Al governo è tempo di “scambi”. Bonafede verso il passo di lato sulla prescrizione e diventa Capo delegazione M5s

Ma chi controllerà chi? Giornata di contatti tra Pd e M5s. Ma l’auspicio di Conte per un’alleanza tra i due partiti sembra naufragare per colpa dei paletti alzati da Crimi e dall’assemblea. Il ddl Costa torna in Commissione. Iv, contraria, insiste con il lodo Annibali: rinviare di un anno la legge Bonafede.

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede
Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede

C’è aria di aggiustamenti tra palazzo Chigi e Parlamento. Più o meno dignitosi. Più o meno espliciti. Certamente significativi e figli del voto di domenica. Sulla giustizia, tra prescrizione e tempi certi dei processi, il Conte 2 potrebbe farsi male, nonostante l’Emilia Romagna. Allora la maggioranza prende tempo: il Movimento 5 Stelle mette da parte i toni rivendicativi; col Pd decidono di rimandare il ddl Costa sulla prescrizione in Commissione giustizia; Italia viva si astiene, fa da controllore (“il Pd ci segua sui temi riformisti, basta populismo filo 5s” è stato l’invito di Matteo Renzi), offre un’arma – il lodo Annibali - e gli dà dieci giorni per decidere. Sulla revoca delle concessioni autostradali, un altro dossier infido per palazzo Chigi, al viceministro delle Infrastrutture Giancarlo Cancellieri (M5s) scappa detto che “nessuna decisione è stata ancora presa: noi spingiamo per la revoca ma può sempre accadere che questa venga fermata”. Un’apertura impensabile fino a tre giorni fa seppure subito corretta via Facebook a favore di social. Ma l’apertura a non revocare bensì a studiare una modalità di risarcimento (taglio tariffe?) esiste. In attesa che poi l’inchiesta concluda in tempi ragionevoli il suo iter consegnando i colpevoli alla giusta pena. Sono, sarebbero, entrambi ripensamenti importanti per il Movimento, tanto sulla prescrizione quanto sulla revoca ad Atlantia.

Il capodelegazione a 5 Stelle

Passi indietro che spostano l’asse del governo verso il Pd e la linea Conte. Da gestire con il tratto della dignità e non con quello dell’umiliazione. Casca così a fagiolo, in serata, la nomina del ministro Alfonso Bonafede a capo delegazione del Movimento al governo. Il ministro, che prende il posto di Di Maio, è stato eletto per acclamazione dalla squadra di governo. Per tre motivi. E’ un “duro”, un fedelissimo della linea Di Maio e cioè “né a destra né a sinistra, noi siamo la terza via, l’ago della bilancia”, una garanzia per la storia breve del Movimento. Un buon traghettatore, un tipo naturalmente “concavo e convesso”, che è quello che serve ora al Movimento. E soprattutto uno che Conte non può tradire o disconoscere visto che è stato Bonafede a selezionarlo come “ministro per la Funzione pubblica” nel dream team del marzo 2018. Infine, alla luce di ciò che sta accadendo sul dossier giustizia, l’incarico è anche un modo per risarcire Bonafede del passo indietro sulla prescrizione che in un modo o nell’altro dovrà per forza arrivare. Della serie: fai un passo indietro ma sei tu che dai la linea.

Cambia tutto

In tre giorni cambia tutto, toni, lessico, contenuti, ruoli. C’è stato un “prima” – prima del voto in Emilia Romagna – e c’è un “dopo”: la vittoria del Pd, la liquefazione del Movimento 5 Stelle, la “sconfitta” della Lega. E, soprattutto, della strategia di Matteo Salvini. Ha tentato, per la seconda volta in sei mesi, di andare al governo, di riportare i suoi, che scalpitano, nella stanza dei bottoni da dove furono scalzati via senza preavviso l’8 agosto. Per la seconda volta ha fallito. E ora si stanno chiudendo in fretta una dopo l’altra tutte le finestre per andare al voto. Ci potrebbe essere ancora una possibilità fino al 29 marzo, giorno del referendum sul taglio dei parlamentari. Due mesi circa. Una volta approvato il taglio, infatti, nessuno dei 945 parlamentari favorirà una crisi di governo consapevole che 445 di loro non torneranno mai più in Parlamento. Ma si tratta di una finestrella, “un abbaino carico di neve” e quindi molto difficile da aprire, riflette un senatore della Lega. A meno di un autogol pazzesco da parte della maggioranza. O una buccia di banana che, se non sei veloce di piedi e abile di riflessi, può anche risultare fatale.

