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Giorgia show a Caivano by Atreju: “Salve De Luca, sono quella stronza della Meloni”

Tutto costruito a tavolino per poi rilanciarlo sui social dei giovani di Fratelli d’Italia che esultano per il successo dell’operazione. La campagna elettorale che umilia il ruolo della premier e della presidente del G7. I timori di Forza Italia per un “crescendo” che polarizza l’attenzione a meno di due settimane dal voto

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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E’ un po’ come quando, gennaio 2020, Giorgia Meloni leader indiscussa dell’opposizione si fece fotografare sotto il cartello segnaletico di Bibbiano e con la faccia un po’ stregata, lo sguardo dal basso all’alto, sorreggeva un cartello che diceva: “Siano stati i primi ad arrivare, saremo gli ultimi ad andarcene”. Ce l’aveva col Pd e con l’inchiesta sui bambini che poi è finita come sappiamo: in nulla. Ma per due anni fu il principale motivo di attacco politico e non solo. Non elegante allora, ma così la leader dell’opposizione Giorgia Meloni intendeva il suo ruolo. Quattro anni e cinque mesi dopo Giorgia Meloni arriva a Caivano per mettersi sul petto, a dieci giorni dalle elezioni, coincidenza assai fortunata,  la medaglia del recupero e del rilancio del Centro sportivo al Parco Verde di Caivano. Operazione giusta e meritevole visto che quella struttura, nata quindici anni fa per dare lustro e opportunità ad una comunità, era da anni il luogo dello spaccio e delle violenze.  Nove mesi fa è stato questo stesso spazio è stato complice ed  alleato di violenze e abusi ai danni anche di due quattordicenni. Recuperarlo (merito anche di Sport e Salute) e consegnarlo ai cittadini è la prova di un governo che fa quello che promette. Una giornata di gloria per la premier, che doveva filare via tranquilla, senza intoppi nè fantasmi.

Come a Bibbiano

Il protocollo prevede, come sempre, l’incontro con le massime autorità locali, oltre ai sindaci, ai cardinali, al prete di frontiera, ai generali e ai prefetti, anche il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca. Tra i due non corre buon  sangue. Si becchettano in continuazione perchè se Meloni ha la battuta pronta, certo non è da meno Vincenzo De Luca, una vera star dei social specie con il suo punto stampa del venerdì. E invece, quando Meloni è stata davanti a De Luca si è trasformata nella stessa di Caivano quattro anni prima e, stringendo  la mano del Governatore, ha formulato la seguente frase: "Presidente De Luca, sono quella stronza della Meloni. come sta?”. Tutto a favore di telecamere, microfoni, taccuini, social ed autorità. A cominciare da un esterrefatto ministro dell’Interno Matteo Piantedosi che è rimasto come una statua di sale. “Benvenuta, bene di salute” ha risposto uno stupefatto governatore.

Il precedente

Lo staff della Presidenza del Consiglio si è affrettato a ricordare come tre mesi fa, era il 16 febbraio, sia stato proprio De Luca, allora come oggi assai irato con il governo che non ha ancora svincolati i fondi di coesione per la regione Campania (e anche per la Puglia, entrambi a guida centrosinistra ma è solo un caso), ad usare lo stesso epiteto contro la premier. In realtà andò in un altro modo: De Luca arrivò, non autorizzato, sotto palazzo Chigi con un corteo di sindaci campani furiosi; Meloni, che non era in ufficio, saputa la cosa osservò: “De Luca farebbe bene ad andare a lavorare”. In replica il governatore, che non riusciva ad incontrare nè ministro nè premier, se ne usci così: “Senza soldi non si lavora. Stronza, lavori lei”.

E’ chiaro che la scenetta ieri ha dato da mangiare alla pance della tifoserie di una parte e dell’altra. Quelli di Atreju, la scuola di formazione della classe dirigente di Fratelli d’Italia, hanno esultato festosi. “Brava Giorgia, fagli vedere chi sei, anzi chi siamo, insegna loro a vivere” e “voi di sinistra rosicate”,  “imparate” è solo una piccola sintesi di quello che è circolato sui social dove il video della stretta di mano è diventato virale. Un po' come quando Meloni citando l’anello del Signore degli anelli, il simbolo del potere,  incitò il pubblico di Atreju gridando: “Ma quelli come noi non saranno mai ostaggio di quell’anello”.  I quadri del partito hanno preferito parlare d’altro, ad esempio del “successo del governo che fa quello che promette come dimostra il centro sportivo di Caivano”. La segretaria del Pd Elly Schlein si è limitata ad osservare che “l’insulto è un linguaggio che non ci appartiene” e che il paese “ha bisogno di risposte concrete”. Il sindaco di Pesaro Matteo Ricci, candidato del Pd alle Europee nella circoscrizione Centro, ha parlato di “infantilismo istituzionale”.

