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Il giudice che il Parlamento non riesce a eleggere da quasi sei mesi

Dal giorno in cui è cessata Silvana Sciarra, seconda donna a presiedere la Consulta dopo Marta Cartabia, la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica in seduta comune non sono stati in grado di eleggere un successore

Massimiliano Lussanadi Massimiliano Lussana   
Foto Ansa
Foto Ansa

Partiamo dal titolo sesto, “Garanzie costituzionali”, sezione prima “La Corte Costituzionale”, articolo 135 (e mi limito ai primi quattro commi) della Costituzione della Repubblica Italiana: “La Corte costituzionale è composta di quindici giudici nominati per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento in seduta comune e per un terzo dalle supreme magistrature ordinaria ed amministrative. I giudici della Corte costituzionale sono scelti tra i magistrati anche a riposo delle giurisdizioni superiori ordinaria ed amministrative, i professori ordinari di università in materie giuridiche e gli avvocati dopo venti anni d'esercizio. I giudici della Corte costituzionale sono nominati per nove anni, decorrenti per ciascuno di essi dal giorno del giuramento, e non possono essere nuovamente nominati. Alla scadenza del termine il giudice costituzionale cessa dalla carica e dall'esercizio delle funzioni”.

Perché partiamo di qui? Perché dall’11 novembre dello scorso anno, cioè da quasi sei mesi, la Corte Costituzionale è composta da soli 14 giudici, uno in meno del plenum previsto dalla Costituzione. In pratica, dal giorno in cui è cessata Silvana Sciarra, seconda donna a presiedere la Consulta dopo Marta Cartabia, che era uno dei cinque membri nominati dal Parlamento, la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica in seduta comune non sono stati in grado di eleggere un successore, ma nemmeno di avvicinarsi vagamente all’impresa. Ed è una storia che vale la pena di raccontare, perché – ad esempio – nel frattempo sono cessati due giudici di nomina presidenziale e ovviamente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha immediatamente provveduto a nominare i successori.

Addirittura, quando c’è stato da eleggere il successore della giudice Sciarra alla presidenza, i 14 giudici rimanenti hanno provato ad attendere un po’, per vedere se si poteva avere il plenum, ma niente da fare. E a quel punto hanno votato solo loro, all’unanimità, il neopresidente Augusto Barbera.

Il problema è che altri tre giudici di nomina parlamentare scadono a dicembre, compreso lo stesso presidente Barbera e, se ancora non ci sarà il successore, la Corte sarebbe a quota 11 componenti, il minimo per poter operare, il che sarebbe un gravissimo vulnus per un ruolo delicatissimo.

Oggettivamente, il presidente della Camera dei deputati Lorenzo Fontana e quello del Senato della Repubblica Ignazio La Russa si erano anche mossi bene convocando il Parlamento in seduta comune per l’8 novembre, addirittura prima della scadenza della professoressa Sciarra, in modo da non lasciare scoperta nemmeno un giorno la composizione completa della Corte. E anche le prime due sedute comuni di questa legislatura, il 17 e 19 gennaio del 2023 facevano prevalere l’ottimismo: nella prima si elessero tranquillamente nove componenti su 10 di nomina parlamentare del Consiglio superiore della magistratura e il decimo arrivò serenamente due giorni dopo. Invece, per il giudice costituzionale mancante è un’odissea.

Per le prime tre sedute infatti è prevista una maggioranza dei due terzi di deputati e senatori, pari a 404 parlamentari. E l’8 novembre, nella seduta presieduta direttamente dal presidente della Camera Lorenzo Fontana, come prevede il regolamento delle sedute comuni, votarono in 464, ci furono 428 schede bianche, 28 nulle, due voti dispersi fra candidati con una sola preferenza e svettò con 5 suffragi il solo Francesco Paolo Sisto, viceministro della Giustizia nel governo di Giorgia Meloni e sottosegretario sempre alla Giustizia in quello di Mario Draghi, esponente di Forza Italia, avvocato pugliese e docente universitario. Insomma, prima della scadenza di Silvana Sciarra nulla di fatto e allora si sono aspettate tre settimane per convocare l’ulteriore seduta comune – la quarta della diciannovesima legislatura, per la precisione – sempre con lo stesso ordine del giorno: “Votazione per l’elezione di un giudice della Corte Costituzionale”.

