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Fini: “La destra ha fatto i conti con la sua storia. Io ho iniziato. Meloni ha completato il percorso”

Il ritorno del fondatore di An e della svolta di Fiuggi. C’è molto “Fini” nel governo di Giorgia. Che oggi è alle prese con il primo consiglio dei ministri. In agenda alcuni dossier molto identitari: mascherine, ergastolo e pugno di ferro sui rave party. In cerca della discontinuità. E per dimostrare a Salvini che è lei quella che passa “dalle parole ai fatti”

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Gianfranco  Fini
Gianfranco Fini (Foto Ansa)

Il primo consiglio dei ministri del governo ha un ordine del giorno molto identitario, di “destra” e destinato a far discutere. Anche nella stessa maggioranza. Sicuramente per il bomba-libera- tutti sulle misure anticovid (via mascherine anche negli ospedali e basta divieti per i medici non vaccinati) che piace assai poco a Forza Italia anche perchè annunciato quasi fosse una sconfessione delle misure della gestione Speranza. Sulla giustizia - rinvio di alcune parti della riforma Cartabia e conferma dell’ergastolo ostativo, cioè fine pena mai per i delitti più gravi - come minimo il governo va dritto allo scontro con la Corte Costituzionale che l’8 novembre dovrebbe pronunciarsi per limitarne gli effetti. In serata ieri si è aggiunto anche il pugno di ferro del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi che si è trovato alle prese con il rave party di Halloween (in provincia di Modena) e deve mostrare immediata discontinuità con la gestione Lamorgese. Lei in genere impiegava 2/3 giorni per sgomberare in sicurezza, cioè senza feriti. Stamani saranno 48 ore di party. Piantedosi deve fare qualcosa. sicuro presenterà nome per rendere impraticabili anche in Italia i rave party. Si dice dall’agosto 2021 ma la Lega, per quanto al governo, non ha alzato un dito in tal senso.

Tenere alto il consenso

Insomma, misure utili da dare in pasto all’elettorato di destra, ottime per tenere alto il consenso e misurare quella discontinuità promessa in campagna elettorale e in questi anni di opposizione. Per il centrosinistra misure che sono solo “diversivi” utili a non affrontare quelle misure economiche che invece sono destinate ad andare in assoluta continuità con il governo Draghi e che darebbero quindi ben poca soddisfazione all’elettorato di destra. Ci sarà tempo per vedere cosa realmente sarà fatto oggi. E misurare anche, il livello di tensione tra la premier Meloni e il suo vice Salvini che da una settimana ha ingaggiato una curiosa gara a chi fa prima “a passare dalle parole ai fatti”. In questa vigilia di Consiglio dei ministri, si registra un interessante ritorno, quello di Gianfranco Fini, il leader della destra delfino di Almirante che nel 1995 a Fiuggi decretò la fine del Msi-Dn e la nascita di An, la casa di una nuova destra moderna ed europea. Se nel 1989 morì il Pci, nel 1995 morì il Msi.

I pezzi di una storia da riscrivere

L’ingresso nella Casa delle libertà; lo scontro con Berlusconi con quel “che fai mi cacci?”; la nascita di Futuro e Libertà (2010) e anche la sua sonora bocciatura nelle elezioni del 2013 (nessuno dei finiani entrò in Parlamento); l’idea di Fratelli d’Italia (dicembre 2012), estremo disperato tentativo di salvare la destra in Italia; un’inchiesta giudiziaria fratricida (la compravendita della casa di Montecarlo e un giro di presunto riciclaggio di cui ancora adesso non ci sono evidenze): sono tutti pezzi di una storia che ho distrutto politicamente, finora scritta solo in parte, piena di buchi e non detti. E che ieri, tornando a parlare in tv dopo dieci anni esatti e nove dopo la sua ultima uscita pubblica, Fini ha deciso di voler scrivere. Come se il governo Meloni fosse la chiusura di un cerchio da lui iniziato a Fiuggi nel 1995. La domanda quindi è: se e quale rapporto esiste tra la parabola di Fini e quella di Giorgia Meloni. Molti, a giudicare da una fitta serie di indizi che è possibile mettere in fila. L’intervista a Lucia Annunziata “In mezz’ora” ieri su Rai 3 è una di quelle che vanno prese e analizzate parola dopo parole perché non tutti i significati e le conseguenze possono essere immediati. Il dato di fatto è il ritorno sulla scena pubblica di Gianfranco Fini. Che non vuol dire alla politica attiva. O almeno in prima persona.

