[Il caso] Chi vince e chi perde dopo il golpe estivo dei 5 Stelle: sale Di Maio, perde terreno Conte. Il Pd tra gioia e imbarazzo

La piattaforma grillina sancisce la vittoria netta del Sì: via libera al terzo mandato e alle alleanze locali. Una sconfitta per Di Battista e quel 75 % di parlamentari al primo mandato che ora vedono sfumare la possibilità di restare in politica. Di Maio torna a giocare da capo politico. Renzi si sfila e resta a guardare. “Bene ma noi mai grillini”. Zingaretti chiarisce: “Raggi non sarà la nostra candidata a Roma”.

[Il caso] Chi vince e chi perde dopo il golpe estivo dei 5 Stelle: sale Di Maio, perde terreno Conte. Il Pd tra gioia e imbarazzo

Sulle bacheche social dell’universo 5 Stelle si parla di “svolta” in positivo e di “golpe d’agosto” in chiave critica. La “naturale evoluzione di chi sa che deve cambiare per continuare ad incidere sulla scena politica” che è più o meno il Di Maio-pensiero, diventa il “ci siamo venduti l’anima per il potere come tutti gli altri” di quel 75 per cento di parlamentari che vede complicarsi la possibilità di restare in Parlamento e di quella mitizzata “base” che ha creduto nell’epopea delle “parole guerriere” che ancora oggi fanno venire i brividi a chi era in piazza San Giovanni a Roma nel febbraio 2013. Pochi giorni prima dello sbarco in Parlamento dei 5 Stelle “per aprire il palazzo come una scatoletta di tonno”. Tecnicamente succede che nel primo pomeriggio di un afoso 14 agosto 2020, tredici anni dopo il Vaffa day che del Movimento fu l’atto pubblico costitutivo, il Movimento 5 Stelle cessa di esistere. Diventa “il partito dei 5 Stelle”. E da ieri nulla sarà più come prima nonostante i distinguo e la rassicurazioni.

Il risultato

Il Movimento 5 Stelle porta a casa il Sì degli iscritti al secondo mandato per i sindaci e alla possibilità di sottoscrivere intese locali con altri partiti. In sostanza un ok alla ricandidatura di Virginia Raggi a Roma e a Chiara Appendino a Torino e a stringere alleanze con il Pd sul territorio e segnatamente nelle grandi città dove si andrà a votare nella primavera 2021 come Roma, Milano, Torino, Napoli e Bologna. La consultazione sulla piattaforma Rousseau non è stata partecipata - appena 48.975 iscritti - ma è il risultato è netto. L'80,1% sblocca il vincolo del secondo mandato accettando il cosiddetto “mandato zero”,  in sostanza è l'ok alla ricandidatura di Virginia Raggi e di quel 25% di parlamentari che a fine legislatura sarebbero dovuti uscire di scena con la conclusione del secondo mandato e che invece ora, nei fatti, diventano “esperienze preziose di governo che certo non possiamo buttare in nome di regole assurde”. E dunque saranno probabilmente nuovamente candidati e anche eletti.  Assai meno bulgara (59,9 %) è la percentuale di chi ha detto Sì alle alleanze sui territori con i partiti tradizionali. Il veto di sporcarsi le mani con i vecchi partiti è stato assoluto. Fino a ieri quando è stata certificata la necessità di contaminarsi. Già iniziata, peraltro, con il governo gialloverde prima e giallorosso poi. Ma se sul diventare “professionisti della politica” non ci sono dubbi, sulle alleanze i dubbi sono ancora tanti.

