Rimpasto. Crisi di governo. Governissimo. La ‘vecchia’ politica torna a farsi sotto e assediare un premier stanco

Mentre i dati sulla mortalità a causa del coronavirus rallentano, Conte deve fronteggiare i suoi avversari. Che tornano all'attacco

Rimpasto. Crisi di governo. Governissimo. La ‘vecchia’ politica torna a farsi sotto e assediare un premier stanco

Mentre i dati sulla mortalità, la pervasività nel contagio del Covid19 rallentano, almeno in Italia, Giuseppe Conte, inizia a sentire risuonare, attorno a se, parole della ‘vecchia’ Politica, quella che andava in onda, tutti i giorni, ‘prima’ dell’irrompere sulla scena pubblica della Grande Mietitrice. Parole come rimpasto, cabina di regia, governissimo che, ovviamente, suonano strane e fastidiose, alle orecchie di Conte, ma tant’è: la Politica, e i suoi antichi stanchi, logori, ma sempre uguali a se stessi, riti lo incalzano da vicino.

La ‘cabina di regia’ per ora è partita, ma a singhiozzo

Il premier – molto poco convinto e per nulla entusiasta di doversi trovare di fronte, tra i tanti problemi che ha e che lo assillano, Salvini, Meloni e Tajani in formato ‘mascherina’, - ha dovuto cedere alle pressioni dei suoi partner di governo (Pd e M5S) e soprattutto a quelle del Colle più alto. E ha concesso quel confronto “più intenso” con le opposizioni che aveva citato nel suo intervento al Senato il 26 marzo (alla Camera neppure l’aveva citato, se lo era scordato – sic -, poi una telefonatina glielo ha fatto reinserire nella replica al Senato). E così, ieri, ma un’altra ce ne sarà anche oggi e una prima si era tenuta l’altro ieri, è stata apparecchiata una nuova riunione della ‘cabina di regia’ tra il governo e l’opposizione parlamentare sul decreto di aprile, quello che prevede nuovi aiuti economici a imprese e famiglie, e che, appunto, si chiama – davanti alle masse – ‘Cura Italia’ bis. 

A coordinare i lavori c’è lo stellato, di rito dc, D’Incà 

A coordinare la videoconferenza con i capigruppo e i responsabili economici di Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia, è il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D'Incà (M5S), ufficialmente incaricato da Conte di costruire un più intenso percorso di condivisione con la minoranza. E proprio D'Incà – antica sapienza da ex moroteo dc del Veneto, uno abituato a ‘sopire e troncare’ che starebbe bene, e a suo agio, dentro Base riformista, la corrente degli ex renziani moderati del Pd guidati dal ministro Guerini, un altro sapiente ex diccì a tutto tondo - commenta così l'esito della riunione, durata circa due ore: “E' stato un confronto intenso e costruttivo”. Amen, parce sepulto, il confronto, si potrebbe dire perché maggioranza e opposizione (c’era anche una delegazione del partitino di Toti, sic..) non si sono trovati d’accordo su nulla o quasi, anche se alcune proposte delle opposizioni potrebbero essere assorbite , sotto forma di emendamenti al Cura Italia, mentre altre dirottate sul dl liquidità e sul decreto di aprile. 

Le promesse di Boccia e quelle di Misiani&Castelli 

Sempre ieri si è tenuta anche la riunione fra governo ed enti locali in videoconferenza dalla sede della Protezione civile. “È stato un ottimo confronto con Regioni, Anci e Upi – assicura il ministro agli Affari regionali Francesco Boccia - che si è svolto in un clima di lealtà e collaborazione”, ma gli attriti ci sono stati eccome. Basti pensare che le Regioni chiedono di gestire direttamente le risorse del Fondo Nazionale Politiche sociali: 900 milioni per il 2019/2020. 

La manovra di aprile sarà di almeno 50 miliardi 

Con Boccia, c’erano anche i viceministri all'Economia, la tignosa Laura Castelli e il pacioso Antonio Misiani. Sul tavolo c’era l'esame di una prima parte delle proposte segnalate dalle opposizioni e che dovrebbero essere inserite nel nuovo provvedimento economico di aprile, quello che punta a destinare una somma totale non inferiore a 50 miliardi di euro a famiglie, imprese e lavoratori, ma la riunione è stata aggiornata a domani, quando sarà presente anche il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri, mentre il cdm con le nuove misure del ‘decretone’ economico si terrà tra oggi e lunedì: è molto probabile che, come l’ultima scorsa, si faccia ‘notte’, oggi, a palazzo Chigi, per scriverlo.

