[Il caso] Le ex toghe rosse organizzano “la nuova resistenza civile”. Contro il decreto Salvini e un malinteso senso della sicurezza… tutti con Baglioni e il festival

L’ex procuratore Spataro e il presidente della Corte d’appello Giovanni Salvi, ospiti in un convegno di Area, definiscono la piattaforma per arginare la deriva di chi, in nome della sicurezza, sta alzando sempre più l’asticella. “Decreto da emendare e correggere”

Armando Spataro
Armando Spataro

Se dovessero scegliere un manifesto, sarebbe il disegno di Makkox, quel bambino africano di 14 anni  in fondo al mare, ormai affogato, tra gli amici pesci che si complimentano per la bella pagella che teneva cucita in tasca da presentare come referenza una volta arrivato nel nuovo mondo.  E’ una storia vera che la mano del disegnatore ha tirato via dalla contabilità dei morti in mare rendendola, probabilmente, immortale.  Se devono scegliere un front man, in questo momento, non hanno dubbi: Claudio Baglioni, il direttore artistico  conduttore di Sanremo  che ha osato, durante la conferenza stampa, criticare il decreto sicurezza, fiore all’occhiello del ministro Salvini, punta di diamante di questo governo.  “Mi raccomando – suggerisce un’icona della magistratura come Armando Spataro – guardiamo tutti Sanremo, facciamo salire lo share, lavoriamo per il suo consenso …”. 

Il manifesto di Area

Nella vecchia narrazione sono “le toghe rosse”.  Oggi, nella stagione postideologica, sono i magistrati di Area democratica per la giustizia (Areadg), la corrente di sinistra delle toghe, quella che più di altre considera la necessità per un giudice/magistrato di valutare oltre il codice l’impatto di una legge. Dopo anni un po’ sonnacchiosi, archiviata la stagione del berlusconismo e dell’antiberlusconismo, ritornano, organizzano una nuova “resistenza civile” (cit.Zagrebelsky) e ripartono da un terreno popolare, e divisivo, come la sicurezza.

Si sono trovati giovedì pomeriggio nell’Aula Occorsio che è un po’ la “X” della cittadella giudiziaria della Capitale, il luogo dei grandi processi, delle cerimonie, delle commemorazioni,  delle riunioni sindacali e dei convegni. Magari non erano tantissimi – pomeriggio di giorno feriale – ma quanto basta per lasciare intravedere una nuova ripartenza. Il terreno della battaglia è definito: “Il decreto è una bomba sociale, creerà maggior incertezza per tutti, migranti e cittadini – ha detto Cristina Ornano, segretario nazionale di Area e gip a Cagliari – va emendato, corretto e denunciato nei numerosi profili di incostituzionalità”.  Critiche, ha precisato, che “si fondano su dati normativi ed esaminando i contenuti sul piano tecnico-giuridico”. Una scelta di campo netta e precisa che nasce dalla consapevolezza che le nuove norme “strumentalizzano paure reali, usano temi dalla forte valenza simbolica con un lessico – straniero, clandestino, povero, zingaro, confini, nazione - altrettanto simbolico. In questo modo – ha ragionato il giudice - si dà una risposta solo ideologica che porta solo all’aumento della detenzione, delle pene, a nuovi reati e l’allungamento dei tempi di permanenza nei Centri per il rimpatrio”. E’ chiaro che questa parte della magistratura, e non solo, darà filo da torcere al decreto se e quando dovesse passare per le aule di giustizia prima di arrivare alla Consulta. D’altra parte il Csm era stato netto nel dare il parere a metà novembre: testo “incostituzionale” in molte sue parti, numerosi saranno i ricorsi. Seguì lo scontro tra togati e laici (Lega, m5s e Fi).

Due toghe “pesanti” in campo

E’ chiaro poi che se scendono in campo due toghe  “pesanti” come Giovanni Salvi, presidente della Corte d’Appello di Roma, a lungo procuratore  a Catania dove è stato anni in prima linea a combattere scafisti e immigrazione clandestina, e Armando Spataro fino ad un mese fa procuratore a Torino e ora davanti a sé una stagione come relatore e pensatore, la riunione s’illumina subito di un profilo anche mediatico  che non può passare inosservato. E che mette in fila argomenti che è facile immaginare saranno spesi sempre più spesso nei prossimi mesi nelle aule di giustizia e nel confronto tra i giuristi. 

