[Il retroscena] Fico, Dibba e gli altri: scatta la fronda contro Di Maio. “Il governo è troppo a destra”

Il vicepremier organizza il primo vertice di maggioranza con Salvini e Conte per i sottosegretari, ma la sua leadership è sempre più contestata nel Movimento. Il presidente della Camera fa il capofila della corrente a sinistra e contesta la linea del governo sui migranti, Dibba tiene caldo il fronte populista. “Serve un organo collegiale che gestisca il partito”, chiede Lombardi. Lasciano consiglieri comunali a Napoli, Bologna e Benevento: “Il governo è troppo a destra”. Tensioni sull’ “invasione di campo” del ministro dell’Interno che minaccia di chiudere i porti, che sono competenza del titolare delle Infrastrutture Danilo Toninelli. Grillo torna: “Io sono l’elevato”

Di Maio, Di Battista e Fico
Di Maio, Di Battista e Fico

C’è stato un tempo in cui i Cinquestelle - anzi “i grillini, come venivano chiamati più spesso - sembravano una sorta di monolite: con il mitico blog a dare la linea ai tanti “esecutori” usi a obbedir tacendo. Per anni “i seguaci del comico di Genova” - un’altra delle definizioni più utilizzate - sono stati criticati per i loro metodi “stalinisti”, per le numerosissime espulsioni di altrettanti “dissidenti”, per la logica settaria che veniva loro imputata. A farne le spese, tra i militanti della prima ora, erano stati in tanti, come l’ex consigliera comunale di Bologna Federica Salsi, cacciata solo per avere accettato un invito in tv, o l’ex consigliere regionale dell’ Emilia Romagna Giovanni Favia, estromesso dal Movimento per un fuori onda nel quale parlava di rapporti economici - oggi acclarati - tra gli eletti a Cinquestelle e la Casaleggio e Associati. Sempre con l’idea che a tirare le fila di tutti fosse sempre lui, il fondatore.


Poi la svolta: dallo scorso settembre e fino ad oggi il dominus assoluto è stato Luigi Di Maio, “il capo politico” - secondo una formula che doveva segnare la differenza dai ruoli tradizionali di un qualsiasi segretario di partito -, oggi vicepremier, bis-ministro ed azionista di maggioranza del governo di Giuseppe Conte. Ormai da settimane, però, dal Movimento vengono chiari segnali di un nuovo passaggio di fase. Il fu monolite sembra assumere sempre di più le sembianze di un partito “normale”. Non soltanto il vicepremier ha smentito il fondatore bollando le sue opinioni sull’Ilva come “personali”, ma tra i collaboratori di Beppe Grillo della prima ora comincia a serpeggiare un certo nervosismo per la piega presa dalla leadership di Di Maio.


I suoi principali competitori interni sono due, diversissimi tra loro. Uno, Roberto Fico, viene da una storia molto “di sinistra” ed è ingabbiato in un ruolo istituzionale delicatissimo come è quello della terza carica dello Stato. L’altro, Alessandro Di Battista, figlio di un ex missino, è invece così “libero” da non essere più nemmeno un parlamentare. Era lui, com’è noto, il candidato alternativo del M5S per la premiership a Di Maio, e la sua rinuncia a ritornare in Parlamento è sembrata come il segnale di chi pensa che, allontanandosi nell’immediato, possa costituire “una riserva” per un futuro anche immediato.

Dopo avere annunciato che sarebbe partito per Stati Uniti con la famiglia con l’obiettivo di realizzare un reportage, si è però premurato di non prendere il biglietto prima che il premier Giuseppe Conte fosse a Palazzo Chigi, rimanendo nei pressi dei palazzi, mettendosi a disposizione per scendere in campo per una eventuale campagna elettorale last minute. Anche da dove si trova, però, non ha abbandonato per niente la scena. Quasi quotidianamente Dibba comunica col “suo”’pubblico attraverso Facebook. Dopo avere scritto nei giorni scorsi che in fondo “il Pd è peggio della Lega”, dando quindi un senso al governo gialloverde, nel penultimo video ha lasciato la scena alla compagna che, mentre allatta il loro bebè Andrea, controlla online il conto corrente. È così che comunica di voler “restituire” i 43.726 euro della “liquidazione” da deputato. Anche se gli altri governano e sono “costretti” a girare con la scorta e gli aerei blu, Dibba sembra voler tenere accesa la fiammella del “populismo”, pronto a rientrare eventualmente in gioco nel ruolo di un moderno Cincinnato. “Non è mica semplice essere un populista…”, sospira.


Dentro il Parlamento a fargli da sponda c’è Roberta Lombardi. Già candidata governatrice del Lazio, grillina della prima ora, non si è fatta scrupolo di dire (al Messaggero) che nel Movimento “ci sono persone diverse che la pensano in maniera libera e indipendente” e che dunque è arrivata l’ora di costituire “un organo collegiale interno a cui affidare la gestione e l’organizzazione”. Di Maio a quel punto tornerebbe ad essere uno dei tanti, e forse rischierebbe addirittura di trovarsi in minoranza. E questo è il modo di pensare di quelli che di sicuro oggi sono i dirigenti più vicini al fondatore nello stile come nei metodi.