Il retroscena. “Sono i tecnici del Mef a bloccare tutto”… 

Come racconta un protagonista del tavolo, “davanti a opposizioni, presidenti di regione e sindaci, tutti collegati in video-conferenza, funziona così: tutti i soggetti interessati chiedono tutto, come se non ci fosse un domani o come se l’Italia potesse stampare moneta per trovare tutti quei soldi. Poi Misiani (viceministro all’Economia in quota Pd, ndr.) e la Castelli (viceministro all’Economia in quota M5S, ndr.) promettono che ‘va bene, dai, vediamo, questa si può fare, questa forse, su questa dobbiamo riflettere, approfondire’. Infine, arrivano i tecnici del Mef, in particolar modo due, di stretta fiducia del ministro Gualtieri, ma lì da molti anni, vera e inamovibile ‘casta’, e dicono ‘questo no, questo no, quest’altro neppure, non ci sono le coperture, ci dispiace’”. Insomma, siamo al classico: la risposta da tempi ‘normali’ in tempi che, invece, sono eccezionali, con i tecnici del Mef che si comportano come l’Ue: calcolatori, freddi, disumani.

E le opposizioni, ovviamente, ne escono le più scontente di tutti, ma anche dentro Pd e M5S si borbotta e si mugugna.

Le opposizioni si fanno sotto e si mostrano fameliche

Inoltre, il problema di Conte si chiama ancora Salvini. Il leader della Lega – che torna ad affidare se stesso e il Paese intero al “cuore immacolato di Maria” (sic) – è tornato a risalire nei sondaggi mentre resta alta la Meloni. Persino Berlusconi e Forza Italia tornano a far parlare di sé. La Lega torna a crescere nei sondaggi e la pax da Covid19, che pure hanno garantito, nelle ultime settimane, durante i dibattiti ‘contingentati’ dentro le aule parlamentari, sta per andare a farsi benedire. Salvini non vuole sentire ragioni: gli emendamenti della Lega al ‘Cura Italia’, oggi in corso di discussione al Senato (aula convocata per l’8 aprile), vanno “discussi tutti, uno per uno, e non saranno ritirati”. Fratelli d’Italia, per l’antica logica dell’ ‘acca’ nisciun’ è fess’, ha deciso che, a questo punto, non ritira manco i suoi. E Forza Italia risponde con i propri. Ognuno dei tre partiti dell’opposizione di centrodestra vuole fare ‘la parte’ di chi, pur senza stare al governo, ha davvero “a cuore” gli interessi degli italiani. Quindi, chiede e ottiene visibilità, e ‘chi se ne frega’ se, in questo modo, il dl ‘Cura Italia’ non marcerà affatto spedito verso la sua conversione in legge, ma dovrà affrontare le secche della navetta parlamentare. 

Il centrodestra gioca al ‘più uno’ anche sul ‘Cura Italia’ 

E così i partiti del centrodestra giocano già al ‘più uno’, come se si trattasse di varare la consueta manovra di bilancio d’autunno: il governo stanzia ‘tot miliardi’ e l’opposizione (qualsiasi opposizione, lo faceva anche il Pd) ribatte che “non bastano, ne servono di più” oppure che “le priorità sono altre” o che “noi li avremmo spesi meglio” e via di questo passo. Per non parlare dell’‘anti-europeismo’ congenito della destra, che a destra si porta sempre bene, in ogni stagione, ma che è aiutato, va detto, da Bce, Paesi Ue e commissione Ue, sordi e ciechi davanti al virus pandemia, che non vogliono stanziare un cent più del dovuto o che si limitano a dare risposte ‘ordinarie’ in tempi straordinari. Morale: Salvini chiede di stanziare “500 miliardi e oltre”, la Meloni vorrebbe dare “mille euro” a ogni italiano e italiana (esclusi, si capisce, i cittadini extracomunitari residenti…) e FI chiede soldi a pioggia per tutti: partite Iva, agricoltori, professionisti, imprenditori, spazzini, medici, e via dicendo, ma – si badi bene – dice no “a ogni forma di patrimoniale”, presupponendo, forse, che i soldi crescano sugli alberi. 

“Così facciamo crack”: la denuncia del sindaco Ricci 

Del resto, è pur vero mancano i soldi per fare tutto: i sindaci non hanno i soldi per garantire il normale funzionamento dei loro comuni. Il sindaco di Pesaro, Matteo Ricci (Pd) – il primo a iniziare la distribuzione degli aiuti alle famiglie, indigenti storici (250 persone) e indigenti da coronavirus (2500) che consegna personalmente, nel suo comune - spiega che, per i comuni, lo Stato deve sborsare “almeno 4 miliardi, non il miliardo promesso, altrimenti la metà di noi va in bancarotta perché da mesi non riscuotiamo più le tasse ma dobbiamo pagare ugualmente il personale e i servizi”. Autonomi e partite Iva chiedono di avere molto di più della – vera – elemosina dei 600 euro varata dal governo a marzo mentre gli agricoltori chiedono di reintrodurre i voucher, gli imprenditori di riaprire le fabbriche, il mondo del cinema e dello spettacolo chiede sussidi, il turismo annuncia il crack, e via discorrendo, in quanto a cahiers de doleances di tutti. 