Le conseguenze

In effetti la si potrebbe anche chiudere qua. Ognuno pensi ciò che crede e vuole. Tenendo però presenti due elementi: la differenza di ruolo (una è premier l’altro è presidente di Regione) e anche di contesto: De Luca era un uomo in quel momento umiliato perchè non aveva ottenuto neppure ascolto; Meloni è la premier in visita ufficiale con tutti schierati. E un aggravante: era tutto preparato e calcolato visto che il video diventato subito virale, è stato lanciato da sito di Atrju. Campagna elettorale quindi. Tutto studiato a tavolino. Coma Bibbiano (allora si votava dopo due settimane per la Regione Emilia Romagna).

Il problema è che tutto questo non è una diatriba tra due persone qualsiasi ma una serie di fatti che ha, ha avuto, avrà delle conseguenze. La prima, la più immediata, è che la meritoria operazione di recupero di Caivano (moderno impianto sportivo dove si possono praticare 44 discipline) non è stata valorizzata come doveva da un punto di vista mediatico perchè travolta dalla polemica politica. Le provocazioni erano iniziate il giorno prima (tra i due non cessano mai, a dir la verità) quando De Luca aveva dichiarato che “anche questa volta non riuscirò a parlare dei Fondi di coesione con la premier visto che ha un’agenda così fitta” e Meloni aveva subito replicato: “Se tutte le volte - ha replicato la premier  al governatore - che la politica passeggia portasse questi risultati, avremmo sicuramente una politica più rispettata dai nostri cittadini, quindi continueremo a passeggiare”. Poi “salve sono la stronza” di ieri.

La seconda conseguenza è che l’acuto inatteso, studiato a tavolino per poi darlo sui social, ha fatto il giro del mondo consegnando questo messaggio: la premier italiana è una che discute in quei termini con un presidente di regione.

La promessa tradita

E meno male che avrebbe avuto l’accortezza - così fu spiegato candidandosi - di non confondere troppo i ruoli, quello della premier di un paese fondatore della Ue in uno dei passaggi più difficili dalla sua fondazione e che ha anche a presidenza del G7, quello della candidata capolista in ogni circoscrizione ma senza andare a Bruxelles e quella della leader del partito più votato in Italia. E meno male, anche, che sono le elezioni europee più importanti di sempre.

Mancano meno di due settimane al voto e la campagna elettorale di Giorgia Meloni è un crescendo di tutto quello che non dovrebbe essere: polarizzazione del consenso, come se tutto si riducesse ad una conta personale tra lei e la segretaria del Pd Elly Schlein; ultimatum sulla riforma costituzionale, da  “o la va o la spacca” scandito venerdì a Trento a  “se non passa il referendum, io non mollo, chissenefrega” pronunciato domenica, come se cambiare ruolo e funzioni al Presidente della Repubblica fosse un bidoncino di pop corn; corse lessicali spericolate per nascondere i provvedimenti del suo governo e della sua squadra, ad esempio il redditometro; passerelle di dubbia opportunità come l’accoglienza sorridente riservata a Chico Forti, condannato per omicidio e consegnato da Washington all’Italia; il lancio via social di Telemeloni, ultima versione aggiornata de “Gli appunti di Giorgia”; lo spot esclusivo per la 7 in cui si rivolge a quei telespettatori dicendo loro che si sono bevuti poveri ingenui, un sacco di bugie. “Spero di trovarvi rincuorati - dice Meloni in apertura dello spot - per lo scampato pericolo della deriva autoritaria, del collasso dell'economia, dell'isolamento dell'Italia a livello internazionale. Perché mentre molti discutevano di questi fantasmi noi lavoravamo senza sosta, per migliorare le condizioni dell’Italia”. Segue la lista delle buone, a volte ottime cose realizzate. E la chiusa finale con faccetta da consumata attrice: “L'8 e 9 giugno non sono i salotti radical chic a parlare ma il popolo e quello del popolo da sempre è l'unico giudizio che ci interessa”.  Insomma, una  premier che sfotte gli elettori che magari non la pensano come lei. Anche perchè quello che dice lei è spesso senza contraddittorio.

La campagna elettorale della candidata Meloni parla molto poco di Europa, poco del nostro debito pubblico e di dove troveremo le risorse per la prossima legge di bilancio. Poco o nulla di guerre e di cosa fare per tentare di gestirle. Parla un po’ di più di alleanze, da Vox a Le Pen. Silenzio totale su immigrazione e gestione degli irregolari (le espulsioni) visto che quello che doveva essere l’assicurazione in banca per questa campagna elettorale - i campi profughi in Albania - è come minimo molto in ritardo sulla tabella di marcia. Quei campi dovevano essere operativi a metà maggio e invece ci sono solo  un paio di container e molte ruspe.  

L’attivismo  

Un’attivismo e un protagonismo  che preoccupa Forza Italia. E anche la Lega. E’ chiaro che così facendo la premier cannibalizza tutti quelli che gli stanno intorno. Che poi, a pensarci bene, è ciò che sta bene anche a Schlein: se Meloni rischia di arrivare al 30% dei consensi, almeno ciò serva dall’altra parte per polarizzare sul Pd. Ma le Europee sono un voto proporzionale, le famiglie europee sono realtà complesse i basti pensare che la maggioranza italiana abita in tre gruppi politici diversi. Ogni voto, superata la soglia del 4%, vale veramente uno. 

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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