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Europa, scacchiere europeo della nuova guerra fredda. Dal caso Skrypal alla Casa Bianca

Dietro la nuova guerra fredda tra l’Occidente e Mosca si cela la contrapposizione durissima fra la Casa Bianca e gli apparati dello Stato-profondo Usa,  e l’Europa è lo scacchiere su cui si gioca questa partita

Paola Pintusdi Paola Pintus   
Trump e Putin
Trump e Putin

Dietro la nuova guerra fredda tra l’Occidente e Mosca si cela la contrapposizione durissima fra la Casa Bianca e gli apparati dello Stato-profondo Usa,  e l’Europa è lo scacchiere su cui si gioca questa partita.

Il caso Skrypal è molto più di una spy story.

E’ una guerra diplomatica, che prelude ad una nuova guerra commerciale, e forse anche militare con la Russia di Putin, impegnata nel consolidamento dell’asse euroasiatico che passa per Ankara, Damasco e Teheran. Ed è anche un regolamento di conti tutto interno ai centri di potere americano, dove con l’arrivo di Bolton al vertice del Consiglio di Sicurezza Nazionale, si consumano gli ultimi atti della partita tra gli apparati dell’amministrazione e la Casa Bianca di Trump, che nel segno di “America first” avrebbe voluto archiviare il ruolo di gendarme del mondo ed aprire al dialogo con la Russia di Putin.

Ma torniamo al caso Skrypal, e al sorprendente allineamento dei maggiori paesi europei sulla linea dura contro Mosca. Solo allargando lo sguardo oltre i confini del Vecchio Continente è possibile cogliere fino in fondo le ragioni di una crisi diplomatica come non la si vedeva più dai tempi del muro di Berlino. In seguito alla riunione dei 28 capi di stato e di governo Bruxelles ha preso infatti decisioni drastiche, richiamando il proprio ambasciatore da Mosca ed avvallando in pieno le accuse della premier inglese Theresa May, nonostante Londra non abbia ancora fornito la “pistola fumante” in grado di inchiodare Mosca alle sue responsabilità. Sono seguite a ruota le dichiarazioni congiunte di Merkel e Macron, che hanno annunciato “misure coordinate proporzionate”, a cui si sono associati i paesi baltici insieme a Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, l’Olanda, la Danimarca e l’Irlanda. Un’allineamento vasto ma non sufficiente a raggiungere l’unanimità sull’espulsione dei diplomatici russi da tutti i paesi europei. Il governo italiano ad esempio, per bocca dell’uscente Gentiloni, ha dato il suo “assenso” alla condanna contro il Cremlino per l’uso del gas nervino, ma ha chiesto che non provochi “un’escalation” e “non chiuda i necessari spazi di dialogo con la Russia”. Una linea che con ogni probabilità non cambierà con l’avvicendamento a Palazzo Chigi.

Altre misure

Altre misure, per ora non ancora prese in considerazione, potrebbero riguardare nuove sanzioni alla Russia. Un braccio di ferro non privo di ripercussioni economiche per l’Europa, soprattutto ora che gli Stati Uniti hanno annunciato nuove misure protezionistiche unilaterali anche nei confronti del Vecchio Continente e sulle quali Bruxelles sta cercando di trattare .

Oltreoceano però ci sono anche altre partite sul tavolo, riguardanti  le linee strategiche di fondo su cui dovrà muoversi l’amministrazione americana di qui ai prossimi anni. Ed il siluramento del generale Mc Master a favore dell’ultra conservatore Jhon Bolton alla testa del Consiglio di sicurezza ne è un segnale eloquente. Sono in gioco due visioni di America contrapposte: la visione interventista e muscolare dei falchi come Bolton, favorevoli al pugno di ferro con Teheran ed al mantenimento del ruolo imperiale degli Stati Uniti nel mondo, contro la visione della prima amministrazione Trump, sostenitrice di un approccio isolazionista al proprio interno e multipolare all’esterno, di un’America non più interessata al ruolo morale di “gendarme internazionale”, ma orientata piuttosto al governo degli interessi economici nazionali e al modo migliore per massimizzarli.

Da mesi la Casa Bianca e lo “Stato profondo” si sfidano per plasmare la nuova fisionomia della superpotenza Usa, con i burocrati che accusano i membri del governo di intelligenza col nemico russo ed il presidente che prova a raggiungere un compromesso con il Cremlino, così da imporre il fatto compiuto agli analisti interni. Purtroppo però, nella visione delle principali agenzie federali (Dipartimento di Stato, Cia, Pentagono) e di una parte del Congresso gli Stati Uniti non hanno bisogno di cercare il dialogo con i loro interlocutori internazionali, debbono anzi proseguire sine die la politica imperiale nutrita dalla retorica del “regno del male” contro quello del bene, anche a costo di un’escalation militare. La Russia è il nemico indispensabile che giustifica il mantenimento della mobilitazione permanente e di tutto quell’armamentario ideologico che va dal giustificazionismo interventista della dottrina Monroe alla teorizzazione del “Nuovo Ordine Mondiale” di Bush padre e Bush figlio. Lo si vede nel campo mediorientale, dove gli Usa osteggiano pervicacemente una soluzione del conflitto siriano che estenderebbe la pax russa lungo tutto il perimetro della Mezzaluna Fertile. E lo si vede, in filigrana, dietro il caso Skrypal, con il repentino allineamento dell’Inghilterra e dei maggiori paesi europei al di qua di una rediviva cortina di ferro, in attesa di ciò che potrebbe succedere.

Ancora una volta dunque l’Europa viene prescelta come il teatro di ostilità e come scacchiere dietro il quale si giocano partite di potere molto lontane, geograficamente e strategicamente, dagli interessi del Vecchio Continente. Sta a Bruxelles provare a fare una mossa in contropiede per non rimanere schiacciata, come botte di coccio fra due botti di ferro, fra vari contendenti per l’egemonia globale.

 

Paola Pintusdi Paola Pintus   
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