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Il libro-manifesto di Zaia, la sconfitta a Bergamo, l’umiliazione di Giorgetti: l’amaro tramonto di Salvini

Anche stamani ai funerali di Stato di Roberto Maroni a Varese, non sarà un momento facile per il segretario. La famiglia Maroni ha rifiutato la camera ardente e vuole pagare le spese delle esequie di Stato. I malcontenti di Lega e Forza Italia sulla legge di bilancio sono il filo rosso da seguire per capire la tenuta della maggioranza

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Matteo Salvini
Matteo Salvini (Foto Ansa)

Occhio a Matteo Salvini. E alla Lega. Potrebbero generare l’uragano che a breve si abbatterà sulla maggioranza e sulla sua apparente luna di miele. Gli indizi sono tanti. Due sono emersi, per l’appunto, ieri sera. Verso le 19 il segretario della Lega decide di convocare per oggi a Milano il Consiglio Federale, che è il massimo organo consultivo del partito. L’ordine del giorno recita: elezioni regionali. Fuori sacco dovrà anche essere affrontato il tema congressi della Lega dopo la solenne sconfitta domenica scorsa a Bergamo del candidato salviniano. La riunione sarà alle 14, in via Bellerio, subito dopo i funerali di Roberto Maroni questa mattina a Varese. E qui raccogliamo il secondo indizio di giornata: ieri sera il consiglio dei ministri si è riunito e ha deliberato, tra le altre cose, i funerali di Stato per l’ex ministro dell’Interno. Attenzione però: nel comunicato di palazzo Chigi si legge che “È comunque fermo intendimento della famiglia dello scomparso sostenere essa stessa i relativi oneri”.

Il secco “no, grazie” della famiglia Maroni

La famiglia Maroni accetta le esequie di Stato (avrebbe potuto anche rifiutarle) ma intende sostenere tutte le spese. Il giorno prima il ministro Matteo Piantedosi, comunque i collaboratori del ministro, avevano contattato la famiglia per mettere a disposizione i locali della prefettura per la camera ardente. La risposta è stata secca e amara: “No grazie, non vi fate sentire da dieci anni, facciamo da soli”. Nessun funerale lo è, ma quello di stamani a Varese lo sarà ancora meno per Salvini e compagni. Roberto Maroni è stato fondatore della Lega, colui che ha traghettato il partito nella sua fase più difficile, uando rischiò di scomparire per vie delle inchieste; che decise che doveva essere il giovane Matteo Salvini il jolly di una rinascita. Correva l’anno 2012-2013. La Lega era al 3%. Rischiava di restare fuori dal Parlamento. L’intuizione Salvini fu quella giusta. Solo che poi tra i due le cose non sono andate come dovevano. Forse non sono dieci anni. Di sicuro sono tanti anni che non ci sono rapporti tra la Lega di Salvini e colui che lo ha preceduto al ministero dell’Interno (2008-2011) e che ancora è ricordato come il miglior ministro dell’Interno. E ha colpito moto come il 27 settembre - purtroppo stava già molto male - abbia deciso di fare quello che è stato il suo ultimo atto politico: chiedere le dimissioni di Salvini perchè aveva nettamente perso le elezioni. Da quella presa di posizione sono accaduti due fatti forse troppo sottovalutati: è nato il “Comitato del nord", un embrione di scissione interna con la benedizione di Maroni, appunto, e di Umberto Bossi. La prima riunione è prevista il 3 dicembre.

Bergamo, la prima vera sconfitta

Domenica scorsa si è svolto il congresso di Bergamo, il primo dei tanti regionali che ci saranno nei prossimi mesi fino al nazionale che però non è stato ancora fissato. Bene: Salvini ha perso Bergamo, nel senso che per la prima volta dopo nove anni è stato eletto un candidato (Fabrizio Sala) di una corrente opposta a quella del segretario. Mai s’era visto, nell’era Salvini, una manifestazione di dissenso così netta. Intendiamoci, la luna di miele è ancora dorata nella maggioranza. Sarebbe grave il contrario dopo appena un mese di convivenza alla guida del governo. Ma la “manovra tisana” (sic Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera in quota Forza Italia), le promesse e gli auspici del vicepremier Tajani “Forza Italia farà la sua parte per migliorare la manovra” e i mal di pancia di queste ultime 48 ore nella riunioni di gruppo della Lega proprio per commentare la manovra, raccontano che sottotraccia sta lavorando lo scontento dei due alleati minori. A loro volta alle prese con disagi interni. Forza Italia, divisa ormai in due, forse tre: i dialoganti con l’inner circle di Giorgia Meloni; quelli che mal sopportano la situazione; chi è in attesa di capire se restare o andare altrove. Di sicuro non semplifica le cose l’accelerazione voluta dalla Lega sull’Autonomia regionale differenziata. E poi c’è appunto la Lega. A cui si aggiungono altri indizi e solo per restare agli ultimi giorni: Salvini ridotto a comparsa dal pivot Giorgetti; ancora Salvini che ha letto con preoccupazione l’intervista-manifesto del governatore Luca Zaia.

