[Il punto] Accordo tra governo e Commissione Europea, ecco chi ha vinto e chi ha perso

L’avvocato-premier soddisfattissimo: “Senza la minaccia del 2.4% non avremmo mai ottenuto questi soldi, e nemmeno il nulla osta su queste spese”. L’Italia ha giocato a con l'Ue a “questo vince, questo perde”? Le reazioni degli antigovernativi

Il premier Conte saluta il ministro Tria
Il premier Conte saluta il ministro Tria

A leggere tanta propaganda, da una parte e dall’altra, sembra difficile capire quale sia l’essenza di questo accordo tra il governo e la Commissione Europea, chi abbia vinto e chi abbia perso davvero. “Ci spennano!” Grida Alessandro Sallusti (antigovernativo di destra, ovviamente) dalla prima pagina de Il Giornale. “L’Europa ci ha salvato!”, scrive addirittura Roberto Mania, (antigovernativo di area dem) su La Repubblica. Mentre Carlo Cottarelli, (antigovernativo ma rigorista), se la prende nientemeno che con Claude Junker e Pierre Moscovici, ai suoi occhi addirittura colpevoli di troppa e molle accondiscendenza nei confronti della nostra manovra. Leggete con molta attenzione cosa Cottarelli si spinge a scrivere su La Stampa: “Non so come i tecnici di Bruxelles riusciranno a giustificare il mancato inizio di una procedura di deficit eccessivo (ricordo che inizialmente l'obiettivo di deficit per l’Italia era dello 0,9 per cento per il 2019). Ma troveranno certo una giustificazione - attacca l’economista - per quella che è chiaramente una decisione politica. Decisione che semmai - aggiunge - avrebbe dovuto essere riservata al Consiglio Europeo e non alla Commissione”.

Chi ha fregato chi

Quindi, secondo uno stimato economista (che avrebbe dovuto diventare premier), si tratta addirittura di una calata di brache dell’Europa di fronte a Conte. Possibile? Ovviamente no. Se si silenziano le tifoserie ci si rende conto che il patto comprende luci e ombre, e un grande punto di innegabile interpretabilità. Se non altro perché né gli uomini del governo, né gli uomini della commissione possono ammettere questa scomoda verità. L’accordo con Bruxelles è stato sottoscritto con una singolare e reciproco compromesso: l’Italia ha fatto finta di farsi fregare dall’Europa e l’Europa ha fatto finta di farsi fregare dall’Italia. Il governo, in questo clima, porta a casa quattro risultati importanti: i primi (come vedremo) sono i suoi tre obiettivi principali. Il terzo, invece, è tanto impalpabile quanto importante: comprare tempo.

Clausole di salvaguardia

La Commissione, invece riempie il nostro futuro temporale di esose clausole di salvaguardia (fino a 20 miliardi nel 2021) e - addirittura - fissa una cauzione da due miliardi, e una verifica dei conti a due mesi dopo il voto. Tuttavia - questo è il punto decisivo - quel giorno Conte, Salvini e Di Maio, probabilmente, ci saranno ancora. Mentre Junker e Moscovici, sicuramente, non ci saranno più. Ovvio che nessuno dei due contraenti, per motivi diversi, possa ammettere queste spiacevoli evidenze: perché a Bruxelles Moscovici e Junker sarebbero aggrediti dai rigoristi dei paesi del nord Europa e dai falchi tedeschi (proprio come spiega Cottarelli) mentre se a Roma Giuseppe Conte (l’uomo che ha chiuso è presentato in parlamento i risultati del braccio di ferro) cantasse vittoria dando questa lettura, finirebbe per suscitare sicure ritorsioni che farebbero saltare il tavolo da gioco.