I vincitori, da Di Maio a Grillo passando per Franceschini

A Ferragosto si pensa ad altro e la politica è in ferie. Per questo da sempre è il momento migliore per i grandi cambiamenti.  Come quelli certificati dalla consultazione su Rousseau. Che, semplificando ma neppure troppo, crea vincitori e vinti. Tra i vincitori c’è sicuramente Beppe Grillo che, fautore del governo giallorosso un anno fa con quel clamoroso e inaspettato post, ha centellinato le uscite in questi dodici mesi sempre e solo in coincidenza con passaggi stretti della coalizione per dire di fare poche storie e andare avanti al governo. E per dare il via libera a mutazioni. Quella della fine del tetto del doppio mandato e delle alleanze con i partiti tradizionali è stata preparata nel tempo. Fino a quattro giorni fa quando Virginia Raggi ha tolto la riserva e si è autocandidata. “Daje Virgì…” ha scritto Grillo. Il giorno dopo è stata annunciata la consultazione. Che ha dato ragione a Grillo e a Virginia Raggi. “Perchè disperdere tanta esperienza positiva nel governo della città… il cambiamento a Roma è finalmente iniziato, deve essere rafforzato nei prossimi quattro anni e non certo interrotto ora”.

Su questa virata è sempre stato d’accordo il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Il limite del secondo mandato avrebbe riguardato anche lui che tuto vuole tranne che ritirarsi della politica. Lui come il restante 25% dei parlamentari che nel 2023 dovrebbe dire addio alla politica.  

“Da oggi inizia una nuova era per il Movimento 5 Stelle” ha esultato l'ex capo politico insieme con Roberto Fico e i ministri, da D’Incà a Fraccaro. Scontato visto che tutta la squadra di governo 5Stelle dovrebbe andare a casa a fine legislatura. Ma non si tratta solo di questo quando si parla di “vittoria” per Di Maio. E’ chiaro che il ministro degli esteri torna adesso centrale sulle scena politica e riavvicina se stesso al ruolo di capo politico. Dopo questo passaggio sarà lui, e non certo il premier Conte, l’interlocutore per Zingaretti, Franceschini, persino Renzi con cui da tempo si narra di contatti.

E se è vero, come è vero,  che i risultati della consultazione stabilizzano la maggioranza e la coalizione, tra i vincitori non può non esserci il ministro Dario Franceschini e capo delegazione Pd al governo. Franceschini è, con Grillo e Di Maio e Conte, tra i più convinti sostenitori di questa maggioranza. Per blindare il Quiririnale nel 2022. Per sbarrare il più possibile la strada alle destre populiste e sovraniste.

Chi perde, Conte, Dibba e il Pd riformista

Chi “perde” centralità con questo voto è certamente il premier Giuseppe Conte ancora oggi incerto se iscriversi ai 5 Stelle, diventare organico e quindi il leader riconosciuto o se dare vita ad una propria lista di centro in appoggio ai 5 Stelle. Nell’attesa il duello neppure troppo velato tra Di Maio e Conte vede avanzare di un paio di lunghezze il ministro degli Esteri. Tra gli sconfitti della consultazione anche Alessandro Di Battista: in onore al tetto del secondo mandato ha rinunciato a ricandidarsi nel 2018, adesso è fuori da tutto e fatica a rientrare. Ieri ha taciuto, vediamo oggi ma è chiaro che questo netto cambio di regole sotto Ferragosto non può trovarlo concorde, lui che è un custode dell’ortodossia pentastellata. A volte nella vita succede di lanciare il cuore oltre l’ostacolo, mettersi alla guida di un’idea e poi, ad un cento punto, voltarsi e trovarsi soli. Se Dibba ha taciuto, ieri hanno invece parlato molti parlamentari 5 stelle che hanno votato No ad entrambi i quesiti. La lamentela corre nelle chat: Emanuela Corda, Sabrina De Carlo, Giovanni Vianello, Elisa Siragusa, Gabriele Lorenzoni , Fabio Bernardini, Giuseppe Brescia, Dalila Nesci, più o meno tutti sollevano dubbi sulla tempistica della consultazione e chiedono la convocazione “urgente” degli Stati generali "per mettere in chiaro le regole” e “decidere la riorganizzazione del gruppo”.  E invece non c’è mai una data fissata per gli Stati generali. Tra gli sconfitti ci sono di sicuro quel 75 di parlamentari al primo mandato che adesso vedono assai più complicata, dai loro stesi colleghi che potranno puntare al terzo mandato, la loro possibilità di restare in Parlamento.

