[L'intervista] Parla Freda, l'editore nero: per 12 anni al Salone di Torino, ma nessuno si turbò

Una lunga intervista a uno dei protagonisti degli anni di piombo dopo le polemiche per la presenza di un editore vicino a CasaPound: condannati perché non riuscimmo a convincere sui rischi oggi evidenti dell'invasione

Franco Freda
Franco Freda

“La prima cosa che si vede entrando all’Oval venerdì è il Mein Kampf allo stand di Edizioni Clandestine. A destra c’è Zerocalcare che fa i disegnetti allo stand della Bao.”  Questo commento sarcastico di un visitatore del Salone del Libro di Torino liquida la polemica che ha tenuto per una settimana titoli di testa in tv e quotidiani, e posizioni di vetta tra i top trend dei social.

A scatenare la tempesta, un’accoppiata vincente: la presenza di una casa editrice prossima a CasaPound che porta come titolo di vetrina un libro-intervista a Matteo Salvini. Alle prime defezioni (Anpi, reduci dai campi, esponenti vari dell’intellighentsia di sinistra), il comitato di indirizzo resiste: “è indiscutibile il diritto di acquistare uno spazio al Salone e di esporvi i propri libri per chiunque non sia stato condannato per le leggi Scelba e Mancino” (che puniscono l’apologia di fascismo e l’istigazione all’odio razziale). Ci vuole l’intervento deciso degli azionisti di maggioranza, il presidente Chiamparino e la sindaca Appendino, per chiudere la bagarre. La cancellazione d’autorità dello stand è un regalo clamoroso all’editore: il libro delle Edizioni Altaforte scala sùbito le classifiche di vendita. Francesco Polacchi, l’editore di Altaforte, già capo del servizio d’ordine di CasaPound, rilancia: si dichiara fascista e annuncia un’azione civile per danni e perdita di opportunità. Il giovane imprenditore romano, da qualche anno trapiantato a Milano, dimostra un sicuro talento per la mercatura. L’anno scorso lanciò una linea di moda giovanile casual, felpe e magliette col simbolo del picchio. E anche in quel caso il successo gli arrise, grazie a un testimonial d’eccezione: Matteo Salvini, che la indossò a San Siro.

In realtà, nella sua lunga storia, il Salone di Torino ha ospitato editori dai ‘certificati’ giudiziari piuttosto imbarazzanti, da protagonisti degli “anni di piombo”: da Renato Curcio a Franco Freda, quest’ultimo condannato appunto per la legge Scelba-Mancino, istigazione all’odio razziale.

Freda, lei lo conferma?

Freda.‒   E’ così che comincia il suo verbale? A.d.r.: Sì, confermo tutto ciò che piace a signorìa… Per una dozzina d’anni siamo scesi davvero al mercato di Torino per esporre i nostri libri, esibendo il nostro catalogo, aperto nel 1963 con la nostra carta d’identità, il Saggio sulla ineguaglianza delle razze umane di Arthur de Gobineau. Nomen omen: quel titolo era un presagio, il contrassegno di sensi simbolici. Ma per dodici anni la nostra comparsa al Salone del Libro non turbò nessuno  ‒e  non venimmo mai disturbati. Quella presenza delle Edizioni di Ar viene adesso definita “catacombale” da chi si è invece sdegnato per la presenza, attraverso il libro vistoso su Salvini, delle Edizioni Altaforte…Dico nulla, giacché le Edizioni Altaforte non hanno bisogno di difesa d’ufficio. Per quanto si riferisce a noi, mi viene  da pensare che, data la fortuna, il successo che le catacombe (anche se scavate nel tufo…) hanno ottenuto, quel “catacombale” abbia un significato augurale".

Eppure molti di quei volumi e lo stesso progetto di Ar  sono di gran lunga più pericolosi dei libri di Altaforte, messa in castigo per  aver pubblicato un’intervista al ministro degli Interni.