La soddisfazione di Conte

Dice l’avvocato-premier, che ieri era soddisfattissimo: “Senza la minaccia del 2.4% non avremmo mai ottenuto questi soldi, e nemmeno il nulla osta su queste spese”. È davvero così? Chi ha seguito il braccio di ferro di questi mesi riferisce che la Commissione ha dovuto ricredersi sulle sue idee di partenza, dal momento che era convinta che si trattasse solo di spese assistenziali e improduttive. È ottimista questa lettura? Se restiamo ai fatti, giusto o sbagliato, quel che è certo è che con l’intesa siglata mercoledì restano in piedi i tre provvedimenti-simbolo della manovra. Non solo quello sulle pensioni, con Quota 100, non solo quello sul reddito di cittadinanza, ma anche la cosiddetta mini-Flat Tax al 15% che (ridendo e scherzando) viene sempre trascurata, ma riguarda 900mila persone con partita iva. Tuttavia il grande dubbio del giorno dopo è questo: dove e come è avvenuto il famoso ultimo taglio che ha portato il saldo complessivo al 2.04% di deficit? Il governo - come è noto - secondo le interpretazioni più gettonate ha accettato di tagliare i famosi tre miliardi che mancavano dalle due misure simbolo: Quota 100 e reddito. E gli analisti dei principali quotidiani oggi spiegano: il reddito partirà dopo la data in cui era stato effettivamente previsto, e questo produrrà un risparmio sulla cifra totale stanziata, che avrebbe dovuto coprire tutto il primo anno di erogazione.

Le pensioni

Lo stesso ragionamento si fa per le pensioni: per via delle cosiddette “finestre” di uscita e grazie al fatto che è previsto il divieto di cumulo tra reddito e lavoro fino a 67 anni (l’età in cui senza riforma si andrebbe in pensione con la Fornero) è stata ridotta la spesa prevista per il primo anno a 4,5 miliardi di euro. In realtà, come abbiamo scritto su Tiscali in questi mesi, sia in pubblico che in privato il sottosegretario Durigon spiegava ai giornalisti sia il meccanismo delle “finestre”, sia il divieto di cumulo fino a 67 anni in caso di ritiro anticipato. Così come - sul terreno del Reddito - la sottosegretaria Castelli raccontava che l’erogazione sarebbe partita dal primo aprile e che la platea dei 5 milioni di potenziali aventi diritto sarebbe stata ristretta con dei criteri di esclusione che riducono il reddito, ad esempio nella parte della quota riservata a chi non ha una casa (e sottratta a chi invece ha la casa).

Quanto alla mini-Flat Tax

Quanto alla mini-Flat Tax: cancellerà tutte le altre detrazioni e di fatto allargherà il regime dei minimi a tutti coloro che con partita iva dichiarano da 30 a 65 mila euro: chiunque si trovi tra queste due quote di reddito, dunque, deciderà se vuole aderire o meno, in questo caso rinunciando a ogni detrazione (Fino a 100mila euro pagando il 21%). Allo stesso modo, chi deciderà se andare in pensione o meno (a seconda della sua personale utilità), esattamente così come chiunque si trovi nel bacino dei 5 milioni di italiani più poveri deciderà se “autodenunciarsi” o meno, sottoponendosi sia al controllo sui conti correnti, sia alla registrazione digitale, che alla presentazione dell’Isee che sono necessari per essere accreditati e avere attivata la card con il reddito (che probabilmente sarà un anonimo postamat).

C’è anche un po’ di ‘fumo’

Ecco perché l’escamotage, che solo a prima vista non si vede, è stato questo. I ministri e i sottosegretari del governo gialloverde già da due mesi raccontavano una versione meno ambiziosa e soft dei loro tre provvedimenti, mantenendo in manovra dei saldi che in realtà comprendevano dei margini più alti. Quando si è chiuso l’accordo, coloro che seguivano i provvedimenti hanno ridotto le erogazioni alla misura di quello che già stavano raccontando da tempo. Sulle pensioni d’oro, poi è stata introdotto un contributo di solidarietà indicizzato (fino al 12,5% per chi guadagna più di 350mila euro) che io considero addirittura positivo. E poi c’è anche un po’ di fumo: ad esempio il gettito di 1 miliardi (!) che il governo scrive di voler incassare dalla cessione di patrimonio pubblico prevalentemente immobiliare.

