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[Il ritratto] Giorgetti, il braccio destro di Salvini che parla con il demonio. E l’ha convinto ad andare al governo

E’ stimato da Draghi. Quando era ministro dell’interno Maroni gli chiese di presentarglielo e quando si conobbero rimase stupito. Giorgio Napolitano stravedeva talmente per lui

[Il ritratto] Giorgetti, il braccio destro di Salvini che parla con il demonio. E l’ha convinto ad...

Hanno fatto in fretta a definirlo il Gianni Letta del governo del cambiamento. In realtà, l’accanito tifoso del Southampton Giancarlo Giorgetti è qualcosa di diverso, e anche di più. Il garbatissimo e affabile ex direttore del Tempo ha sempre diviso e continua a dividere il suo ruolo di consigliere con Niccolò Ghedini, che in genere la pensa in maniera opposta su quasi tutto: è per questo che Berlusconi dice una cosa al mattino e si smentisce alla sera, a seconda di chi ha sentito dei due. E poi Gianni Letta è molto democristiano non solo nel suo eloquio persino avvolgente, ma anche proprio nel modo di rapportarsi con gli altri, cercando sempre le strade meno dirette. Giorgetti non aveva neanche 30 anni quando la dc moriva, e si vede.

E’ un lombardo strano, molto poco bauscia e molto più silenzioso di quel che deve. E non è solo il braccio destro di Salvini. E’ il suo ispiratore, «l’unico a cui si affida» il Capitano leghista, come spiegano bene dall’interno del partito. Non divide il suo ruolo con nessuno. Non esiste un Ghedini da quelle parti. E se questo governo è nato, Mattarella avrà fatto quello che poteva e Di Maio si sarà spremuto pure come un limone, ma il grande merito è tutto suo, che piaccia o no (anche il governo). Perché Salvini era ormai convinto di aver giocato perfettamente le sue carte e di aver vinto la partita, e stava ancora radunando i suoi per lanciarli alle elezioni, «che se sale lo spread è meglio andarci il prima possibile», diceva, quando Giorgetti ha spalancato all’improvviso la porta della stanza, come ha raccontato il Corriere della Sera, dicendo: «Ho parlato con il demonio». Poi mentre gli altri stavano a guardarlo senza capirlo, ha aggiunto con piglio deciso: «Il governo va fatto. Troviamo una soluzione su Savona e chiudiamo».

Ipse dixit. Se lo diceva un altro, si facevano tutti una bella risata. Ma Giorgetti no. Questo passionale tifoso del Southampton, che è riuscito persino a trascinarsi in Inghilterra Giulio Tremonti per guardare una partita allo stadio di questa squadra miracolosa, «che si è salvata per 13 volte all’ultima giornata», come gli ha spiegato quasi commuovendosi, questo raffinato intenditore di calcio - magari gli dessero la delega allo sport, almeno lui se ne intende davvero - è uno a cui danno tutti retta, mica solo Salvini. E un motivo ci sarà. E’ passato indenne per tutte le Leghe, quella di Bossi, quella di Maroni, e poi l’ultima del Capitano, e tutte le volte non solo conservando il suo ruolo, ma diventando sempre più importante. Ma non solo: Giorgetti veniva dalla destra quando incontrò la Lega Lombarda, che invece aveva tutta la sua dirigenza di ex compagni, da Bossi a Maroni. Persino Salvini si dette da fare fondando i comunisti della Lega. Eppure lui fu cooptato subito ai vertici, accanto all’Umberto. Di destra, Giorgetti è rimasto, come dimostra anche la sua vicinanza a Storace e Alemanno. Ma sarebbe stupido definirlo così. Piace a tutti. Poco tempo fa chiesero a Martina perché lo apprezzasse tanto: «Perché l’ho visto lavorare», rispose. E’ stimato da Draghi, che potrebbe anche essere il «demonio» citato scherzosamente in quella riunione. Quando era ministro dell’interno Maroni gli chiese di presentarglielo e quando si conobbero rimase stupito: «Ma gli dai del tu?». «Certo, è un mio amico», confermò Giorgetti. Non è l’unico. Altri amici stanno ai vertici dei maggiori istituti di credito e delle più grandi aziende pubbliche e private. Giorgio Napolitano stravedeva talmente per lui che lo chiamò a far parte del «Gruppo dei Saggi» incaricato di proporre le iniziative di legge in campo economico e sociale per l’esecutivo del 2013.