Tre momenti

L’intervista segna tre momenti: un abbraccio ideale a Giorgia Meloni; un mea culpa che farà molto discutere (“ho sbagliato a far confluire An nel Popolo delle libertà”) e un consiglio alla premier: “Sui diritti civili, il governo farebbe meglio a lasciare che se ne occupi il parlamento”. L’ex Presidente della Camera ha assicurato di voler restare lontano dalla politica dei partiti e delle tessere spiegando che “si può lavorare anche senza avere incarichi”. Lui, ad esempio, guida la Fondazione “Liberadestra”, segue ogni dettaglio di ciò che accade in Medioriente, pubblica libri e questo non gli ha impedito di osservare con molta attenzione quanto avveniva nella politica italiana e nel campo del centrodestra, completamente rivoluzionato dall'ascesa di Fratelli d’Italia.
Chi lo conosce bene e anche i frequentatori di via della Scrofa, Fondazione e partito, ammettono che “in realtà i contatti non sono mai cessati del tutto. Lui sa bene che l’affaire della casa di Monte Carlo è stato un regolamento di conti fratricida e però vede e sente queste persone”. Tra questi ci sono certamente Ignazio La Russa e Giorgia Meloni. “Avevano ragione loro e avevo torto io. Quando nacque FdI manifestai uno scetticismo totale. E invece”. Poi Fini si è convertito presto alla causa di Fdi. Si sente di fare qualche suggerimento non richiesto. Sui diritti civili, ad esempio: “E’ meglio che se ne occupi il Parlamento”. Ne sa qualcosa. Da presidente della Camera nel 2009 incontrò le associazioni Lgbt e disse: “Al centro della mia politica ci sono i diritti civili delle persona umana”. Oggi ripete: “Quella dei diritti civili è una materia delicata, soprattutto quando si agisce sulla famiglia e sui diritti omosessuali. L'atteggiamento delle istituzioni deve essere laico”. Quindi nè fazioso nè rivendicativo.
Così come sulle mascherine: il suggerimento di Fini è che restino obbligatorie in tutte le strutture sanitarie. La laicità, e non le rivendicazioni identitarie, guida il ragionamento di Fini (cosa che non sta succedendo adesso nel governo Meloni anche quando si entra nel terreno minato del fascismo e dell’antifascisismo. “La sinistra italiana non può accendere l’interruttore dell’antifascismo in modo strumentale. Da sinistra chiedono a noi il riconoscimento dell'antifascismo come un valore. La notizia è che lo abbiamo già fatto, a Fiuggi. Quei giorni sono stati l'espressione di un passaggio: usciamo dalla casa del padre con la certezza di non fare ritorno. Non so se c'era Meloni - ha raccontato Fini - ma c'era il segretario della sua sezione, Rampelli, che mi ha detto che si riconobbero in quella svolta: scrivemmo che l'antifascismo era stato essenziale per il ritorno dei valori democratici che il fascismo aveva oppresso”.

Laicità e pazienza

L’ultimo consiglio a Giorgia Meloni è di avere “tanta pazienza. Berlusconi ha ancora molti strumenti, ma non è un irresponsabile e ha capito che alcune fibrillazioni danneggiano più se stesso che gli altri. Meloni dovrà essere paziente e tenere insieme gli alleati, nell'ambito di un programma unico e di risorse disponibili, agendo sulla base di proposte condivise”. Se è tecnicamente sbagliato parlare di ritorno (non una parola di commento da parte del premier), è più di un sospetto che l’ombra di Gianfranco Fini sia parte del successo politico della premier Giorgia Meloni.