L’altro corno della “fronda” al vicepremier è rappresentato da Roberto Fico. Il presidente della Camera più votato dai tempi di Nilde Iotti maldigerisce la coabitazione del suo partito col Carroccio, ne contesta - con fare istituzionale - quelli che considera “eccessivi scartamenti a destra”. È innegabile che se i Cinquestelle avranno il timone della politica economica dell’esecutivo, Matteo Salvini ce l’avrà sui temi che riguardano la sicurezza. Non potendo intervenire nel dibattito quotidiano - il presidente della Camera nemmeno vota in Aula - il fondatore del Meet up di Napoli fa politica con gli incontri e le visite. Non ci vuole molto per capire che la sua decisione di ricevere a Montecitorio una delegazione di Ong che si occupano di recuperare richiedenti asilo nel Mediterraneo e quella di andare in visita in Calabria dove è stato assassinato un giovane “sindacalista dei migranti” rappresentano altrettante critiche a quel tipo di politiche “di destra”.

 

Lo dice chiaramente la senatrice Paola Nugnes, sua fedelissima: “Ci sono distanze con la Lega”. Lei arriva a minacciare il voto contrario in Parlamento su provvedimenti leghisti: “Aspetto di vedere i provvedimenti (...) e poi prenderemo decisioni giuste e doverose”. La sua posizione non è isolata, anzi. Se Di Battista “balla” da solo, Fico no. E’ a lui che fanno in larga parte riferimento i numerosi consiglieri comunali dei Cinquestelle che si stanno dimettendo dai gruppi o dagli organismi di cui fanno parte, settimana dopo settimana, in polemica con “l’egemonia culturale della Lega”. Una di queste, la professoressa Francesca Menna, passa per essere proprio una fedelissima del numero di uno di Montecitorio. Eletta consigliere comunale a Napoli nel 2016 tra le fila del Movimento, ha rassegnato le dimissioni pochi giorni fa.

 

Niente spiegazioni ufficiali, ma la condivisione, su Facebook, di un articolo: “Il disagio della sinistra M5s per le posizione leghiste”. La consigliera aveva “bigiato” anche l’ultima visita di Di Maio nel capoluogo partenopeo: non si era fatta vedere. Poi ci sono Dora Palumbo e Nicola Sguera. La prima, eletta a Bologna, ha deciso di aderire al Gruppo Misto. “Ho preso le distanze dal M5S perché ritengo che abbia abbandonato i suoi principi fondanti: l’alleanza/contratto con la Lega è un’alleanza con la casta. Andiamo a governare con una forza politica che non ha a cuore gli ultimi, ma cerca il consenso seminando odio e paura per poi innalzarsi ad antidoto per accaparrarsi voti”, ha spiegato in un durissimo comunicato stampa. Sguera, docente e “portavoce” in consiglio comunale a Benevento, si è dimesso proprio dall’incarico: “Non posso restare in un movimento che si allea con un partito il cui elettorato è nutrito di pulsioni razziste, che guarda al Front National come modello politico e che nella sua storia è stato puntello del berlusconismo a giorni alterni dal 1994”. Era stato il candidato più votato del M5s.


È l’inizio di una slavina? Di Maio non sembra curarsene troppo e ieri sera ha fatto da padrone di casa al primo “vertice di coalizione” giallo verde convocato alla presenza del premier Giuseppe Conte per chiudere la squadra di viceministri e sottosegretari. “Non useremo il Cencelli”, ha detto. Nemmeno una parola sull’ “invasione di campo” del neo ministro dell’Interno che ha minacciato di chiudere i porti alle navi dei migranti, compito che spetterebbe a norma di legge al titolare del dicastero delle Infrastrutture, il pentastellato Danilo Toninelli.


Di certo lasciare il Movimento, finora, non ha portato fortuna. Nella scorsa legislatura, tra addii volontari e cacciate, se ne erano andati in 35:,18 deputati e 17 senatori. Tra i primi a lasciare Alessandro Furnari e Vincenza Labriola: quest’ultima è una delle poche ad essersi “salvata” ed è stata rieletta con Forza Italia. Idem Walter Rizzetto con Fratelli d’Italia. Per tutti gli altri, in tutto il 21,4 percento degli eletti nel 2013, niente rielezione. In questa legislatura, però, ancora non si è parlato di votazioni online per espellere qualcuno. Anzi. Oggi che i Cinquestelle sono un partito di governo, c’è addirittura un ministro con “delega” a studiare meccanismi di democrazia diretta: “Riccardo Fraccaro è il primo ministro al mondo per la Democrazia diretta a quanto mi risulta, è sicuramente un grandissimo successo, un primato non solo per M5S ma per tutta l’Italia”, dice fiero Davide Casaleggio, erede della Casaleggio e associati, al “Rousseau city lab” a Torino. È in questa circostanza che il fondatore ha provato a riprendersi ciò che è stato suo: “Io mi occupo di intelligenze superiori, visto che sono l'elevato. Tutti si chiedono dove va il mondo. Uno dei pochi che capisce dove va il mondo sono io. Abbiate pazienza, mi faccio questo piccolo complimento”.