Giustizia, maggioranza a pezzi. Succede l’inverosimile: Bonafede salva la Cartabia sotto attacco di Lega e Fi

I 5 Stelle alla fine salvano la riforma in Commissione. La coalizione di centrodestra si ricompatta con Fdi ma perde una deputata (Bartolozzi), Coraggio Italia e Lupi. Intanto Conte "minaccia": "Le nostre richieste devono essere accolte. E’ difficile ma ce la metto tutta". Draghi tira dritto

Bonafede e Cartabia (Ansa)
Bonafede e Cartabia (Ansa)

Dici giustizia ed è come togliere la carta in basso di un castello di carte: crolla tutto. O quasi. Ieri in una giornata surreale la maggioranza è andata in frantumi e più di tutti è andato in pezzi il centrodestra. Con Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia che hanno tentato un colpaccio (vedremo poi se e quanto strumentale per altro) ma nel farlo la maggioranza Draghi si è divisa, da una parte Pd, 5 Stelle, Leu, Iv, Coraggio Italia e Noi con l’Italia, dall’altra Forza Italia, lega e Fdi. Solo che anche  la coalizione di centrodestra ha perso pezzi: la deputata Giusi Bartolozzi ha lasciato Forza Italia, al momento è nel Misto ma potrebbe andare con Azione di Calenda; Coraggio Italia, i cosiddetti totani, ha votato contro gli “alleati”; Maurizio Lupi, un altro pezzetto della coalizione, si è astenuto.

Eterogenesi dei fini

Per una sorta di eterogenesi dei fini, le carte si sono rimescolate e la giustizia, in questo primo round, ha mandato il “fedelissimo” centrodestra all’opposizione di Draghi mentre coloro che da giorni annunciano il tradimento, M5s, hanno evitato che il governo andasse sotto in Commissione.
Non è detto che ancora non accada.  Perché tutto questo avveniva mentre Giuseppe Conte sganciava da fuori  ultimatum più o meno decisivi verso palazzo Chigi. E mentre, in serata, quando lo show era già ampiamente andato in scena, la senatrice Giulia Bongiorno, responsabile giustizia della Lega, ha vergato un comunicato di fuoco: “La Lega, in merito alle proposte di correzione alla prescrizione, è fedele al testo approvato dal Consiglio dei ministri e leale agli accordi presi”. Rafforzato, qualche minuto dopo da “fonti Lega”, dunque l’ inner circle salviniano: “La Lega è molto preoccupata per le perdite di tempo causate dai capricci di Conte e Grillo. L’Italia che vuole rialzarsi dopo mesi di sofferenza non può tollerare i ricatti del Movimento 5 Stelle, oggi sulla Giustizia, domani Equitalia, codice degli appalti, Quota 100 o fisco”. Ricordano molto il mantra che Salvini ripeteva a fine luglio 2019, nei giorni del Papeete.  Stavolta ci sarà “solo” una festa in piazza a Milano Marittima con tanto di dibattiti e moderatori.

La trattativa

Prima di raccontare una giornata surreale, è bene anticipare il finale di giornata. Tutte le manovre parlamentari sono arrivate con la potenza dello spiffero dentro palazzo Chigi forte del fatto che chi farà scherzi, anche nei mesi del semestre bianco, sarà tecnicamente colui o colei che fa perder all’Italia il treno del Recovery fund e dei 220 miliardi. Per ben due volte la ministra Guardasigilli Marta Cartabia è andata ieri dal premier per definire le modifiche tecniche per rendere più efficace la riforma approvata all’unanimità il 22 luglio il Consiglio dei ministri. E su cui era stata messa la fiducia.
Il premier Draghi, che non sarà un politico ma sa intuire le dinamiche, lo aveva previsto e una settimana fa aveva avvisato: “Questa è la riforma del processo penale che ci chiede il Recovery plan per tagliare del 25% i tempi del processo. Ben  vengano le migliorie tecniche ma non possiamo accontentare tutte le richieste. Ecco perché metto la fiducia”.

Oggi il nuovo testo riformato dovrebbe arrivare in Commissione Giustizia alla Camera dove devono anche decidere la compatibilità del nuovo testo con i 400 emendamenti sopravvissuti. Venerdì il testo è atteso in aula dove poi sarà messa la fiducia, tra lunedì e martedì. Un cronoprogamma ancora suscettibile di qualche modifica. Ma entro la fine della prossima settimana il processo penale dovrà avere il via libera di un ramo del Parlamento. Per poi ottenere il via libera definitivo entro fine settembre, metà ottobre.