Anche in questo caso l’unico nome finito nello score ufficiale del Parlamento in seduta comune è stato quello di Francesco Paolo Sisto: l’avvocato azzurro ha raddoppiato i suoi voti, passando da 5 a 10 suffragi, ma sempre 394 in meno di quelli necessari per essere eletto direttamente e senza passare dal via. I votanti, in questo secondo scrutino, sono stati 418, con 383 bianche, 23 nulle e 3 voti dispersi con consensi singoli a altri nomi che, tradizionalmente, come succede per le elezioni del Presidente della Repubblica, non entrano nel tabellino ufficiale del resoconto stenografico con la proclamazione dell’esito del voto.

A questo punto, vista la mancanza assoluta di accordo su un nome condiviso che potesse conquistare il quorum (teoricamente, se tutti i membri della maggioranza votassero per lo stesso nome, mancherebbero ancora 50 voti all’elezione), Fontana e La Russa hanno pensato bene di scavallare il ponte dell’Immacolata, non convocando sedute comuni del Parlamento a cavallo dell’8 dicembre. Poi, saggiamente, non sono state convocate sedute nemmeno sotto Natale. E poi, non sono state convocate nemmeno a Carnevale, in Quaresima e a Pasqua.

Insomma, la terza votazione per eleggere il giudice costituzionale fantasma, la quinta seduta comune della legislatura, è diventata un giallo assoluto, finché all’improvviso si è materializzata per la mattina del 23 aprile, in una settimana corta per i parlamentari, pronti ai ponti del 25 aprile e del primo maggio, ma anche caratterizzata dal voto di fiducia sul PNRR al Senato e dalle discussioni animate sui documenti finanziari con il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti che ha per una volta ha messo in soffitta la sua proverbiale mitezza per affondare i colpi su Superbonus e attacco al modello di sviluppo “Lsd, lassismo, sussidi e debito”.

Me nemmeno il clima pre-festivo ha portato consiglio: stavolta hanno partecipato al voto solo 405 fra deputati e senatori, solo uno in più del quorum necessario per eleggere il giudice costituzionale e stavolta persino il povero Sisto, che al momento è in pole position, ha perso i suoi 5-10 voti. Cinque suffragi sono andati dispersi fra vari nomi che hanno avuto un solo voto, ci sono state 380 schede bianche e 20 nulle, tanto che alla fine a Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera che presiedeva la quinta seduta comune della diciannovesima legislatura, non è rimasto altro che annunciare che la Camera e il Senato in seduta comune saranno riconvocati “in data da destinarsi”, sempre con il solito ordine del giorno: “Votazione per l’elezione di un giudice della Corte Costituzionale”.

Stavolta, il quorum scenderà ai tre quinti dei parlamentari, quindi 363 voti, quindi teoricamente solo 9 in più della maggioranza, qualora però tutti i deputati e i senatori del centrodestra votassero compatti. In più c’è un altro problema: il fatto che il giudice da eleggere sia solo uno non permette accordi tipo “io voto il tuo candidato e viceversa” e quindi anche i 363 non sono una cifra facile da raggiungere. In attesa della prossima seduta e del giudice fantasma, al povero Giorgio Mulè, il migliore a presiedere l’aula di Montecitorio, non sono rimaste nemmeno le sue storiche battute con cui fa sorridere l’emiciclo. Infatti, nelle sedute comuni, l’aula funziona solo come seggio elettorale e quindi non è possibile fare interventi “a tema libero”. Mulè si rifarà nelle sedute “normali” della Camera, per la gioia dei deputati.

Massimiliano Lussanadi Massimiliano Lussana   
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