La tensione, tra Conte e Gualtieri, inizia a crescere… 

Inoltre, si registra una crescita del ‘picco’ di tensione tra il premier e il suo ministro all’Economia, Roberto Gualtieri, con cui, fino a ieri, andava d’amore e d’accordo. Le novità che attendono il cdm che dovrebbe tenersi oggi riguardano tre punti: il cd. “dl liquidità” (per le imprese), il decreto scuola, l'estensione del golden power annunciata da Riccardo Fraccaro. Ma la strada, però, resta in salita. 

E se il governo sembra imboccare la via di un non facile dialogo con le opposizioni, lo spettro di nuove tensioni, anche dentro la maggioranza, si affaccia quando si inizia ad affacciare l'ipotesi di una task force sulle ‘riaperture’. 

Anche il Mes torna a essere un terreno di scontro 

Inoltre, sullo sfondo, c’è l'Eurogruppo di martedì dove è tutt'altro scongiurata la possibilità che sul tavolo dei ministri economici dell’Unione finisca l'utilizzo del Mes. Con l’M5S che fibrilla e va in piena ebollizione perché, sul punto, la pensa come Salvini, la Meloni, etc (‘no’ al Mes). Del resto, l'idea di un "Mes light" non convince Conte e spaventa il M5S, ma potrebbe essere il cavallo di Troia per ottenere almeno, per finalità specifiche, quei Covid-bond comunitari che restano la stella polare del governo Conte. 

La corsa contro il tempo per il cdm di domenica notte… 

Nel governo, intanto, è partita la corsa contro il tempo per arrivare al Cdm già stasera, lavorando l’intera domenica, ma il dl liquidità non è pronto ed è possibile quindi che la riunione del consiglio dei ministri slitti a lunedì. Ed è su questo decreto che persistono ancora difficoltà tecniche e politiche di varia natura e tutte dentro la maggioranza. Innanzitutto, sull'entità della garanzia statale per i prestiti bancari alle aziende. Iv chiede una garanzia al 100%, trovando sulla stessa linea anche il M5S, in un inedito asse, ma il titolare del Mef Roberto Gualtieri frena e in serata concede solo che “la garanzia sarà al 100% per i prestiti fino a 800mila e aumenteremo al 90% per i prestiti fino al 25% del fatturato”. La differenza è sensibile perché una garanzia al 90% non esonera le banche dalle procedure di verifica delle solvibilità tipiche dell'erogazione dei prestiti, rischiando di ritardare l'erogazione della liquidità. 

Il pressing di Iv e M5S sulle garanzie di Stato ai prestiti 

Altro tema aperto è come garantire i prestiti. Il M5S spinge perché le garanzie arrivino attraverso Cassa Depositi e Prestiti, ma nel Mef si è fatta spazio l'idea di usare Sace, controllata di Cdp che, a quel punto, verrebbe trasferita direttamente sotto l'egida di via XX settembre. Idea che, al Movimento, proprio non piace. Così come i Cinque Stelle guardano con un certo scetticismo all'istituzione di quella task force sulle riaperture caldeggiata da giorni dal Pd. “Dovrà essere fatta da gente che sa costa sta accadendo, professionisti, imprenditori. Non serve l'Accademia”, avverte il ‘reggente’ Vito Crimi. “Serve in tempi rapidi una cabina di regia con scienziati, amministratori, categorie. Bisogna coinvolgere tutti” rilancia invece il capogruppo dei dem al Senato, Andrea Marcucci. Conte, spiegano fonti di governo, ha dato piena disponibilità a una condivisione delle scelte sulla ripresa, ma, più che di cabina di regia in senso istituzionale, a Palazzo Chigi preferiscono parlare di ‘raccordo’ con i principali attori coinvolti, partiti e non. 

