[L’analisi] Il grande fallimento: solo il tre per cento degli italiani trova lavoro con i Centri per l'impiego

Due sono i miliardi di euro che secondo il leader dei Cinquestelle, andrebbero messi subito sul progetto Reddito di cittadinanza, alla voce Centri per l'impiego. Basterebbero per rilanciarne funzionalità ed efficienza? Solo se fosse una posta confermata ogni anno. Il primo miliardo per aumentare il personale, il secondo per incidere sulle attrezzature. Già solo la riforma dei Cpi rischia di costare troppo. Figuriamoci il Reddito di cittadinanza

[L’analisi] Il grande fallimento: solo il tre per cento degli italiani trova lavoro con i Centri per l'impiego

Se è vero, come dicono Movimento Cinquestelle e Lega nel loro contratto di governo, che il Reddito di cittadinanza deve passare per i Centri per l'impiego, allora non c'è da essere ottimisti. Proprio qui, infatti, dove dovrebbero incontrarsi domanda e offerta di lavoro, si stenta perfino a vivacchiare. Quanta gente, oggi, trova lavoro grazie ai Centri per l'impiego? La risposta arriva direttamente da Maurizio Del Conte, presidente dell'Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, l'ente che coordina i 552 centri per l'impiego italiani. “Se riuscissimo a trovare lavoro al 10-15 % delle persone che bussano – dice in una intervista sulla Stampa – saremmo a un buon punto. Ma nella realtà, a trovare lavoro con i Cpi è meno del 3%”.

Nemmeno un clic

Una percentuale irrisoria, rispetto all'ambizione di questi snodi burocratici che nel 1997 hanno preso il posto del vecchio Collocamento. Avevano l'obiettivo di organizzare banche dati, incrociare numeri, aiutare datori e aspiranti lavoratori a capire le reciproche esigenze e a incrociarle. Dopo poco più di vent'anni, è successo poco o nulla di quanto si era prefisso la riforma. “Non c'è condivisione dei dati tra gli uffici delle diverse province – dice ancora Del Conte nell'intervista al quotidiano torinese – , anche di quelle che confinano tra loro”. Basterebbe solo un clic per far dialogare i vari centri ma non riescono a fare nemmeno questo.

Scarsi investimenti

L'opinione diffusa è che, non essendoci lavoro, non c'è azione possibile per i Cpi. Invece, gli esperti calcolano che il 20-25% dei posti di lavoro restano non occupati perché nessuno risponde. Una rete efficiente, capillare, con nodi interconnessi e ben organizzati, farebbe incontrare chi cerca e chi propone, risolvendo due problemi con un solo gesto. Le ragioni per cui i Centri per l'impiego non sono mai decollati sono gli scarsi investimenti dello Stato, che ci mette meno dello 0,05% del Pil, contro una media europea dello 0,21%; le conseguenti ridotte risorse di personale (ci lavorano poco meno di 8mila persone mentre la Germania ne contra quasi 100mila) e la ridotta qualificazione, sia nelle competenze (molti dipendenti con la terza media) sia nelle strutture (diversi uffici lavorano senza connessione Internet).

Rifondazione

Con questo quadro, sarebbe necessaria una rifondazione totale. A partire dagli investimenti dello Stato. Secondo l'associazione dei consulenti del lavoro, l'Italia investe meno di 750mila euro l'anno sui Centri per l'impiego, mentre la Germania ci mette 11 miliardi e la Francia 5 miliardi mezzo. Una forbice clamorosa, che dice molto sia di quanto ci creda il settore pubblico sia del risultato finale. Forme di sostegno al reddito per chi non lavora sono necessarie. Ma per poterle erogare vanno collegate a possibili proposte di lavoro, a meccanismi formativi, a una diversa organizzazione del settore. Se la riforma dei Centri per l'impiego è indispensabile per arrivare al reddito di cittadinanza si rischia di aspettare molto, forse davvero troppo.

Due miliardi

Due sono i miliardi di euro che secondo il leader dei Cinquestelle, andrebbero messi subito sul progetto Reddito di cittadinanza, alla voce Centri per l'impiego. Basterebbero per rilanciarne funzionalità ed efficienza?  Solo se fosse una posta confermata ogni anno. Il primo miliardo per aumentare il personale, il secondo per incidere sulle attrezzature. Già solo la riforma dei Cpi rischia di costare troppo. Figuriamoci il Reddito di cittadinanza.