[La polemica] Vi spiego perché l’espulsione del capitano Gregorio De Falco è un errore per il Movimento 5 Stelle

Molti elettori convinti del movimento non vedono di buon occhio il condono di Ischia

[La polemica] Vi spiego perché l’espulsione del capitano Gregorio De Falco è un errore per il Movimento 5 Stelle

No, vi prego, non trasformate una brutta vicenda in una grottesca disputa tra tifosi. L’espulsione del capitano Gregorio De Falco è un errore grave, per il Movimento 5 Stelle. E lo è non solo perché quasi tutte le espulsioni sono un errore, un semplificazione brutale, cercano inutilmente di ridurre un problema politico vero ad una questione disciplinare. Lo è - non solo - perché al pari di De Falco molti elettori convinti del movimento non vedono di buon occhio il condono di Ischia, ovvero il voto parlamentare che ha avviato il percorso di rottura del comandante che divenne il simbolo della dirittura morale durante il naufragio della Costa Concordia.

Lo è perché nessun regolamento interno di partito può prevalere sulla Costituzione Italiana, che prevede e difende in modo esplicito la libertà di mandato del deputato. È un retaggio lungo che ci è stato lacciato in eredità per volontà dei nostri padri Costituenti, uno dei vaccini che giustamente i padri della Costituzione vollero inserire nella nostra Carta dopo le tristi lezioni della dittatura. Quindi difendere De Falco non significa essere nemici del Movimento, ma difendere i valori a cui da sempre i suoi animatori dicono di ispirarsi. In queste ore - tuttavia - abbiamo letto contro De Falco piccole e grandi miserie. E poi tante critiche apparentemente sensate, anche di persone che lo stimano, argomentazioni che si possono riassumere così: 1) De Falco conosceva le regole, se voleva poteva non candidarsi. 2) De Falco, accettando il posto in lista che gli veniva offerto, ha sottoscritto un codice etico che gli impedisce di votare difformemente dal suo gruppo.

Io sinceramente questa sorta di teorema dell’ingratitudine non lo capisco. È stato De Falco a volersi candidare? È stato lui a usare il M5s in campagna elettorale? Penso esattamente il contrario. Il comandante, che ha rifiutato per cinque anni qualsiasi candidatura - fu corteggiato inutilmente dal Pd, e addirittura dalla Lista Monti - avrebbe potuto entrare in Parlamento con chiunque. È stato uno dei personaggi-simbolo della campagna elettorale, è stato contattato, inseguito, convinto presentato da Luigi Di Maio come un grande acquisto, un simbolo di legalità (e lo era), ha prestato la sua immagine che ha avuto una grandissima visibilità sui media e sui social. De Falco ha offerto la sua fama - meritata o immeritata, non è questo il punto - alla forza che ha deciso di metterlo in lista. Non è un ingrato, se non altro perché il programma che si era impegnato a onorare se fosse stato eletto in Parlamento, non prevedeva interventi sui regolamenti edilizi di Ischia, né voti a favore delle leggi predisposte da Salvini. Il contratto di governo è stato un legittimo accordo, che però è intervenuto dopo la sua elezione, per accordi politici successivi: dunque l’idea che De Falco possa essere additato come “traditore” o un “opportunista” è a dir poco ridicola.

Ma adesso per il M5s si pone un problema ulteriore, diverso da quello che dovette affrontare nella scorsa legislatura. Chi ricorda il caso di Luis Orellana, e dei tanti che seguirono nella lista nera di coloro che sono stati allontanati dal movimento, chi si ricorda di Giovanni Favia e di Federico Salsi (i primi espulso del 2012) sa che c’è una differenza fondamentale tra quello che accadde al Movimento all’epoca guidato da Beppe Grillo e quello che vede Di Maio come leader politico. Ieri il M5s era una forza di opposizione. Era un movimento antisistema che non aveva bisogno di porsi il tema del governo. Oggi è una forza di maggioranza. Se il partito che voleva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, per assurdo, poteva infischiarmene dei numeri della propria rappresentanza, che era soprattutto opposizione simbolica al Palazzo, il movimento di oggi è una forza di maggioranza che deve mantenere la sua forza parlamentare e un consenso molto ampio pena la crisi è la perdita di forza politica.

Difficile pensare che il Movimento di Di Maio possa sopportare una emorragia parlamentare e uno stillicidio di deputati pari a quella subita fino al 2018. Ancora più difficile è immaginare che possa mantenere il consenso di un italiano su tre inseguendo l’illusione di una rappresentanza parlamentare monolitica, soprattutto sui temi più controversi. Dunque i prossimi dissensi - che sicuramente verranno - non potranno più essere gestiti con il metodo seguito fino ad oggi. Piaccia o meno, come diceva Winston Churcill, “La democrazia è la peggiore forma di governo. Escluse tutte le altre”.