Bonafede “salva” la riforma Cartabia

Alla fine insomma succede che il Movimento 5 Stelle “salva” la riforma Cartabia. Pur di fermare l’assalto di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia. E con buona pace di chi tra i parlamentari 5 Stelle, anche due pezzi grossi del Senato, ieri mattina rassicuravano. “A noi fa comodo uscire dalla maggioranza e farci un bell’anno e mezzo all’apposizione”. Come se il presidente Draghi passasse da una maggioranza all’altra, da un governo di (quasi) unità nazionale ad uno chiaramente di destra. Impossibile. Tutto questo accadeva ieri mattina, mentre i cronisti erano itineranti tra palazzo Chigi, dove era entrata la ministra Cartabia, e il Palazzo dei Gruppi in via Uffici del Vicario dove il leader in pectore Giuseppe Conte aveva iniziato la prima giornata - di tre - di incontri con i parlamentari per spiegare, parlare, convincere, decidere. In un crescendo di suspence degno di una sceneggiatura. “Oggi avrò il primo incontro, parleremo anche di giustizia” diceva Conte ieri mattina poco dopo le 9 uscendo dalla sua abitazione diventata un indirizzo quasi fisso per troupe e telecamere. Alle 11: “I margini di manovra sono strettissimi, ma io ce la sto mettendo tutta”. Alle 12: “E’ molto difficile per il Movimento votare la riforma senza le modifiche”. Alle 13, concluso l’incontro: “I nostri rilievi non sono per esigenze di bottega dei 5 Stelle. Non accettiamo questo livello di discussione. Il nostro obiettivo è velocizzare e celebrare i processi".

La larga maggioranza ridotta a 3-4 voti di scarto

Un crescendo di minacce e distinguo, senza però entrare mai nel merito, che poco prima delle cinque del pomeriggio va in frantumi con il voto in Commissione Giustizia dove il tentativo delle destre di allargare il perimetro della riforma Cartabia introducendo due temi non previsti – la riforma dell’abuso di ufficio e una diversa definizione del pubblico ufficiale – è stato respinto sul filo di lana anche grazie ai voti dei 5 Stelle, di Italia viva, di Coraggio Italia e l’astensione di Maurizio Lupi. Se fosse passata quella richiesta, addio riforma Cartabia nei tempi prefissati dal Pnrr, l’unico vangelo in vigore per il governo Draghi. I 5 Stelle avrebbero ottenuto il loro massimo risultato – affossare la “schiforma salva-ladri” (cit Fatto quotidiano) senza sporcarsi le mani. Una trappola in piena regola. Dove non sono caduti. “Perché – raccontano i Pd presenti in Commissione - la verità è che nessuno di loro vuole passare in minoranza e anzi vogliono contare nel governo Draghi”. In ogni caso, in via preventiva e per evitare scherzi, in Commissione è arrivato anche il ministro M5s Federico D’Incà. Presenza non prevista. Certamente autorevole e governista.

Un perverso gioco di specchi

La riforma del processo penale sta diventando quello che era previsto diventasse: un perverso gioco di specchi e tattiche dove ogni partito sta misurando il proprio peso specifico. Lo sforzo di Conte in queste ore è proprio quello di limitare astensioni e voti contrari nelle file del suo “nuovo” partito. Se ne contano al momento circa trenta. Ma non ci saranno, nel caso, le consuete espulsioni. "Comunque oggi abbiamo fatto politica, o meglio c’è stata dinamica parlamentare” commentava soddisfatto un membro del governo mentre lasciava la Sala della Regina alla Camera. Tattiche parlamentari, vedremo poi la sostanza, con una vittima di peso: la deputata Giusi Bartolozzi, magistrato e giudice, ha lasciato Forza Italia ed è passata al gruppo Misto.

E’ accaduto tutto ieri nelle concitate ore della mattina quando ciascuna parte giocava la sua partita sulla scacchiera della riforma Cartabia. Bartolozzi, infatti, aveva comunicato che avrebbe votato contro la richiesta di “ampliamento del perimetro” presentata dal suo gruppo. Da giudice, e persona informata sui fatti, per lei è prioritario superare la riforma Bonafede e il “fine processo mai” (la prescrizione congelata). Inserire adesso, a mo’ di bandierina di parte , un tema importante come la riforma dell’abuso di ufficio (per cui i sindaci di mezza Italia sono scesi in piazza due settimane fa) è sbagliato non nel merito ma perché “farebbe allontanare di mesi l’arrivo della riforma in aula. E questo è andare contro il volere del governo Draghi".