La verifica delle regionali

C’è una miccia innescata con un timer sincronizzato sulle regionali della prossima primavera dove Lega e Forza Italia rischiano entrambe di diventare quasi residuali nella coalizione. La miccia sono i sondaggi che danno Fratelli d’Italia oltre il 30 per cento, 3-4 punti sopra in un mese, e Lega e Forza Italia tra il 6 e il 7 per cento, per qualcuno addirittura sotto il Terzo Polo. Salvini e Berlusconi sanno bene che devono invertire questa tendenza per evitare di diventare piccoli e insignificanti satelliti del “sistema Meloni”. Ma il tempo è poco. Le linee di frattura, invece, sono tante.

Le linee di frattura nella maggioranza

Il decreto rave party, l’assalto alle nevi delle ong, la crisi diplomatica con la Francia sono state mosse per lo più identitarie, inutili e dannose e funzionali solo per far crescere il consenso della premier. Sulla legge di bilancio Salvini e Berlusconi devono muoversi bene, alzare bandierine, portare a casa risultati e, soprattutto, saperli comunicare al proprio elettorato. Non facile in così poco tempo e cercando di non scalfire la facciata dell’alleanza “Mulino bianco”. Meloni ha sottolineato compiaciuta che “di non aver visto egoismi di fronte ad una Manovra che può concedere poco”. Ma i singoli uffici stanno tutti affilando gli emendamenti. Forza Italia vuole correggere la riforma del Reddito di cittadinanza così come illustrata nella Manovra perché “occorre muoversi con maggiore visione e rispetto per i poveri”, rischia di erodere consenso al Sud e ha messo il freno a mano sull’Autonomia. Le critiche del presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto hanno fatto saltare i nervi al ministro Roberto Calderoli (Lega) che intende invece andare avanti in tempi celeri. Sempre Forza Italia ha dovuto fare un passo indietro rispetto all’azzeramento dell’Iva su pane, latte e pasta e adesso reclama la titolarità sulla card alimentare perchè abbia “più fondi e raggiunge più famiglie”. Insomma, chiede di alzare il budget delle misure perché 500 milioni sarebbero “pochi e insufficienti”. Sempre Forza Italia vuole sostanziare meglio altre due sue battaglie: l’innalzamento delle pensioni minime (in Manovra passano da 523 a 600, “troppo poco” dice Berlusconi) e il taglio delle tasse per chi assume gli under 36. Alla fine, dentro Forza Italia, si guarda con attenzione alla contromanovra presentata dal Terzo Polo con il Rei operativo subito al posto del Reddito e il taglio delle bollette reale e a monte archiviando la spesa del credito di imposta. La Lega non è convinta sulle pensioni (Quota 103, che assorbe circa un milione di euro non basta) e sulla riduzione dello sconto sui carburanti (da 30 a 15 centesimi per litro). Vorrebbe più coraggio sulla rottamazione delle cartelle, punta al condono sul rientro dei capitali dall’estero (anche per fare cassa altrimenti le coperture non ci sono). Salvini si fa in quattro per comunicare che “da un mese ha girato in lungo e in largo l’Italia per sbloccare cantieri e miliardi”, dalla Tav alla Liguria, dall’Abruzzo alla Calabria. Che in manovra ha bloccato anche lo stop agli aumenti delle multe.

Da Capitano a comprimario

E però il segretario della Lega ha dovuto subire martedì mattina la retrocessione ufficiale da Capitano a comprimario. Nella conferenza stampa post manovra, ha dovuto ascoltare in silenzio, senza ribattere, il ministro Giorgetti ripetere la parola “prudenza” abbinata a “coraggio politico” e sottolineare come “in tanti invocavano sforamenti di qua, sfondamenti di là, si aspettavano che facessimo un po’di follie, mi dispiace non aver assecondato questo tipo di aspettative”. Peccato che il capofila del partito della spesa e dello sforamento di bilancio ce l’avesse accanto, tre sedie più in là, che ascoltava a testa bassa. E a testa bassa è andato via dalla conferenza stampa. Per non parlare di Luca Zaia. La biografia in uscita altro non è che un manifesto politico. Tutto questo preoccupa Salvini per eventuali scalate alla segreteria del partito padano. E preoccupa anche Meloni costretta ad istituzionalizzarsi più in fretta che può per essere pronta a rintuzzare una eventuale scalata dei moderati interni con un nuovo leader (Zaia) e di forze centriste che potrebbero, coalizzandosi con pezzi Lega e Forza Italia, spingerla nell’angolo degli estremisti. Gli estremismi non governano le moderne democrazie. Lo ha capito anche Meloni.

I congressi della Lega

Sono tutte linee di frattura da monitorare con attenzione nei prossimi mesi. Seguendo il filo rosso degli emendamenti alla legge di bilancio. E del congresso della Lega. Ieri sera Umberto Bossi, che con Maroni aveva chiesto la verifica interna sul segretario dopo il 25 settembre, ha promesso, seppure dall’ospedale dove è in osservazione per una ulcera, di stare “bene” e di voler essere presente alla prima riunione del “Comitato del Nord”. Una rifondazione della vecchia Lega con la benedizione del vecchio leone? Lo capiremo il 3 dicembre a Giovenzano, un piccolo comune in provincia di Pavia con una lunga storia di autonomia.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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