Grillo e i soldi in nero, il documento che imbarazza il fondatore del Movimento

Il tribunale di Genova: evocare vecchi pagamenti in nero di Grillo è un diritto, non diffamazione. Il racconto di una causa persa dal pentastellato e di una confessione raccolta dai carabinieri. Documenti che minano dalle fondamenta il M5s

Beppe Grillo
Beppe Grillo
di Redazione Tiscali

Tutto parte da due semplicissime domande: “Che cosa combinava con i soldi Beppe Grillo quando faceva il comico tra gli anni "80 e gli anni "90? E soprattutto: come veniva pagato?” Quesiti che meritano una risposta, anche perché lo tsunami generato dallo slogan “onestà, onestà” coniato dall’ex comico ha messo alla gogna, spesso non senza ragione, una parte del tessuto politico del nostro Paese. Detto in altre parole, nel M5s, dopo i mancati bonifici da parte di alcuni suoi parlamentari, continua a piovere (e un po’ a grandinare) sul bagnato.

A elargire l'ultima sgradita spruzzata è stato il Foglio, il quotidiano fondato da Giuliano Ferrara e diretto da Claudio Cerasa, che dal suo magico cilindro ha tirato fuori il “Fascicolo 5397/14, fatti relativi al novembre 2012, atti del 2014, sentenza del 2015, tribunale di Genova”. Cosa c’è in quel fascicolo? Ecco cosa scrive Cerasa: “Il 20 novembre del 2012, l’avvocato di Beppe Grillo, Enrico Grillo, nipote del comico, si presenta alla procura di Genova per denunciare Luca Barbareschi per alcune sue dichiarazioni rese su Radiodue il 17 novembre del 2012”.

Cosa disse Barbareschi? Ecco qui: "Oggi ridevo sentendo Grillo in televisione che diceva che faremo la verifica fiscale a tutti i parlamentari italiani. Io gli risponderei che faremo la verifica fiscale a Grillo, dove ci racconterà tutte le volte che veniva pagato in nero per vent' anni della sua vita... lo sanno tutti... è luogo comune". Il dado è tratto. Da qui una reazione a catena: il legale di Grillo chiede alla procura di condannare per diffamazione Barbareschi, perché con “l’utilizzo di tale espressione si evidenzia come abbia una connotazione oggettivamente e comunemente recepita in senso negativo anche al di là della sua eventuale anti giuridicità".

E ancora, il legale sostiene che il tono dell’antagonista dello zio è, scrive Cerasa, "gratuitamente offensivo" (e si sa come Grillo lotti da una vita per non promuovere la politica degli insulti), ricorda che "il diritto di cronaca e di critica non sono correttamente esercitati laddove le informazioni vengono utilizzate per ricostruzioni o ipotesi giornalistiche autonomamente offensive" (e si sa come Grillo lotti da una vita per non infangare gratuitamente le persone) e in base a questi principi chiede di condannare per diffamazione Barbareschi”. Quindi, non si deve dire che Grillo ha ricevuto soldi in nero, "è diffamazione”.

Il 23 aprile 2015 però il giudice per le indagini preliminari Massimo Cusatti accoglie la richiesta di archiviazione per Barbareschi proposta dal pm Francesco Paolo Cardona Albini. Riconoscendo che "la considerazione svolta dall' indagato nei confronti del querelante ha un obiettiva capacità lesiva dell' onorabilità dello stesso". Ricordando che contro Grillo "non è emerso alcun procedimento amministrativo o giudiziario in relazione alle ipotesi di evasione o frode fiscali" ma ammette e certifica che, "quantomeno sotto il profilo della sussistenza dell' esercizio del diritto di critica", Barbareschi aveva il diritto di dire quello che ha detto. “E il diritto di Barbareschi è legato – sempre dal Foglio - non solo al sentito dire, non solo alle parole raccolte in passato da alcuni quotidiani (il Secolo XIX e il Giornale), che in due occasioni hanno avuto la possibilità di raccogliere da Raffaello Liguori, gestore del locale "Covo di Nord-Est di S. Margherita Ligure", dichiarazioni di fuoco sui "pagamenti in nero" delle prestazioni di Grillo. Ma è legato a qualcosa”. Liguori agli inquirenti di Genova ha detto cose pesanti.

Ecco come motiva il pubblico ministero Cardona Albini. "Il Liguori, nei cui confronti non risulta sia mai stata sporta querela, sentito a sommarie informazioni su tali fatti, li confermava integralmente, riferendo di aver pagato in più circostanze, negli anni 80/90, in quattro o cinque serate l'importo dovuto prevalentemente in contanti e senza alcuna fatturazione o ricevuta da parte dell’artista". Queste asserzioni non sono state pronunciate in un bar qualunque o da una persona qualunque, ma le ha dette ai carabinieri di Santa Margherita Ligure il gestore del locale in cui si esibiva il comico fra gli anni “80 e “90.

Come fa ad avere tute queste notizie Cerasa? Ha sul suo tavolo il verbale redatto dalle forze dell’ordine il 21 febbraio del 2015. Ecco cosa disse qualla volta ai carabinieri l'imprenditore  Raffaello Liguori: "Beppe Grillo in quegli anni non era molto famoso ed io avevo organizzato circa 4/5 serate nei miei locali, sia al Covo di Nord-Est di Santa Margherita Ligure che allo Studio 54 di Milano. Per le serate gli accordi erano che io personalmente pagavo nelle mani del comico Beppe Grillo un assegno di 10 milioni delle vecchie lire e i 60 milioni in nero e in contanti. Ribadisco che tutto ciò avveniva tra me ed il comico direttamente".

La querela per diffamazione di Grillo è un buco nell’acqua. Il gip di Genova archivia la querela del comico con questa motivazione: "Alla luce di tali emergenze, pare possibile ritenere che la circostanza già riferita dal Liguori, confermata direttamente dalla fonte della notizia, avuto riguardo alla dimensione pubblica del personaggio ed all'obiettivo interesse che può riconoscersi a tali fatti, anche per le polemiche scatenate in ambito politico dalle rispettive prese di posizione all' interno degli opposti schieramenti sul tema dell' evasione fiscale e delle retribuzioni dei parlamentari, siano tutte circostanze che valgono a riconoscere l' avvenuto esercizio di un diritto di critica da parte dell' indagato, che è stato comunque espresso in modo contingente, essendosi questi limitato al riferimento a circostanze che erano già state rese pubbliche, di obiettiva rilevanza sociale e mai smentite direttamente dall' interessato".

In altre parole, dire che "faremo la verifica fiscale a Grillo, dove ci racconterà tutte le volte che veniva pagato in nero per vent' anni della sua vita... lo sanno tutti... è luogo comune" non costituisce una diffamazione di Beppe Grillo. Le dichiarazione di Liguori non hanno più rilievo penale. La chiusa a Cerasa: “Fossimo in Luigi Di Maio però chiederemmo a un avvocato cosa sarebbe successo se le storie raccontate da Liguori fossero state rese note - e confermate - qualche anno prima. Difficilmente, di fronte a questa domanda, l’avvocato suggerirebbe a Di Maio di intonare il coro grillino: onestà, onestà. Qui, lo sapete, consideriamo ogni accusato innocente fino a prova contraria. Noi possiamo permettercelo. I moralisti grillini forse no”.