I due pilastri del nuovo dl di aprile: imprese e famiglie 

Famiglie e imprese sono dunque i due pilastri che sorreggeranno il decreto di aprile che il Cdm dovrebbe varare fra oggi e lunedì con l'obiettivo di dare ossigeno a imprenditori e lavoratori piegati dall'emergenza coronavirus. Il cuore del decreto saranno i finanziamenti per garantire i prestiti delle banche alle imprese: circa 10 miliardi in grado di iniettare nel sistema economico 200 miliardi di euro. Una mossa che non vede tutti d'accordo: il braccio di ferro fra il Pd e Italia Viva, avente per oggetto la quota del prestito da garantire, è stato lungo e faticoso. “Non c'è nessun braccio di ferro sulla quota di garanzia per i prestiti alle imprese. Il Pd lavora per assicurare alle imprese liquidità nel più breve tempo possibile”, sottolineano fonti del Pd per cercare di smorzare i toni. 

Ma il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, ha spiegato in una intervista che “la nostra proposta ha come punto centrale il fatto che lo Stato dia alle banche la garanzia al cento per cento e le banche automaticamente bonifichino sul conto corrente delle partite Iva, tutte, purché siano piccole e medie, sotto i 40-50 milioni di euro, fino all'equivalente del 25% del fatturato dello scorso anno”. 

Il dibattito sulla golden power infiamma gli animi 

Alle imprese guarda anche il provvedimento sulla golden power per le realtà italiane più 'appetibili' dai mercati esteri: siamo diventati fragili e altri Stati o singoli speculatori potrebbero tornare a considerarci come terra di conquista. Il leader della Lega, Matteo Salvini, dice di aver chiesto al governo “di approvare la Golden Power, cioè che l'Italia possa dire no alla possibilità di acquistare da parte straniera”, ma il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, spiega che la norma è già pronta e sarà approvata nel primo provvedimento utile: “L'emergenza Coronavirus non metterà a rischio il nostro patrimonio produttivo e industriale” aggiunge Fraccaro. 

L’altro punto di dissidio è il reddito di cittadinanza 

Intanto, il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, precisa che varrà anche per le piccole e medie imprese e avrà effetto anche per i tentativi di acquisizione provenienti dall'area euro. Una scelta, quella del governo, che raccoglie il plauso quasi unanime delle forze politiche, da Giorgia Meloni al Partito Democratico. Forze politiche concordi anche sulla necessità di prevedere l'estensione del Reddito di cittadinanza, seppure declinato in maniera diversa da partito a partito. Matteo Renzi e Matteo Salvini, ad esempio, vorrebbero evitare l'effetto ‘paghetta’, ovvero che la misura messa in campo dalla ministra del Welfare, Nunzia Catalfo, inneschi meccanismi assistenzialisti. Per questo il leader di Italia Viva chiede che l'applicazione della misura sia ben delimitata nel tempo e nella scelta dei percettori. Il Partito Democratico, sottoscrivendo la proposta, suggerisce di far scadere il provvedimento ad agosto. Complessivamente, il pacchetto lavoro varrà circa 15 miliardi e, oltre al Reddito di Emergenza, prevede l'ampliamento della Cassa Integrazione (che ora copre solo 9 settimane); aumentare e prorogare l'indennità per gli autonomi da 600 a 800 euro, fino al mese di maggio, etc. 

Dentro la maggioranza tornano a sentirsi diversi spifferi 

Il guaio è che tutta l’impalcatura inizia a scricchiolare. La triangolazione tra Giuseppe Conte, il comitato tecnico scientifico e i due commissari – visti come una sorta di decisori di ultima istanza nelle conferenze stampa delle 18 – alla Protezione civile, Borrelli e Arcuri, è stata accettata di buon grado nelle fasi più convulse della crisi, ma non lo può essere nella programmazione e nella gestione della pur prudente e progressiva riapertura. Il Pd ha notato errori e contraddizioni della fase emergenziale, senza per questo criticare Palazzo Chigi per non destabilizzare Conte, ma ora, alla luce degli ultimi giorni, i dirigenti dem hanno tirato una linea: “Serve un cambio di passo” dicono.

Il Pd chiede “un cambio di passo” e la cabina di regia

Senza toni polemici e marcando la sostanziale differenza con Matteo Renzi, i dem hanno iniziato la manovra per ricalibrare l’attuale filiera decisionale. “Servirà una cabina di regia per ritornare alla normalità”, ha spiegato in una conferenza stampa Nicola Zingaretti, ovviamente non riferendosi a quella già in atto con le opposizioni, ma a una sorta di ‘cordone sanitario’ da erigere intorno al premier. Renzi, invece, proprio come Salvini – che lo invoca in modo aperto e scoperta – ‘sogna’ un governissimo guidato da Mario Draghi per affrontare la nuova fase in arrivo, prima o poi, quella della ‘ricostruzione’. “Conte è del tutto inadeguato e incapace di farlo, non ne sarebbe all’altezza”, dicono i renziani mentre i leghisti annuiscono convinti.