L’ombra lunga di Fini

Occorre chiarire subito una cosa: la leader di Fratelli d’Italia e del centrodestra è allieva di tanti e di nessuno e se è certamente vero che non farà mai “la cheerleader di nessuno” è anche vero che è una che ama ascoltare e imparare. E conosce il valore della riconoscenza, merce rara in politica. Gianfranco Fini, al di là dei percorsi individuali, ha intravisto subito nel 2001 le potenzialità di quella giovane che, a 24 anni, nominò coordinatrice di Azione Giovani, l’organizzazione giovanile di An, rompendo già allora il tabù di essere la prima dirigente donna del partito. A 29 anni, nel 2006, la sua prima legislatura, sempre Fini la volle vicepresidente della Camera e nel 2008 ministra della Gioventù nel terzo governo Berlusconi. Se Giorgia Meloni si affidasse anche ai consigli del suo primo mentore, sarebbe solo indizio di autonomia e libertà. Cosa, peraltro, che lei rivendica in ogni suo intervento.

Alla Stampa estera

Ci sono altri indizi, più empirici e recenti, che ci parlano della presenza di Fini nella sala regia del premier Meloni. Il pomeriggio del 3 ottobre Fini comparve alla Stampa estera – invitato dal vice presidente, un giornalista tedesco – a parlare dell’Italia dopo il 25 settembre, dopo la vittoria della destra e di Giorgia Meloni. Uno dei padri della destra italiana, l’unico e il primo che ha avuto il coraggio di fare i conti con la Storia e il nazifascismo, selezionato come la voce migliore da ascoltare in quelle ore in cui la “deriva fascista” sembrava il destino inesorabile dell’Italia del dopo Draghi. Sembrò una cosa strana, inedita. Senza seguito nelle cronache e nelle ricostruzioni dei giorni a seguire.
Nelle tre settimane accidentate precedenti l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, si parlò con insistenza del fatto che Giorgia Meloni stesse lavorando “ad una seconda Fiuggi”. Ad un secondo tempo di quel lavoro di analisi e assunzione di responsabilità con la Storia necessario per poi vivere il presente e immaginare il futuro. Operazione che la destra italiana, quella liberale e moderna, ha iniziato a fare con Fini ma che poi fu strozzata dalle dinamiche interne di An, dei nostalgici del Msi e anche di altro. Il secondo tempo di quell’analisi – difficile e probabilmente anche costosa in termine di consenso – è avvenuta quando Giorgia Meloni ha pronunciato il suo intervento “programmatico” in Parlamento. “Non ho mai provato simpatia o vicinanza nei confronti dei regimi antidemocratici; per nessun regime, fascismo compreso, esattamente come ho sempre reputato le leggi razziali del 1938 il punto più basso della storia italiana, una vergogna che segnerà il nostro popolo per sempre”. Non ha la forza di quello che disse Fini per la prima volta nel gennaio 1995, al primo congresso di An: «È giusto chiedere alla destra italiana di affermare senza reticenza che l'antifascismo fu un momento storicamente essenziale per il ritorno dei valori democratici che il fascismo aveva conculcato». O di quanto sempre Fini disse nel 2003 in vista ufficiale in Israele come presidente della Camera: “Il fascismo è il male assoluto”. Però se si mettono in fila, possono essere i tre tempi che chiudono la partita della destra con la sua storia.

Tutti gli uomini nella squadra di governo

Altri indizi dell’ombra lunga di Gianfranco Fini sul governo Meloni spuntano fuori in serie analizzando gli eletti e la squadra di governo. Tre nomi su tutti: il senatore Roberto Menia, il ministro Adolfo Urso (Mise e Made in Italy), Alfredo Mantovano, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Menia e Urso seguirono Fini nella diaspora dalla Casa delle Libertà e nell’avventura politica di Futuro e Libertà. Mantovano era già fuori ma sempre nell’orbita di Fini. Italo Bocchino, che di Futuro e Libertà era il tesoriere, è nella Fondazione di An, dirige il Secolo d'Italia e da un paio di settimane è il volto dei Fratelli d’Italia in tv. Il processo in cui è rimasto coinvolto l’ex leader della destra è fermo in una palude. Dieci anni sarebbero un tempo sufficiente per immaginare un suo ritorno. Per ricostruire quella classe dirigente che tuttora è il punto debole della squadra di governo. Fini saprebbe probabilmente evitare tanti errori. come, ad esempio, l’intervista del presidente del Senato. “Non festeggio questo 25 aprile”: ecco questa Ignazio La Russa se le doveva risparmiare perchè il 25 aprile è la liberazione dal nazifascismo che è stato il male assoluto. Da questo nessuno può prescindere.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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