[Il retroscena] Il golpe di Mara per contrastare Salvini finisce per spaccare Forza Italia. Arcore teme l’opa sul partito

A poche ore dalla chiusura delle liste, la candidatura della vicepresidente Carfagna smuove le acque, insospettisce i berluscones e agita il leader leghista

Mara Carfagna
Mara Carfagna

La ragazza che è stata miss ha studiato – in questi dieci anni sempre in giro con pile di documenti sotto il braccio – ha tirato fuori le unghie, ha riempito la bellezza di grinta e sostanza, sa rispondere a tono,  ha una sua empatia innata, tiene l’aula di Montecitorio – è vicepresidente - come l’avesse sempre fatto. Soprattutto è lei, Mara Carfagna, l’anti-Salvini, l’anti-Toti e da ieri sera anche l’anti-Tajani. Definirlo, come qualcuno ieri ha provato a fare, “un golpe contro Berlusconi” sembra sbagliato più che azzardato.  Di sicuro l’operazione Carfagna – “sono disponibile a candidarmi per le Europee, se serve ci metto la faccia” - è un tentativo di drenare voti e preferenze, lei che gode di un suo largo consenso,  in favore di Forza Italia. A poche ore dalla chiusura delle liste (stasera entro le 20) è stato il colpo di scena che ha fatto scorrere un po’ di sangue bollente nelle vene di un partito esangue che gioca il tutto per tutto nelle urne delle elezioni europee.

Scontro istituzionale su mari e porti chiusi

E’ stato il capitolo più inaspettato in una giornata che ha visto proseguire lo scontro dentro la maggioranza tra Salvini e Di Maio che si è ribellato alla Direttiva del Viminale per chiudere i porti e le acque territoriali. Una ribellione tardiva, che avrebbe visto schierato anche lo stato maggiore della Difesa, visto che la Direttiva, nella sua prima formulazione risale a metà marzo, oggi è stata solo aggiornata per vietare il mare anche alle navi delle ong italiane.  Un mese fa la ministra Trenta e il ministro Toninelli, cui la Direttiva era indirizzata, avevano invece taciuto sulla rivoluzione di quelle disposizioni. Si vede che la campagna elettorale ha fatto aprire loro gli occhi. Ma invano: Salvini ha dalla sua le informazioni dei libici e della nostra intelligence che dicono che Isis e trafficanti di uomini possono approfittare del caos libico per far affari e esfiltrare dalla Libia i terroristi rinchiusi, almeno 500, nelle carceri libiche. Più che sufficiente per dichiarare “indesiderato” ogni trasporto clandestino di migranti. E quindi per chiudere il mare italiano alle navi delle ong che trasportano migranti soccorsi in mare. Lo scontro ieri ha cercato di coinvolgere, invano, persino il Quirinale. E Salvini ieri sera è potuto arrivare all’incontro con i gruppi parlamentari stringendo nelle mani il trofeo della Direttiva su porti e mari. “Perché le politiche sull’immigrazione e la tutela dei confini dipendono esclusivamente da me” ha rivendicato.

Fin dove arriveranno?

Prepariamoci perché i prossimi quaranta giorni, da qui al 26 maggio, saranno così e forse anche peggio. E lo strappo, con relativa crisi di governo, è una delle opzioni da qualche giorno sul tavolo. Ma Salvini deve guardarsi anche in casa, cioè nel centrodestra.  Non da Fratelli d’Italia – con Giorgia Meloni è ormai quasi una simbiosi – ma da Forza Italia. E se ieri Giovanni Toti, il governatore della Liguria un tempo delfino di Berlusconi, ha “leccato” il pesto ligure, direttamente con il pane e dal mortaio allestito nel ristorante della Camera, lanciando il “patto del pesto”, Mara Carfagna gli ha fatto andare per traverso il pane, il pesto e pure il caffè.

La scelta di Mara

Due o tre cose da sapere, in premessa. Carfagna è una fedelissima di Silvio Berlusconi, non farebbe un torto al fondatore neppure sotto tortura. In undici anni in Parlamento, esordì alla Camera e al governo come ministro nel 2008, è molto cresciuta politicamente, ha creato un proprio seguito e da tempo il suo nome gira come candidata o anche coordinatrice del partito. In tutto ciò, negli ultimi mesi, ha definito il suo ruolo in difesa dei moderati e nemica dei sovranisti, sa tenere testa a Salvini e ha svelato il presunto “doppio gioco” di Giovanni Toti teorizzatore del partito unico con Salvini. Un mesetto fa il suo nome era circolato per fare da apripista e catalizzatore di voti per le Europee (per cui valgono le preferenze e conta molto il nome del candidato). Poi però il comitato di Arcore, affidato anche a Licia Ronzulli e Niccolò Ghedini, ha deciso: Berlusconi capolista in 4 circoscrizioni (nord-est; nord-ovest; sud e isole) e Tajani, il successore designato e presidente del consiglio europeo, al centro. A parte l’ingaggio di Irene Pivetti, scippata alla Lega, e la conferma di Alessandra Mussolini, nelle liste di Forza Italia, tecnicamente già chiuse, non ci sono particolari guizzi. Tutto, quasi tutto, è affidato al potere di seduzione politica che ancora può esercitare Silvio Berlusconi.

