[L’inchiesta] Il ministro Fontana nato nel laboratorio della destra cattolica accusata di istigazione al razzismo

La richiesta di abolire l'aggravante della discriminazione razziale prevista dalla legge Mancino, avanzata dal ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, è il segnale forte che dentro il governo gialloverde c'è una forte componente di destra decisa ad andare allo scontro frontale con il Vaticano, la “sinistra immigrazionista”, la cultura della solidarietà per affermare la propria agenda politica contraria all'accoglienza e all'integrazione. Ecco il laboratorio Verona per l'unità della destra: il luogo dove nasce e scende in campo Fontana

Lorenzo Fontana
Lorenzo Fontana

Sono arrivati subito il no del premier Conte e del suo vice Di Maio (“non è prevista dal contratto di governo”) e il ni di Salvini (“è giusto, ma non è una priorità”). Eppure la richiesta di abolire l'aggravante della discriminazione razziale prevista dalla legge Mancino, avanzata dal ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, è il segnale forte che dentro il governo gialloverde c'è una forte componente di destra decisa ad andare allo scontro frontale con il Vaticano, la “sinistra immigrazionista”, la cultura della solidarietà per affermare la propria agenda politica contraria all'accoglienza e all'integrazione. In questa destra molto estrema è rivelante il peso della componente cattolico tradizionalista che in Fontana ha il suo massimo esponente.

Che cos'è la legge Mancino

Quando, 25 anni fa, fu approvata la legge Mancino, dal nome del ministro democristiano degli Interni, poi presidente del Senato, si stava consumando la crisi della Prima Repubblica, sfiancata dall'offensiva del terrorismo mafioso, travolta dall'ondata degli scandali e dall'offensiva della magistratura contro l'ingordigia di politici e faccendieri. L'introduzione dell'aggravante razzista fu la risposta che il sistema seppe dare all'offensiva dei naziskin, scatenati contro la prima emergenza immigratoria, quella delle masse di disperati in fuga dall'Impero dell'Est in rovina dopo la caduta del muro di Berlino.

Una giovane deputata milanese

Una delle poche voci che da Montecitorio si erse contro la legge fu una giovanissima deputata del Carroccio, una trentenne milanese responsabile della consulta cattolica della Lega, di lì a poco presidente della Camera. Irene Pivetti rivendicò il diritto di «pensare male» delle grandi ondate immigratorie e dei processi di integrazione. Queste idee non erano circoscritte a qualche centinaio di teste rasate, ma innervavano il senso comune dello zoccolo duro del Carroccio e circolavano in ambienti cattolici fondamentalisti. Il cuore rosso sanguinante, trafitto da un pugnale e sormontato da una croce, che la giovane leader portava orgogliosamente al collo, era infatti il simbolo della Vandea, l'insorgenza cattolica, popolare e contadina che a fine Settecento fu schiacciata nel sangue dalle armate giacobine.

Il blitz contro la destra veronese

Dopo le retate contro i movimenti skin a Roma, Milano e nel Veneto, la prima grande inchiesta che tenta di applicare i rigori della legge Mancino a un ambito più ampio della semplice fascisteria scatta proprio a Verona, già allora laboratorio politico della destra. Nel febbraio 1995, la Procura ordina decine di perquisizioni nelle abitazioni di esponenti integralisti e attivisti di destra per «istigazione al razzismo». Tra i sospettati l’addetto stampa di Alleanza nazionale Giovanni Perez e il consigliere comunale della Lega Maurizio Grassi, già militante di Famiglie cattoliche. L’inchiesta del pm Guido Papalia, aperta dopo la distribuzione di centinaia di volantini con pesanti accuse al settimanale diocesano e al mensile dei comboniani, interessa numerose associazioni: il comitato Principe Eugenio ispirato al Savoia che difese Vienna dai turchi; Famiglia e civiltà che boicotta il film di Jean-Luc Godard Je vous salue Marie e il concerto di Madonna; il monarchico Sacrum Imperium che si batte «l’egualitarismo nato dalla rivoluzione francese, il risorgimento, per il ritorno dell’Italia preunitaria». Verona resta il centro di irradiazione delle posizioni più radicali della destra cattolica, che riesce a far approvare a larghissima maggioranza una mozione del consiglio comunale che impegna la giunta «a non deliberare provvedimenti che tendano a parificare i diritti delle coppie omosessuali a quelli delle famiglie naturali costituite da un uomo e una donna».

La Lega attrae il moralismo ec Pci

La battaglia per la difesa delle tradizioni è animata da un consigliere leghista, Romano Bertozzo, che spiega: “A me i gay fanno schifo, va bene? Non mi piacciono. Stop. Io non accetto esami di coscienza. Sono una persona pulita, mi piacciono le donne, le cose tradizionali. Voglio la Verona buona, la Verona di Romeo e Giulietta, non di due Romei. La mia difesa della famiglia è la riscossa di tutte le famiglie perbene”. Ma Bertozzo non è un clerico-fascista trasmigrato sul Carroccio: carrozziere in pensione, è un ex emigrato in Brasile, vecchio iscritto al Pci, uscito dopo la morte di Berlinguer per le accuse d’evasione fiscale agli artigiani. Gli assessori di Alleanza nazionale passano dalle parole ai fatti: sfrattano dai locali comunali l’Istituto per la storia della Resistenza e l’associazione dei sordi, chiudono lo sportello di accoglienza per gli extracomunitari, contestano l’assessore azzurro alla cultura per aver ospitato all’Arena i «rossi» Gianna Nannini e Roberto Benigni.
L’ unione sacra tra Lega, Alleanza nazionale e cattolici oscurantisti supera l’ostacolo della svolta secessionista del Carroccio. Nell’ottobre 1996 il consiglio comunale approva una mozione di Maurizio Grassi che propone di richiudere le prostitute nelle case. Lo stesso giorno il leader veronese di Alleanza nazionale, Nicola Pasetto, chiede la rimozione del procuratore Papalia, colpevole di applicare la legge Mancino con notevole zelo agli skin, ai fondamentalisti cattolici ma anche alle camicie verdi: da Verona parte l’ordine di perquisizione della sede milanese della Lega che si risolve nel grottesco esito di un ex ministro degli Interni, Roberto Maroni picchiato dai poliziotti. E' in questa temperie politica e culturale che il sedicenne Lorenzo Fontana decide di aderire al Carroccio.