Il paradosso del Movimento

Rien ne va plus, direbbero con gergo da tavolo da gioco. E in realtà, più di un leader politico in questi mesi ha giocato d’azzardo. Ma ora i giochi sono fatti. E il Parlamento, ieri tornato operativo dopo l’attesa delle regionali, ne è stato lo specchio più fedele. Mettendo a nudo il paradosso di un governo in cui la forza di maggioranza numerica – i 320 parlamentari 5 Stelle – si è ormai liquefatta tra gli elettori e ora deve trovare il modo più dignitoso per restare al governo annullandosi, nei fatti, nella forza predominante, cioè il Pd. La difficoltà principale adesso è tutta qua: tenere vivo il simulacro del Movimento al governo inducendolo però a fare marcia indietro rispetto ad una serie di cose che il Pd e soprattutto Italia viva non possono accettare. Assorbirlo senza però umiliarlo. Una sfida difficile, un percorso non breve. Ma anche il Pd, e Conte ormai totalmente al fianco di Zingaretti (“sarà lui il premier fino al 2023”) e Franceschini, sa bene che non può galleggiare (glielo ha ricordato ieri anche il Quirinale ieri) e che deve governare e mandare avanti i dossier. Possibilmente, gli ricorda ogni secondo Matteo Renzi, in chiave “riformista”, “illuminata” e non solo “ideologica”.

Diversamente Bonafede

Quanto è successo ieri tra relazione sulla giustizia del ministro Bonafede e la prescrizione è illuminante. E paradigmatico. Il ministro ha illustrato al Parlamento, prima alla Camera, nel pomeriggio al Senato, le linee guida sulla giustizia nell’anno appena cominciato: investimenti per 9 miliardi; le pendenze nel Civile in calo del 2,8% nell’ultimo anno (-10% in dieci anni) con il contatore dei processi pendenti che si ferma a tre milioni e 329 mila; i 350 milioni in più per l’edilizia penitenziaria; i circa 19 mila detenuti già “reinseriti” grazie a 70 protocolli con enti locali. Solo un “accenno” a quelli che sono i nervi scoperti del dossier giustizia, riforma del processo penale e prescrizione su cui “c’è un confronto aperto visto che ci sono divergenze nella maggioranza. Nessuna plateale rivendicazione dello “spazzacorrotti” la legge contro la corruzione che porta la sua firma, che tanto agitò il Conte 1, una piaga “contro cui è sacrosanto oltre che un dovere morale combattere”. Stessi toni moderati sulle intercettazioni “per cui è stato trovato un equilibrio tra indagini e privacy”. Anche sul Csm, travolto a giugno da un’inchiesta devastante, rimasto in piedi solo per l’impegno del presidente Mattarella e oggetto di una corposa riforma, Bonafede non ha affondato la lama e si è limitato ad un evergreen: “Garantire l’indipendenza e l’autonomia della magistratura rafforzando la separazione tra politica e magistratura”. Insomma, se i modi sono sostanza, quello visto ieri in aula è stato un ministro “diversamente Bonafede”. Né polemico né rivendicativo. Governativo. “Democristiano” prendevano atto i suoi colleghi deputati commentando la relazione.

La mediazione

La sera prima il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà ha organizzato una riunione preliminare tra il ministro e i responsabili giustizia delle forze di maggioranza. Sul tavolo la Relazione in modo che se ci fossero state asperità e/o passaggi indigeribili, ci sarebbe stato tutto il tempo di intervenire. In caso contrario, se cioè Bonafede avesse usato la Relazione sulla giustizia per alzare le solite bandierine, Italia viva non avrebbe votato la relazione. Pessimo inizio per la Fase 2 del governo Conte2. Tra una limatine e una correzione, non è stato necessario. E per quanto la Relazione sia stata definita dalle opposizioni “750 pagine di nulla cosmico” o anche il “generico rigirato”, va detto che non è stata usata come arma per rivendicare lo spazzacorrotti o la prescrizione. Anzi.