Questo tranquillo tran-tran è stato scosso ieri pomeriggio, poco dopo le 15, quando due deputati del sud, il campano Russo e il calabrese Occhiuto hanno proposto la candidatura di Mara Carfagna. E lei ha risposto, “a disposizione”.

“Tajani non basta”

I due deputati hanno proposto, pubblicamente, un ragionamento di questo tipo: la campagna elettorale di Forza Italia si giocherà “soprattutto al sud, dove i margini di miglioramento per il nostro movimento sono alti”. Ecco perché, “le liste oltre a valorizzare il partito, l’impegno personale di Berlusconi e la classe dirigente locale devono coinvolgere la classe dirigente nazionale che deve metterci la faccia”. L’obbligo di alternanza uomo/donna “ci può nello specifico aiutare”. Scendano allora in campo i big, hanno chiesto i due deputati, “si metta in gioco chi può raccogliere più preferenze, a cominciare da Mara Carfagna che in passato ha dimostrato grande radicamento elettorale al sud”.  Pochi minuti dopo l’ex ministro ha risposto: “A disposizione, come sempre, se il partito lo ritiene utile”. Il non detto dietro questa “disponibilità” è che Fi si gioca tutto in queste elezioni, il 10% è la linea rossa sotto la quale non può andare, quella che darebbe il via libera all’annessione cui lavora da tempo Salvini. E che, rispetto all’avanzata della Lega, Berlusconi e Tajani potrebbero non bastare. Questo il ragionamento dietro l’appello ai big di Forza Italia, a chi ha nomi che calamitano voti e preferenze. Senza offesa per nessuno e con molto realismo.

Il no di Arcore

Quando si dice Arcore, non si vuol dire per forza Silvio Berlusconi. Fatto è che la disponibilità di Mara Carfagna ha fatto scattare l’allarme ad Arcore. E dietro anonimato, un big che ha molta ascendenza sul Cavaliere e sulla formazione delle liste, ha cercato così di chiudere la partita verso le 17: “Quello in corso è un golpe contro il partito, un blitz per tentare di rottamare Silvio Berlusconi e sfilargli il partito a 24 ore dalla consegna delle liste che sono state già compilate”. Carfagna ha replicato, “macchè golpe, decide come sempre il partito, qui ci sono i territori che chiedono di poter fare al meglio la campagna elettorale, tutto qui. Che pensa e dichiara altro vuol solo alzare polveroni”.

Mara divide il partito

La novità è che per una volta chi ha provato a rompere uno schema precostituito dentro Forza Italia non è stato lasciato solo. Con la Carfagna si sono schierati ufficialmente Renato Brunetta, Maria Stella Gelmini, Malan, Biancofiore, Osvaldo Napoli, Renata Polverini e altri nomi pesanti del partito. Tanto che in serata l’aria è cambiata di nuovo e l’opzione di candidare donne con largo consenso per strappare preferenze, ad esempio Giusy Versace ed Elvira Savino, è stato uno dei temi della lunga notte prima di consegnare le liste.

Colpo di scena

Se per caso - ma improbabile - oggi ad Arcore dovessero decidere che quella di Carfagna non è stata una cattiva idea, sarebbe una brutta notizia per Salvini. Il leader della Lega, capolista in tutte e cinque le circoscrizioni, è convinto di stracciare sia Berlusconi che Tajani. Ma forse avrebbe qualche problemino in più con una candidata come Carfagna.

La prospettiva ha perso consistenza col passare delle ore. “Non ci saranno nuovi candidati” ha tagliato corto un big del partito celando a mala pena il disappunto. Così Salvini si prepara tranquillo ad una campagna elettorale che lui pregusta come una passeggiata. La Lega ha consegnato ieri le liste. Ed è evidente la deriva sovranista: Salvini è capolista nelle 5 circoscrizioni, nome civetta per attirare consenso; tra i candidati spiccano l’economista euroscettico Antonio Rinaldi (un anno di comparsate tv hanno fruttato l’ambita candidatura), la sindaca di Cascina, tutto sceriffo e distintivo, Susanna Ceccardi, la pasionaria euroscettica Francesca Donato, l’altra pasionaria sovranista Silvia Sardone (scippata a Forza Italia), e Vincenzo Sofo, “Il Talebano” italiano fidanzato di Marion Le Pen la nipote di Marine. “Nè calciatori nè attori” si è vantato Salvini. Amministratori locali, gente che sul territorio muove voti e consenso. Come Angelo Attaguile, signore della Dc catanese, già senatore con Forza Italia nel 2013 quando passò subito con la Lega per garantire il Magic Number indispensabile per fare il gruppo parlamentare alla Camera che altrimenti non si sarebbe formato. Attaguile ha fatto fuori un fedelissimo, come l’assessore Fabio Cantarella perchè, per quanto indagato per voto di scambio, può garantire più voti. Come Angelo Pavoncello, n°2 degli ambulanti che a Salvini farebbe un monumento. Liste blindate, nè “belle” nè “famose”, sfacciatamente sovranità.