"Ma no, scrolliamoci di dosso una buona volta l’importanza che ci attribuiamo, tutti noi, presuntuosi veneratori delle nostre scritture… I libri si tengono in mano, si abituano alla mano: sono mansueti, loro. Le vere influenze dannose emanano da ben altri centri; dobbiamo riconoscerlo, volendo essere sinceri. Gli autori della chiassata di Torino si proponevano di colpire l’intervistato (il quale, suppongo, ne trarrà invece  notevoli benefìci): il ministro, insomma, non il ministrante. E gli attori della stessa, poi, con tutti i loro rumori mi sembrano tanti imitatori del beato Furio Jesi, quello che nel suo scritto Il linguaggio delle ‘idee senza parole’ diede un famigerato giudizio su Julius Evola, chiamandolo “un razzista così sporco che ripugna toccarlo con le dita”. (Va aggiunto però  ‒per rimanere nell’àmbito dei germanisti di sinistra‒ che di ben altro stile fu la valutazione di Cesare Cases sulla qualità della versione in lingua italiana, curata da Julius Evola, del Tramonto dell’Occidente di Spengler   ‒da Cases ritenuta 'decisamente ben fatta')".

In effetti, la formula adottata dal comitato di indirizzo della Mostra nei riguardi di Polacchi è costruita sul suo profilo, Freda, per indicare i reprobi da escludere…Una specie di dannazione ex post, insomma, quando invece è stato lei a rinunciare, da tempo, al Salone. Ma parliamo invece di quella condanna che oggi le avrebbe impedito di andare al mercato di Torino.

"Se riferita a me, ritengo davvero impropria l’ espressione “andare al mercato”. Sono un edituo, non un editore-impresario di spettacoli librari, e le qualità del primo  sono prive delle capacità (i ‘talenti’) del secondo. Lei, Tassinari, lo sa, quanto meno lo ha ‘annusato’ fin dai tempi della condanna del Fronte Nazionale da me costituito. Lei, allora, fu quasi l’unico a dimostrare attenzione verso le nostre avventure giudiziarie e a sostenere che nei nostri confronti era stata commessa ingiustizia. Insisto quindi: da edituo al mercato ‘scendo’, non vado per lucro. E anche della condanna del Fronte Nazionale lei già conosce le cronache giudiziarie. Perciò se ne ha voglia, e ritiene che ai suoi lettori possano interessare, le racconti lei. Mi limito a soggiungere che quel dispositivo giudiziario fu allestito da influenze identiche (o analoghe o affini) a quelle che oggi continuano a celebrare la “società dell’accoglienza”. Noi, per la continuazione della vita delle tribù bianche d’Europa, proclamavamo la società dell’esclusione. Eravamo sinceramente convinti che le avversioni e le sanguinose contese ideo-teo-logiche che avevano scandito il  Novecento si sarebbero dissolte in rapida progressione, mettendo a nudo le perpetue ostilità e le naturali repulsioni tra le entità razziali (o etniche). Negli interstizi delle “idee senza parole” avevamo scrutato le parole (senza ideali da anime belle) non solo di Gobineau ma pure di Gumplowicz…E avvistammo quella invasione migratoria, prima fase di una guerra razziale che i vigorosi Afroasiatici avrebbero condotto contro gli snervati Europei infiammando il punto di confluenza dei tre continenti, il Mediterraneo. Avvertendo, più di un quarto di secolo fa, del pericolo immane e imminente, compivamo semplicemente il nostro dovere di buoni Europei. Schernite come impolitiche, anzi sdegnate come pre-politiche, le nostre furono  le predizioni di Cassandra… Pur nel vero, non fummo in grado di convincere sulla verità delle nostre previsioni. Ovvero, se preferisce, non essendo stati all’altezza di ottenere quest’ultimo risultato fummo castigati. Un bel verso di Hoelderlin  dice: “Lungo è il tempo/ma si fa evento/ il vero”. Oggi il vero, che azzanna sopra tutto l’ex-sottoproletario italiano, es ereignet sich: anzi, a farsi “evento” il vero ha soltanto cominciato".

Oggi invece l’invasione migratoria angoscia le grandi masse. Infatti Salvini ha costruito l’elemento portante della sua propaganda politica e del suo programma di governo sui respingimenti e le espulsioni che pure erano propugnati dal Fronte Nazionale.