E poi c’è Berlusconi. Lui, oggi, è l’unico della Lega di cui si fida. Lo conosce bene, perché Giorgetti era quello che accompagnava tutte le volte Bossi alle famose cene del lunedì di Arcore. Mattarella ha cercato invano di suggerirlo come ministro dell’economia in questo governo del cambiamento, quando Salvini si era intestardito su Savona, perché quel nome era il grimaldello per far saltare l’accordo e andare alle urne. Lui non poteva che rifiutare, è ovvio. Ma avrebbe detto di no in ogni caso. Giorgetti è uno che sta bene dietro le quinte, che spegne il telefonino, che sparisce per giorni. Nel 2001 quando era sottosegretario al dicastero di via XX Settembre, dopo pochi giorni chiese di potersene andare: «Preferisco la Presidenza alla Commissione Bilancio della Camera». E così fu. Però, lui è l’uomo che ha scritto tutte le finanziarie di Tremonti. «E’ molto competente», gli riconoscono i suoi avversari politici.

E’ un tipo strano, come il suo curriculum: 51 anni, da Cazzago Brabbia, sul lago di Varese, 810 abitanti che si chiamano per metà Giorgetti, padre pescatore e madre operaia tessile, ma cugino di Massimo Ponzellini, grande banchiere amico di Prodi, laurea in 110 e lode alla Bocconi, e poi sindaco al suo paese in una lista civica. La Lega lo pesca così. Le radici, l’idem sentire. Sua moglie, Laura Ferrari, è una ragazza di Cazzago che frequentava la sua stessa compagnia e che abitava a cento metri da casa sua. Diventa l’uomo di fiducia di tutti i leader della Lega. E’ onestissimo. Bossi lo definiva «un pretino». Diceva: «Se gli danno delle tangenti lui le riporta indietro». E in effetti questo successe. Nel 2004, in mezzo ai soliti scandali delle banche, Giampiero Fiorani si presentò con 50 mila euro. Lui non mosse dito. Ma alla sera lo richiamò: «venga a riprendersi i soldi». Fiorani a verbale raccontò: «Mi disse che nonvoleva assolutamente ricevere denario perché lui era contrario. Aggiunse che se volevo potevo fare una sponsorizzazione per la Polisportiva Varese».
Da Bossi a Maroni. Che fa fuori tutti, ma non lui. E poi Salvini che ha già capito al volo quanto sia importante quest’uomo. Perché il vero ideologo di Salvini è Giorgetti, quello che lo convince alla svolta sovranista, e che sposta l’asse della Lega sulla destra, per usare un linguaggio ormai superato. Però questo serio signore di Cazzago Briabba è l’esatto opposto del suo Capitano: mai una urlata, una dichiarazione fuori luogo, una offesa pesante. E’ di quelli che lavorano e basta. Ama il profilo basso, non indulgeva alle ampolle delle acque del Po e a tutto quell’armamentario folcloristico della Lega Nord nemmeno quando il suo leader era Bossi che proprio su quei rituali aveva costruito il Partito. Figurarsi adesso.

’ sovranista, ma non leggerete mai una sua sparata contro l’euro. E difatti a lui fu affidata la delicata missione di andare a Londra per convincere la City dell’affidabilità della Lega. Missione riuscita. Se gli dai un compito, lo realizza. Siccome alla fine i partiti sono fatti di uomini oltre che di idee, la Lega ha la fortuna di avere Giorgetti. Non tutti ce l’hanno: guardate il pd e Forza Italia. E’ molto schivo e ombroso, ma anche abile tessitore di relazioni, capace di smussare gli angoli, Parla poco, ma riflette molto. E’ un uomo di altri tempi, a differenza di Salvini. Eppure riesce a essere l’uomo giusto di questi tempi, anche se lui si descrive come un marziano negli anni dei social: «Non mi piace apparire, sono convinto che quando la politica diventa schiava della comunicazione non si vada in profondità nelle cose. Oggi si preferisce un tweet a ragionamenti e riflessioni, e questo penalizza l’approfondimento. Tutto diventa uno slogan».

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno, editorialista   
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