Il sospetto di una norma ad personam

A maggior ragione Bartolozzi sarebbe stata contraria alla seconda modifica messa sul tavolo ieri mattina dal centrodestra di governo: Pierantonio Zanettin, ex membro laico del Csm, ha chiesto di arrivare anche ad una nuova definizione di Pubblico Ufficiale. Una norma che fonti Pd hanno subito bollato come “norma salva Cav”:  “Cambiando la definizione di pubblico ufficiale si svuota la corruzione in atti giudiziari che diventa solo ostacolo alla giustizia con pene molto inferiori e prescrizione più vicina”. La deputata, membro della Commissione Giustizia, ha subito condiviso le perplessità con il capogruppo: “Io non voto questa roba”.
Ma i voti ieri servivano tutti per tentare il colpaccio. Come risposta, nelle more di una Commissione Giustizia che convocata per votare sulle richieste del centrodestra slittava dalla mattina, Bartolozzi è stata raggiunta da una telefonata all’ora di pranzo che la informava della sua “promozione” a capogruppo di Fi in commissione Affari costituzionali. Un chiaro “promoveatur ut amoveatur” (e guadagnare un voto in più in Commissione)  a cui la deputata ha detto “no grazie”. Ed è andata al Misto. Anche i totiani di Coraggio Italia hanno rotto col centrodestra. Si parla di telefonate accese di Toti con il capogruppo Marin. E Maurizio Lupi si è astenuto, dopo lunghe e tribolate telefonate nel corridoio.

Il paradosso

Si comprendono così le tensioni nelle chat dei vari gruppi perché il tema dei numeri a quel punto era diventato dirimente. “Se passano le richieste del centrodestra, la riforma sarà affossata. Dal centrodestra e non dai 5 Stelle” è stato il messaggio distillato fin dalla mattina da Alfredo Bazoli, capogruppo Pd in Commissione Giustizia. Si spiegano anche certe tensioni Bazoli-Sarti, la pasdaran 5 stelle, che con Bonafede aveva perfettamente intuito che con un pugno di voti (dei 5 Stelle) la riforma sarebbe sparita dal tavolo su iniziativa però al centrodestra. Bonafede avrebbe ottenuto il suo risultato senza sporcarsi neppure troppo le mani. Dal centrodestra è stata però veicolata un’alta versione: “Noi abbiamo alzato una nostra bandierina suicida per stoppare ulteriori richieste dei 5 Stelle”. In sostanza, una richiesta irricevibile quella del centrodestra, destinata ad essere bocciata in modo da lasciare disarmato Conte e la sua trattativa con Draghi.

Il lodo finale

Chissà. Le chiamano “dinamiche parlamentari”. La partita vera si gioca invece a palazzo Chigi. Il lodo finale dovrebbe essere quello proposto dal Pd (Bazoli-Serracchiani) per cui la prescrizione (dei reati) s’interrompe, si congela, dopo il  primo grado. A quel punto però i processi dovranno rispettare un loro “orologio”. La ministra Cartabia dice due anni per l’Appello e un anno per la Cassazione, poi scatta la improcedibilità per i processi. Un anno e sei mesi in più per i processi di mafia e terrorismo e quelli più gravi in cui è previsto l’ergastolo. La modifica in discussione prevede di far scattare la improcedibilità per tutti i reati dopo tre anni (in Appello) e un anno e mezzo (in Cassazione). Tutto questo fino al 2024, per dare tempo a tutta la riforma di andare a regime. Restano esclusi i reati per mafia e terrorismo che proseguono lungo un doppio binario (già esistente). E quelli - altro punto in discussione - che per “complessità” hanno bisogno di più tempo da parte di giudici e pm.
“Non voglio neppure considerare che non venga modificato il testo. Per noi mafia e terrorismo vanni trattati al pari della corruzione” è il tenore dei messaggi recapitato da Conte a palazzo Chigi. Da parte sua l’ex premier promette che “sta facendo il possibile per trovare una soluzione”.