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La giustizia lenta costa 2 punti di pil. La promessa di Nordio: “Avanti contro il taglia e cuci delle intercettazioni”

Il ministro della Giustizia all’esordio nella Relazione annuale sull’amministrazione della Giustizia. Il dibattito scivola subito sulle intercettazioni. Nordio: “Non saranno toccati gli strumenti necessari a combattere mafia e terrorismo”. Ma per l’ex collega Scarpinato (M5s) è un “estremista politico”.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
La premier Meloni e il ministro Nordio (Ansa)
La premier Meloni e il ministro Nordio (Ansa)

 

Lui, il ministro, tenta di buttarla sull’economia: “La lentezza di nostri processi ci costa il 2 per cento di pil, poco meno di 40 miliardi l’anno, il valore di una seconda legge di bilancio. E’questa la vera emergenza ed è questo il nostro primo vero obiettivo”. Spera così di convincere tutto il Parlamento sul suo punto di vista da cui valutare lo stato dell’amministrazione della giustizia in questo Paese. Ma non c’è nulla da fare: in pochi minuti il dibattito si sposta su una questione sola, “l’abuso delle intercettazioni”.

Un dibattito divisivo, ideologico, spesso inutile. Soprattutto, come dimostrano gli ultimi trent’anni, dannoso visto che si tira dietro lo scontro tra politica e giustizia, ha impedito ogni tipo di vera riforma della giustizia in questo Paese. Quella del Guardasigilli Carlo Nordio vorrebbe essere  una stagione diversa. “Una rivoluzione copernicana”, come è già stata definita, che mette fine al giustizialismo penale, all’uso politico della giustizia (che alla fine ha coinvolto tutte le parti) e riabilita, in nome del garantismo, un sistema giustizia che rende il Paese competitivo e attrattivo. Anche perché Nordio avrà dalla sua i numeri: non solo quelli del destra-centro (“anche se temo che il garantismo non vada alla fine d’accordo col populismo per cui vedrà che alla fine non le faranno fare tutto quello che lei vorrebbe” ha sottolineato la capogruppo del Terzo Polo Raffaella Paita) ma anche quelli – trenta tra Camera e Senato - del Terzo Polo che ieri ha presentato una mozione separata da Pd e 5 Stelle ed è passata anche con i voti della maggioranza. Salvo colpi di testa, quindi, si dovrà sapere che sui temi di giustizia il Terzo Polo voterà con la maggioranza. E’ il dato politico più di rilievo del dibattito ieri mattina al Senato. Oltre alla nuda  giornata di aula, sempre rispettata .  

Quaranta miliardi buttati via

Nel 2011, ai tempi del governo Monti, era stima corrente che i ritardi del nostro sistema giustizia pesassero per circa un punto di Pil. Tra i 17-18 miliardi. Da allora ci sono state ben due riforme, prima l’ex ministro Orlando poi la ministra Cartabia che ha lavorato seguendo gli obiettivi del Pnrr che impongono una riduzione di tempi del 50% nel civile e del 25% nel penale, è il peso delle lentezze dei nostri processi è raddoppiato. Schizzando fino a 35-36 miliardi. “Per l'emergenza economica che il Paese sta affrontando la priorità assoluta è velocizzare e razionalizzare la giustizia, specie quella civile” ha detto il ministro. “Questo impatto negativo nei confronti della nostra economia è una delle preoccupazioni principali di questo governo”. Le criticità “costituiscono un freno all'economia e il loro rallentamento costa almeno 2 punti di Pil”. La ricetta è sempre la stessa e non potrebbe essere diversamente: “Semplificazione dell'organizzazione giudiziaria, rivisitazione di piante organiche e geografia degli uffici giudiziari, razionalizzazione della spesa con spending review e un più stretto raccordo fra ministero e uffici”. Dopodiché saranno “rafforzati nel settore civile i servizi di accoglienza e informazione nelle diverse materie come la volontaria giurisdizione per il rilascio di certificati, il diritto di famiglia e le esecuzioni civili”. Misure che avranno “scarso effetto mediatico” ha sottolineato sconsolato Nordio ma “avranno un impatto favorevole sull'efficienza e, anche a breve termine, sull’economia”.  Se gli investitori stranieri non investono in Italia, la ragione principale è dovuta al fatto che “qui manca completamente la certezza del diritto e per la riscossione di un credito si richiedono tempi cinque o dieci volte superiori a quelli della media europea”.

Anche la lotta alla mafia ha un positivo impatto sull’economia. Dopo aver ringraziato “tutte le forze dell’ordine, di oggi e di ieri” e aver precisato che l’arresto di Messina Denaro “è un successo di tutti i governi di questi ultimi trent’anni” mettendo fine ad un tentativo un po’ puerile di mettere il cappello sull’arresto (vedi il flashmob di Fratelli d’Italia sotto il comando provinciale dei carabinieri e la scritta “Grazie”), Nordio ha precisato che “anche i successi nella lotta alla mafia hanno un effetto positivo sulla nostra economia”. Siamo più affidabili. Si chiama accountability.  A prescindere ovviamente da questo, ha voluto precisare che “l’attività del governo nel contrasto alle mafie sarà forte, omogenea, duratura e incondizionata”. Anche questo per mettere a tacere qualche tentativo di rumours delle ultime ore. 