Una previsione come minimo ottimistica (per chi conosce i precedenti) e che comunque ha un valore relativo, visto che le vendite di patrimonio vanno a ridurre il debito ma non il deficit sul corrente. Ovvero: se vendi un terreno di campagna puoi usare il ricavato per abbattere il capitale del tuo mutuo, ma questi soldi non intaccano il tuo regime di entrate/uscite. Infine il governo ha aggiunto una piccola tassa sui prodotti digitiamo (meno male) e tagliato sulle cosiddette “Tax expenditures”, ovvero nella piccola giungla di bonus e detrazioni che si è prodotta in questi anni, soprattutto durante l’era renziana: misure che danno beneficio immediato a categorie mirate, ma sono tante e in termini relativi costano molto. Un altro trucco è stato questo: la revisione del Pil stimato in manovra dall’1,5 allo 0.9% ha ridotto di mezzo punto il gettito atteso, ma anche la correzione richiesta da Bruxelles, dello 0.2%. Poi sono stati tagliati alcuni investimenti pubblici, da un lato, ma si è recuperata possibilità di spesa con un 0.2% di flessibilità per interventi strutturali sul territorio: quasi 2 miliardi allo 0.9% stimato. Un ultimo trucco: tutto l’accordo poggia su stime fatte con lo spread a 270. Con il calo che è già in atto (siamo già a 250 perché i mercati hanno creduto all’accordo) si liberano delle risorse.

Nessun terremoto

Quindi nessun terremoto: perché - giusto o sbagliato che sia - il governo ha fatto muro per preservare i suoi provvedimenti-bandiera nella forma in cui li aveva raccontati, non in campagna elettorale (dove si parlava di reddito Universale e di quota 100 senza vincoli!), ma negli ultimi due mesi quando i conti erano già circoscritti ai vincoli invalicabili del Def. E qui ha ragione Cottarelli: secondo voi a Bruxelles non se ne è accorto nessuno? Ovviamente no, perché questo era impossibile, date le vecchie volpi che sedevano intorno a quel tavolo: Moscovici i trucchi li conosce tutti, proprio come Junker, uomo di numeri e di cavilli procedurali e finanziari. Potranno piacere o meno, certo non sono due sprovveduti. L’Europa - quindi - ha fatto finta di non vedere ciò che al governo serviva per salvare l’essenza delle sue promesse. Il governo ha fatto finta di non aver mai mutato le sue posizioni e ha accettato onerose clausole di salvaguardia (per 9.5 miliardi) ma aveva già costruito la ridotta su cui voleva trincerarsi. Ma soprattutto: la commissione ha fatto la voce grossa contro gli “imbroglioni italiani” e “i piccoli Mussolini” (raccogliendo repliche e sparate dello stesso tenore) facendo finta di non sapere di essere in scadenza e con gli scatoloni già sul tavolo.

I “Babbi Natale”

Il governo (con Di Maio e Salvini) ha parlato di “Babbi Natale” e ha gridato 2.4% dal balcone, ma poi ha mandato a Bruxelles un “poliziotto buono” (Conte) che andava a cena, trattava e firmava. Il governo ha “comprato tempo”, dunque, spostando le rogne alle clausole di salvaguardia. Fino a quando? Almeno fino alle elezioni europee, quando la sua posizione contrattuale potrebbe (anche se nulla è sicuro) migliorare per effetto dei nuovi rapporti di forza. Il tempo dirà, tra i due contrattatori illusionisti, chi ha di fatto messo in scena meglio il suo gioco di prestigio. Ma questo patto fa una vittima, l’opposizione del Pd e di Forza Italia: perché di sicuro adesso sarà difficile esaltare il rigore dell’Europa e criticare i gialloverdi perché fanno “troppo poco”. D’ora in poi o stai con il rigore, contro l’Italia, o stai con la spesa - qualunque essa sia - contro la Commissione.