedelissimo della Meloni. Ha la faccia del gatto col sorcio in bocca: “Io sento alcuni big 5 Stelle che ipotizzano l’uscita e l’appoggio esterno”.  Poco più in là osserva la scena un altro deputato storico della sinistra. “Conte in uscita dal governo? Firmerebbe la sua condanna a morte perché il Pd non potrebbe più reggere l’alleanza e all’opposizione i 5 Stelle il leader lo hanno già e si chiama Alessandro Di Battista”.

Nel Pd sale la convinzione che “il dinamismo statico” del suo segretario non può più bastare. Nonostante, ancora una volta, l’ottimo risultato alle amministrative dove il Pd è stato il partito più votato (17%). D’ora in poi,  non sarà infatti più possibile stare fermi ad aspettare. I dirigenti del Pd attendono da Letta un qualche segnale. Nell’intervento in aula il segretario dem ribadisce da che parte sta il partito, Nato, Ue e Ucraina, aiuti alle famiglie e alle imprese, il programma di Draghi. In serata, ospite di Porta a Porta,  si è augurato che “la scissione non favorisca il centrodestra”. E sul “campo largo”: “Il Pd non è più vicino a Di Maio o a Conte, avevo raccomandato ad entrambi l’unità. Il Pd è vicino al Pd  che in questa vicenda risponde alla sfida assumendosi la responsabilità di essere ancora più forte”.

Nel cortile di Montecitorio il punto di vista è più tranchant: “Il campo largo è defunto ieri e davanti abbiamo un campo di macerie”. S’intravede un senatore dem: “C’è una gara ad uscire dal campo largo, possiamo continuare a preferire il terzomondista di Foggia e regalare Di Maio al centro?”.Le domande più gettonate: “Conte andrà da solo?”; “Di Maio andrà veramente con i centristi?”; “dove porta l’intesa con Giorgetti?”. Letta dice di “sentirsi sereno” (sic) ma a Montecitorio prevale l’inquietudine.

Tra le ipotesi che prendono forma, e che terrorizzano il Nazareno, c’ è anche quello della “nuova Cosa rossa” a sinistra del Pd con un pezzo di Pd, M5s e Leu e Conte leader nei panni di un novello Melanchon italiano. La “nuova Cosa rossa” potrebbe prendere il volo in autunno quando saranno chiare le dinamiche della famosa “federazione di centro”. L’attento senatore dem Marcucci consiglia ai suoi di fare presto:  “Ripartire dal centro, ma farlo subito bruciando i tempi. E parlare con il centro, significa anche parlare con Di Maio”.

Né più forti né più deboli

La verità è che la nascita di Ipf non ha rafforzato nessuno ma ha indebolito un po’ tutti. L’incertezza è trasversale. Tranne per Draghi e Mattarella. Il premier non ha alcuna intenzione di modificare, neppure di una virgola, le scelte del suo governo, non in politica estera e neppure in quella interna, dunque atlantismo ed europeismo da una parte, riforme e Pnrr dall’altra, misure di sostegno – evitando debito dissennato - per sostenere famiglie ed imprese messe in ginocchio dall’inflazione (ieri pomeriggio il Consiglio dei ministri ha prorogato le misura contro il caro bollette). Le larghissime maggioranze ottenute al Senato e alla camera, i tabelloni elettronici tutti verdi sono la prova che le scissioni sono solo regolamenti di conti personali. Il Movimento ha fatto il suo congresso politico sul dossier Ucraina. Non bello. Ma non è neppure la prima volta.

Draghi quindi va avanti con la sua linea, attento a consigli utili e in buona fede, refrattario a slogan e populismi. Ieri il premier è andato anche a braccio e con tono accorato ha spiegato con parole sue, nella replica, i due punti di vista che si fronteggiano sull'Ucraina: “Uno è quello mio, l'Ucraina si deve difendere, e le sanzioni, l'invio di armi, servono a questo. L'altro è diverso e dice, ma sì lasciamo pure che l'Ucraina si sottometta, che la Russia faccia e vada dove vuole, in fondo potremmo risolvere tutto facilmente così”. Non ci sta Draghi a passare per quello che non sta lavorando dal primo giorno per la pace. “Ma è chiaro che prima deve succedere che la Russia torna nei suoi confini e a quel punto ci si mette a sedere”.

Il Quirinale è schierato con palazzo Chigi per dare continuità al governo utilizzando fino all’ultimo giorno possibile. Che significa elezioni a maggio – e non a marzo – 2023. Se qualcuno vuol far saltare il necessario equilibrio politico di questa fase storica, lo faccia pure ma sarà additato come il responsabile dello sfascio. E poi, prego, vada pure un altro a governare in questa tempesta perfetta che è il 2022 (anno neppure bisestile, pensate un po’) I vari leader scalpitanti –soprattutto a destra - sono avvisati. Ma infatti in queste ore stanno parecchio zitti e buoni.