Il fuggi fuggi dal Pd: il partito è a pezzi ed è gara a chi abbandona la nave di Zingaretti

Padona, Martina, Minniti sono tra i nomi eccellenti pronti ad accasarsi altrove. La crisi innescata dal sostegno al governo Conte e poi dalla sua caduta non si arresta

Nicola Zingaretti, leader del Pd
Nicola Zingaretti, leader del Pd

Se ne stanno andando via dal Pd come dieci piccoli indiani. ‘Come se’ il Pd fosse una barca che affonda e da cui urge fuggire il più velocemente possibile. In effetti, il Pd naviga in pessime acque e ogni giorno riceve un altro schiaffo. Ieri, per dire, come si è sparsa la notizia che Zingaretti pensa di ‘aprire’ ai 5Stelle la (sua) giunta regionale del Lazio, s’è scatenato un finimondo, con relativa coda di polemiche. 

Chi è già saltato fuori dalla nave che affonda

In attesa che il Pd affondi, alcuni ‘topoloni’, però, già scappano. Per primo venne Pier Carlo Padoan. Dalemiano, abituato da tempo ai prestigiosi e ben remunerati incarichi (Fmi prima, poi Ocse), ministro all’Economia nei governi Renzi e Gentiloni, Padoan è fuggito per il cda di Unicredit. Di certo, avrà retribuzioni ben superiori ai miseri 12 euro mensili che prende da deputato, forse più vicine ai 210 mila euro che prendeva all’Ocse. Padoan lascia libero un seggio uninominale, quello di Siena, su cui hanno messo gli occhi in parecchi – in testa a tutti l’ex premier Conte - per poter entrare in Parlamento, in quanto trattasi di seggio blindato. Il che ha provocato una guerra dei ‘lunghi coltelli’, dentro il Pd perché la segretaria regionale, Simona Bonafé, ha detto ai romani: “dei candidati in Toscana discutono i toscani”. Poi Maurizio Martina, trasvolato direttamente oltreoceano, alla Fao, come vicedirettore generale. Eletto in un collegio plurinominale, ma testa di lista (altro seggio blindato), anche per il suo caso si sono sentiti molti altri bofonchi.

Meglio l'Africa (e la fondazione interna a Leonardo) dei Dem

Martina è ex segretario (reggente) del Pd, vicesegretario, candidato (perdente) alla segreteria. Aveva pure una sua corrente, ‘Sinistra è cambiamento’, che si è liquefatta, tranne resti ereditati dal capogruppo alla Camera, Delrio. Martina, certo, non scappa per un incarico ‘privato’, ma per il ‘pubblico’. Si occuperà di ‘fame nel mondo’, roba seria. A differenza di Veltroni, Martina – in Africa e in altre terre famose per il marchio hic sunt leones – ci andrà spesso. Ieri, però, ecco che arriva l’ultimo colpo, quello micidiale. Marco Minniti – storicamente noto perché uno dei ‘Lothar’ di D’Alema (gli altri erano Velardi e Rondolino: tutti ex) – roccioso ex ministro dell’Interno nel governo Gentiloni, un altro miracolato da una pluri-candidatura nel proporzionale (Campania 2) – lascia la Camera, scriveva ieri Repubblica. E lo fa per guidare la fondazione “Med-Or” all’interno dell’azienda ‘Leonardo’. Ex Finmeccanica, Leonardo è “un’azienda a partecipazione pubblica che opera nei settori di difesa, aerospazio e sicurezza” dice la patinata brochure.

Il Parlamento come punto per andarsene altrove

Il cda di Leonardo, il cui ad è Alessandro Profumo, ha deciso di costituire “una fondazione per lo sviluppo dei rapporti con i paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente”. E chi meglio di Minniti, che le tribù libiche le conosce come le sue tasche? E poco importa per il collegio, scatta il secondo in lista. Insomma, sempre al Pd, resta. Resta, però, pure l’amaro in bocca di molti deputati e senatori democrat. Patrizia Prestipino - deputata dem, romana, tipa tosta, esponente di Base riformista, una che relegata in un collegio uninominale (Roma Eur), nel 2018, lo ha vinto con 51 mila voti (l’unico collegio ‘a Sud di Roma’ vinto dal Pd), la mette così: “Questo esodo di nostri parlamentari non è un bello spettacolo. Come se oggi il Parlamento non fosse più un punto di arrivo, ma per andare altrove. Mi rattrista. Per me, sedere alla Camera dei deputati, era un sogno”. Un sogno che, ormai, almeno nel Pd, pare diventato un incubo.