Ma questo taglio economico che Nordio ha cercato di dare alla sua prima relazione sull’amministrazione della giustizia è stato criticato da Pd e 5 Stelle. Che hanno focalizzato il dibattito in aula sulla giustizia penale e le intercettazioni. Ben sapendo che è il civile la nostra zavorra economica.

Il garantismo penale

Tra una citazione e l’altra - da Richelieu a Dante passando per Shakespeare - sfoggiando una retorica brillante mescolata con gocce di ironia e punte di sarcasmo, scansando così il nemico numero uno di queste Relazioni, cioè la noia, Nordio ha parlato per 40 minuti quasi sempre a braccio e accompagnandoli con una vis retorica da consumato oratore. “Il nostro fermo proposito è di attuare nel modo più rapido ed efficace il garantismo del diritto penale. Realizzeremo la tutela della presunzione di innocenza della persona, assicurandone la dignità e l'onore durante le indagini e il processo. E parallelamente assicureremo la certezza della pena. Una pena che non coinciderà sempre e solo con il carcere, ma che sarà comunque afflittiva, certa, rapida, proporzionata, e orientata al recupero del condannato, secondo il nostro dettato costituzionale”. Perfetto. Difficile qualcosa di più e di diverso. Inattaccabile. Il punto poi è farlo. La parola chiave è riforme. “Riformeremo il Codice Rocco firmato da Benito Mussolini e Vittorio Emanuele Terzo ed è abbastanza contraddittorio che sia ancora in vigore un codice penale firmato da un dittatore come è singolare che il codice di procedura penale firmato dal professor Vassalli sia stato invece demolito da interventi legislativi e purtroppo anche dalla Corte costituzionale che lo hanno reso un enigma dentro a un mistero (qui la citazione è di Churchill, ndr) fino a renderlo assolutamente inapplicabile”.

“Non saranno indebolite le indagini su mafia e terrorismo”

Due terzi del dibattito parlamentare - stamani Nordio replica alla Camera - sono stati però assorbiti del nodo intercettazioni.Nordio ne ha fatto un punto chiave del suo programma: basta con lo scempio delle intercettazioni pubblicate e usate per regolamenti di conti politici e personali travestiti dalla necessità dell’inchiesta penale o, ancora peggio, dall’uso etico-morale dell’azione giudiziaria. Quando di uno che è stato buttato sui giornali e poi risulta innocente e si dice: “Eh si, ma un’inchiesta ha sempre un aspetto penale e uno di opportunità politica”. I processi devono accertare i fatti e dare pene congrue ai reati compiuti. Altri dovrebbero essere i luoghi e i modi per dare lezioni di etica e di politica.  Quindi Nordio è di nuovo molto chiaro, dopo esserlo già stato nelle audizioni in Parlamento: “Lo dico e lo ripeto qui oggi e spero di essere chiaro una volta per tutte: non ci saranno mai riforme che vanno a toccare e indebolire strumenti di indagini necessari a combattere reati come mafia e terrorismo mafia”. Detto questo, “andremo fino in fondo, non esiteremo e non vacilleremo. La rivoluzione copernicana su questa forma di abuso delle intercettazioni, che fa finire sui giornali delle conversazioni che riguardano persone assolutamente estranee alle indagini, è un punto fermo del nostro programma”. L'articolo 15 della Costituzione Italiana - ha precisato - “dice che la libertà delle conversazioni è sacra e inviolabile e limitata eccezionalmente dall'autorità giudiziaria: è un'eccezione, non è la regola. Quindi siamo chiari: andremo fino in fondo”.

L’arresto di Messina Denaro, frutto di indagini dal basso e tecnologiche dove primario nel tempo è stato l’uso delle intercettazioni telefoniche, ambientali e digitali per sfiancare e indebolire la rete di protezione del boss, ha riportato in primo piano il tema: guai a chi tocca le intercettazioni. Ieri mattina Repubblica pubblicava una lunga intervista al procuratore antimafia Giovanni Melillo che senza indugio ripeteva: “Sono vari i reati cosiddetti minori, dallo spaccio all’abuso di ufficio al furto di auto,  che ci possono condurre a sistemi mafiosi”. Quindi: guai a limitare l’uso delle intercettazioni.  In generale. Altra cosa poi sono le pubblicazioni. E’ stato facile così ieri per il Pd dire no a Nordio e affermare: “Noi stiamo con il procuratore nazionale antimafia”. Spingendo fatalmente Nordio e il governo nella metà campo di coloro che tutto sommato si girano dall’altra parte rispetto ai sistemi mafiosi.  Dinamica a cui i ministro si è ribellato.