Tra gli sconfitti, infine, anche quel Pd riformista che vede anche in questo passaggio “l’ennesima occasione perduta per prendere in mano la guida della coalizione”. “Il Movimento è allo sbando, senza leader, abbiamo visto cosa è successo per le Commissioni e invece di approfittarne gli diamo l’agio di riprendere fiato e centralità” è il commento amaro di un deputato Pd che è, dice, “nato riformista e non olio certo morire grillino”. Molto critico l’ex presidente del Pd Matteo Orfini: “Le alleanze si decidono in base alla visione del paese, progetti, programmi, cultura politica. Non con un improbabile sondaggio il 14 agosto su una piattaforma della Casaleggio. Il Pd recuperi autonomia e visione. E il coraggio delle proprie idee”. Il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, ha scritto sui social: “Rousseau dice Sì all'alleanza col Pd. Non dico cosa penso di queste consultazioni ma M5s ha almeno fatto finta di chiedere alla base cosa ne pensasse. Il Pd manco quello: dal ‘mai coi 5 stelle’ al 'nuovo centrosinistra' senza fare un Plissé”.

Quelli che per ora pareggiano, da Zinga a Renzi e Casaleggio

Non c’è dubbio che il segretario dem abbia accolto con favore il responso delle urne pentastellate. “E’ un fatto  positivo - ha osservato - siamo un'alleanza tra forze diverse che rimangono diverse, ma per governare bisogna essere alleati, non si può essere avversari”. La segreteria dem vede anche la possibilità di un accordo in extremis nella Marche per Maurizio Mangialardi presidente. Il candidato grillino  Gianni Mercorelli dice che non ci pensa proprio a ritirarsi. E dopo una giornata di fuoco sui social in cui il Pd romano ha subito alzato gli scudi, tra mille sberleffi, contro la ricandidatura di Raggi in Campidoglio, Zingaretti ha chiarito: “Non sosterremo mai la ricandidatura della sindaca Raggi”. E insomma, non sarà facile per il segretario spiegare perchè Sì nelle Marche (è la speranza) e perchè No a Roma. Così come non sarà facile neppure far valere le ragioni progressiste di un moderno partito di sinistra riseptto ad alcuni dossier su cui i 5 Stelle e Grillo intendono fare il bello e il cattivo tempo: grandi opere, banda larga, Aspi, Iva, Alitalia, avanti lo Stato, indietro l’impresa privata. Per non parlare di giustizia e giustizialismo e l’acceso ai fondi del Mes, vera spada di Damocle sulla testa di Conte. 

Non è un caso che Davide Casaleggio sia stato il primo ieri, dopo i risultati del voto, ad alzare alcuni paletti.  E da  custode dell'ortodossia 5 Stelle ha voluto chiarire: “Da oggi i parlamentari e consiglieri regionali potranno riportare la loro esperienza nei comuni, e viceversa”. Come dire che il “terzo giro” in politica i parlamentari lo potranno fare solo candidandosi nei territori. Così come Casaleggio ha voluto smorzare i festeggiamenti del gruppo dirigente visto che” le decisioni si prendono tutti assieme. Il vero organo collegiale decisionale del movimento sono sempre stati gli iscritti”. Renzi si sfila e resta a guardare. Curioso dell’evoluzione, attento a leggere i fatti di scenari politici in veloce cambiamento. Maria Teresa Bellanova ieri ha voluto chiarire a modo suo: “Siamo geneticamente diversi dai 5 Stelle. Certo, siamo al governo insieme” e “la cultura riformista, garantista ed antipopulista che ci anima e caratterizza potrà certamente farci collaborare con loro, ma mai ci porterà a stringere un'alleanza strategica e politica, mai ci porterà a fonderci”. Se alleanza deve esserci, che la maggioranza e quindi le linee di indirizzo siano nettamente nelle mani del Pd. E non dei 5 Stelle.