Il mezzo passo indietro di Bonafede

Anche Bonafede ha capito che adesso è necessario frenare. Comunque non irritare gli animi dei colleghi di maggioranza visto che sulla prescrizione infinita (in vigore dal primo gennaio) e la riforma del processo penale (con tempi certi, finalmente), l’accordo è ancora lontano. Così ieri pomeriggio, licenziata la Relazione con 300 voti a favore (compresa Italia Viva) e 200 contrari, l’aula è tornata ad occuparsi del disegno di legge Costa (Enrico, Forza Italia) che cancella in radice la riforma Bonafede e che avrà il voto favorevole del gruppo di Italia Viva, contro la sua stessa maggioranza “perché la prescrizione infinita è la negazione dello stato di diritto, un fine processo mai indegno di una paese civile”. Stando così le cose – con gli avvocati delle Camere penali e del Consiglio nazionale forense in piazza Montecitorio a protestare contro Bonafede, M5 se Pd – l’unica scappatoia accettabile è sembrata quella del rinvio. Il ddl Costa è tornato in Commissione. A fare cosa non è ben chiaro. “C’è un cantiere aperto, si discute, siamo coerenti con quello che ha detto Bonafede” hanno motivato i grillini. Il “cantiere” era in realtà chiuso e sprangato da giorni. Italia viva si è astenuta (il rinvio in Commissione va votato). E ha condizionato le sue prossime mosse ad una verifica in tempi brevi. Dieci giorni, più o meno. Il partito di Matteo Renzi ha già pronta una soluzione. Negli emendamenti al decreto Mille proroghe che va in aula tra dieci giorni ci sono due emendamenti, prima firmataria Lucia Annibali, che chiedono di rinviare l’entrata in vigore della prescrizione Bonafede. Si tratta di congelarla (è già in vigore) e di rinviarla di un anno, a gennaio 2021. Una via d’uscita di buon senso. A costo zero. Gli avvocati approvano e ringraziano.

Col Pd o terza via? Decisione in alto mare

L’elezione di Bonafede arriva intorno alle nove e mezzo di sera. Poi la delegazione di governo lascia palazzo Chigi e raggiunge i gruppi parlamentari riuniti alla Camera per la plenaria. Uno sfogatoio che va avanti fino alla mezzanotte e misura alla perfezione la confusione che regna nel Movimento. C’è chi non è convinto per l’elezione di Bonafede: “E’ come Di Maio, odia il Pd…” dice un deputato; “ma no, figurati, Bonafede è uno che trova sempre la mediazione” lo corregge un senatore”; “ma così ha perso Fico, i richiami e i riformisti filo Pd…”; “ma quando mai, Bonafede è il clone di Conte, quel genere lì che si adatta a tutto…”. Commenti più o meno entusiasti. Qualcuno è rimasto orfano di Patuanelli, il ministro dello Sviluppo economico che molti avrebbero preferito come capo politico sia per i modi che per la visione. Crimi, successore di Di Maio alla guida del Movimento, si preoccupa - ha garantito - di “riaccendere la scintilla della passione degli attivisti”, si esalta (“sono qui per accompagnarvi con il massimo dell’inclusività e dell’ascolto”). Un tempo non volava una mosca in queste assemblee. Temevano anche di dire nome e cognome. Del resto, oggi come allora c’è chi (Toninelli) indica come colpevoli “di tutto questo i colleghi parlamentari che parlano con i giornalisti”.

Lo sfogatoio

Insomma, uno sfogatoio zeppo anche di pettegoli delatori. Il fatto è che salgono richieste diverse.“Va bene il taglio delle tasse ma la gente vuole sapere come ci posizioniamo” ha detto Paolo Lattanzio tifoso dell’alleanza strutturale a sinistra. “No all’intesa col Pd” ha ribadito Michele Gubitosa, deputato vicino a Di Maio, “o terza via oppure il Movimento muore. E’ chiaro che il Pd ci vuole prosciugare, non cadiamo nella trappola”. E quando altri hanno provato a dire che occorre valutare di nuovo l’alleanza col Pd nelle prossime regionali, il solerte Crimi ha subito indetto la votazione su Rousseau per i candidati ai consigli regionali. In pratica una porta in faccia all’appello di Conte e Zingaretti. Difficile dire se prevarrà la mozione “terza via” o quella “alleanza con il Pd”. Sui territori, ma anche in Parlamento, sembra essere maggioritaria l’opzione alleanza col pd. I grillini discutono. E questo è sempre un bene. Ma una cosa è certa: il governo non può stare fermo, paralizzato altri due mesi, fino agli Stati generali ormai spostati a dopo il referendum del 29 marzo. La paralisi figlia delle liti continue è l’unico jolly che Salvini conta di avere ancora in tasca.