Il presidente della Corte d’Appello della Capitale non ha indugiato tanto sui profili di incostituzionalità ma sull’impostazione ideologica che sta dietro il decreto, “l’errore dell’equazione immigrazione=insicurezza”, la scelta di “non investire sugli immigrati e di non insegnare loro l’italiano”, la “sottovalutazione dell’inclusione sociale e dell’integrazione, specie nelle periferie”. Dove, anche in Italia, stanno crescendo le seconde generazioni quelle che in Francia una mattina invece di mettere nello zaino i libri ci hanno messo i circuiti elettrici, l’esplosivo e chili di rabbia. Un decreto che riesce solo a creare emarginazione e quindi insicurezza. E che è solo un pezzo, ha ragionato Salvi, di “un rischiosissimo gioco al rilancio politico che non capisco dove possa voler arrivare”.

L’intuizione di Filangieri

Intendiamoci: la sicurezza “percepita è molto importante”, la libertà del cittadino, citando Gaetano  Filangieri, giurista e filosofo del Settecento, “ha due componenti, la sicurezza e la sua percezione” e quindi  chi governa “ha il dovere di tenerne conto”. Ma certo “non la deve aumentare in chiave di consenso politico”. Invece è come se il ministro dell’Interno,  in ogni sua manifestazione, fisica, lessicale,  legislativa volesse alzare sempre di più l’asticella. Quello che preoccupa è quindi “fin dove può e fin vuole arrivare”.

Dove possono spingere espressioni come “diamo la caccia ai migranti” in bocca a un ministro?  Pochi giorni fa un egiziano irregolare che stava per essere rimpatriato si è buttato giù dalla scaletta dell’aereo a Malpensa per scappare. L’hanno ritrovato poche ore dopo, illeso. Ma poteva anche andare diversamente. “Lo prendiamo e lo cacciamo” è stato il refrain in quelle ore del titolare del Viminale. Ieri un tunisino che faceva resistenza agli agenti è morto a Empoli durante le fasi dell’arresto. La resistenza a un pubblico ufficiale è un reato. Non ci sono dubbi. L’autopsia dirà le cause della morte.  Intanto sta passando che “nessuna pietà per chi prende a calci e a morsi gli agenti che fanno il loro dovere”. La certezza delle pena è un valore, deve esserlo, in ogni stato di diritto. Questo non si discute. Ma la pena deve essere elargita con civiltà e in proporzione al reato commesso. Mai può essere che la vita di una persona diventi un dettaglio. E la morte un possibile effetto collaterale. Che l’ arresto di un latitante, per quanto assassino e arrogante, diventi la fiera dell’est con fanfare, palchi, comizi e con la pubblica gogna messa in un video e lanciata sui social. C’è un hashtag che gira molto bene sui social: #restiamoumani. Ecco, restare umani garantendo la sicurezza dei cittadini. Un obiettivo di civiltà.

Un brand chiamato sicurezza

Invece, è intervenuto Spataro, “la sicurezza è diventata un brand che può dare ampio consenso e in nome del quale si può fare di tutto”.  Non c’è dubbio, ha ripetuto anche l’ex procuratore, che si tratti di “un problema che esiste ma deve essere affrontato secondo logiche politiche e ferree nel rispetto dei principi fondamentali”. Invece stiamo assistendo a scontri continui dentro la maggioranza dove poi “tutto si risolve in cambio di accordi politici: io faccio questo ma tu mi dai il reddito di cittadinanza, poi c’è lo scambio con la legittima difesa e poi tra un po’ con la Tav”. 

Il decreto Salvini contiene passaggi “non compatibili con la normativa generale e con i principi internazionali”. L’obiettivo, dichiarato, è quello di “non far arrivare altri migranti e cacciare quelli che ci sono”. Ma questo non solo non è tecnicamente fattibile, “non si può neppure accettare”.  In questo clima, agitando il brand della sicurezza,  in Italia si stanno verificando “sempre più episodi di razzismo e xenofobia, forse è sbagliato dire fascismo ma non possiamo dimenticare il contesto in cui si sviluppò il fascismo”.

Serve quindi organizzare “una nuova resistenza civile”. Fatta di idee chiare e piccoli gesti quotidiani. Anche, ad esempio, sostenere tutti Baglioni e guardare il festival di Sanremo, “così gli ascolti saliranno”. Sarà, anche quello, un segnale di condivisione per le parole del cantante: “Siamo diventati un paese incattivito. Le misure del governo sono sbagliate”. Contro l’editto a Baglioni, siete tutti pregati di sintonizzarvi sul Festival.