“Non vacilleremo”

Il ministro torna più volte sul punto intercettazioni. Alla continua ricerca di rassicurazioni per la parte sinistra dell’emiciclo. “Quando si dice che i mafiosi non parlano per telefono (una frase che gli è stata rinfacciata perchè potrebbe alludere al fatto che le intercettazioni non sono utili contro i boss, ndr)  alludo al fatto che nessun mafioso ritengo che abbia manifestato al telefono la volontà di delinquere o espresso parole che costituiscano prova di un delitto in atto o programmato”. Quindi, ciò di cui non possiamo fare a meno, è invece “la capacità di comprendere attraverso le intercettazioni rapporti occulti, misteriosi che legano persone ad altre, e per questo le intercettazioni, soprattutto quelle preventive, sono indispensabili”. Altra cosa, ha continuato il guardasigilli, è “il meccanismo perverso, e costosissimo (circa 200 milioni l’anno, ndr) di intercettazioni giudiziarie pilotate, che finiscono sui giornali, e delegittimano e offendono cittadini non coinvolti in indagini”. Contro questi abusi, ha ripetuto, “andremo avanti fino in fondo e non vacilleremo”.

Quando si parla di intercettazioni si parla di trojan, quella specie di “microfono” guidato da remoto che può inserito a distanza su cellulari, personal computer e altri device. E’ lo strumento più invasivo e poi efficace. E può essere utilizzato per tutti i reati puniti con pene con un minimo di 5 anni. Sull’uso del trojan si sono aperti dibattiti duri in Commissione Giustizia. Che Nordio ha voluto ricordare. “Non è una novità quanto sta emergendo nella Commissione Giustizia del Senato sulla possibilità di manipolare le intercettazioni del trojan. Il grande Richelieu diceva 'datemi una lettera e un paio di forbici e io farò impiccare l'autore'. E' sufficiente prendere una lettera tagliarla e ritagliarla e fare copia e incolla che si attribuisce all'autore della lettera cose che non ha mai pensato. Questo lo si è potuto fare anche successivamente con la tecnologia del taglia e incolla delle conversazioni digitalizzate. Oggi con il trojan si può fare molto peggio”.

Dal lavoro in carcere ai concorsi che non funzionano

Nordio ha toccato molti altri durante la sua relazione. Ad esempio è un obiettivo di legislatura (entro i 5 anni) la necessità di “differenziare i luoghi di detenzione per i condannati in via definitiva da quelli in attesa di giudizio”. Fondamentale anche assicurare il lavoro in carcere. E dopo, quando i detenuti escono dopo aver scontato la pena: “Lavorare è la garanzia contro le recidive”. Altri obiettivi di legislatura sono combattere il sovraffollamento carcerario, combattere così la piaga dei suicidi in carcere,  favorire la defiscalizzazione per chi assume ex detenuti.

Il ministro ha poi acceso un faro sul meccanismo dei concorsi per entrare in magistratura. “Pochi sanno che servono almeno 5 anni da quando uno fa domanda a quando avviene realmente l’ingresso in magistratura. Non solo: le ultime stime ci dono che su 13 mila aspiranti, vengono ammessi al tirocinio meno della metà. Allora, delle due l’una: o le nostre università non riescono più a formare; oppure c’è un eccesso di severità nelle Commissioni. Il dato finale è che non riusciamo mai a garantire il turn over tra chi va in pensione e chi deve entrare”.

L’attacco di Scarpinato

Come si diceva, Nordio convince il Terzo Polo ma spinge all’opposizione netta Pd, Verdi e Sinistra e 5 Stelle. “Un Pd grilliamo vota contro il garantismo”ha detto Ivan Scalfarotto (Terzo Polo). Resta la durezza delle parole dell’ex collega di Nordio, il magistrato Scarpinato ora eletto con i 5 Stelle.  L'obiettivo della sua riforma prevede “in una prima fase di approvare una serie di leggi ordinarie che dietro motivazioni pretestuose hanno tutte l'unico comun denominatore di garantire l'impunità degli appartenenti alle classi superiori, ridimensionando o depenalizzando i reati di colletti bianchi, indebolendo la capacità di controllo della magistratura rispetto al mondo della politica, dell'economia e dell'alta finanza. E poi, in un secondo tempo, sferrare il colpo finale riformando la costituzione in modo da ricondurre la magistratura sotto il controllo dell'esecutivo, abbattendo l'architrave portante dell'obbligatorietà dell'azione penale”.Non solo, secondo Scarpinato Nordio avrebbe usato parole e argomenti da “estremista politico”. Leggete la relazione del ministro Nordio (disponibile sul sito Senato o sul sito del ministero) e valutate voi.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   

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