"La sua è un’affermazione, non una domanda! La domanda, implicita, è titillata dalla curiosità di catturare la mia opinione sull’attuale ministro degli Interni italiano. Ma non credo sia di buon gusto emettere giudizi su estranei. In altre parole, ritengo la visione del mondo in cui mi riconosco davvero estranea alle vedute di Salvini, per cui non avverto la necessità di azzardare giudizi su di lui. Posso solo accennare a delle, estemporanee, impressioni circa il suo operato: che mi sembra quello conforme a un tribuno ‘pandemio’, a un uomo di governo che, invece di essere lui a governare, è governato dalle passioni delle masse (la loro speranza, la loro disperazione). Mi fa pensare a un sismografo (non a un sismologo), il quale registra le vibrazioni della crosta (e del crostone) terrestre. Segna il tempo, a volte quello giusto, come l’omino con l’ombrello (o la forosetta col mazzolin di fiori) dei vecchi barometri. E se queste mie sensazioni derivassero invece da invidia per il successo di Salvini, fossero la parte emergente, una finta insomma, di questo “vizio capitale” ?? Lo domando a me (e terrò per me la  risposta), non a lei, perché non sento il bisogno della sua risposta. Ho infatti la certezza che anche lei invidia, come tantissimi altri, Salvini… Ma, a differenza dei più, senza malanimo verso di lui. Anzi lei lo ammira e gli è grato, per conto dei Tassinari suoi nipoti, di aver finora impedito l’intrusione nella Penisola di centinaia di migliaia di invasori. Una filantropìa, la sua, che riscuote tutta (o quasi tutta) la mia comprensione…"

Allora Salvini non è il nuovo Duce paventato dagli allarmati antifascisti?

"Oh, Tassinari: “scherza coi fanti e lascia stare i santi”! Grande venturiero, grande indovino e grande stregone italiano, il Duce (duce dei socialisti, prima, dei fascisti, poi) impiegò cent’anni fa il lievito-madre della Grande Guerra per generare quella rivoluzione nazionale   ‒la prima in Europa‒  che si chiamò ‘fascismo’. Erompeva dai furori vissuti nelle trincee, il fascismo, sgorgava da quell’Erlebnis per avventarsi contro le democrazie mondiali con tutta la sua volontà (e pure velleità e pure voglia) di potenza. Noi invece, delle esangui tribù bianche d’Europa, ci accucciamo impotenti dentro i nostri covili senza voler difendere la nostra libertà. In una conferenza tenuta di recente a Matera, Simona Colarizi (allieva di De Felice) ha magistralmente rilevato l’opposizione, polare, tra i nazionalisti di un secolo fa e i sedicenti neo-nazionalisti odierni. Come ci si può attendere dagli attuali difensori del “tenore di vita”  una difesa di quello “stile di vita” incarnato dai legionari di d’Annunzio? Ormai, a cantare sono solo i tenori e i soprani, sono loro a tenere il registro della voce, non i bassi e i baritoni…"

E che cosa resta, allora, dal suo punto di vista, di questi nuovi nazionalisti?

"Mi stupisce il suo insistere sui “resti analoghi”. Non le darò più udienza, vita natural durante. All’Inferno, nostro pritanèo, io e lei verremo assegnati a gironi differenti, di sicuro con divieto d’incontro, quindi di conversazione… Intanto, come congedo, e a conforto delle sue ruminazioni, desidero però leggerle queste righe di Nicolás Gómez Dávila, un grande spirito libero castigliano, che uno scherzo degli Dei portò a incarnarsi in Colombia.

“Non sparliamo del nazionalismo. Senza la virulenza nazionalista, in Europa e nel mondo già regnerebbe un impero tecnico, razionale, uniforme. Dobbiamo al nazionalismo perlomeno due secoli di spontaneità spirituale, di libera espressione dell’anima nazionale, di ricca diversità storica. Il nazionalismo è stato l’ultimo spasimo dell’individuo al cospetto della grigia morte che lo attende.”                    

Questi pensieri vennero fissati dal loro Autore nel…1950.