[Il commento] La Manovra in aula, blindata, per il voto finale. Ma è piena di errori, "recessiva" e con meno investimenti

Ieri la discussione in Commissione. Le opposizioni ottengono l’audizione dell’Ufficio parlamentare di bilancio la boccia e del ministro Tria. Di Maio apre alle correzioni. Lo sfogo del ministro: “Mi avete massacrato”. Brunetta: “I conti non tornano”. Sei pagine di rilievi del Comitato per la legislazione presieduto dalla grillina Dadone. Tensioni tra Pd e 5 Stelle. Oggi il ricorso alla Consulta per violazione della Carta

Di Maio, Salvini e il ministro dell'Economia, Tria
Di Maio, Salvini e il ministro dell'Economia, Tria

“Magari facciamo anche le 2 del mattino ma stanotte qui chiudiamo e domani si va in aula. Poi fiducia e sabato il via libera finale”. Claudio Borghi, il presidente leghista della Commissione Bilancio della Camera, non ha dubbi. A sentire lui sabato 29 dicembre, più o meno per fine mattinata, sarà tutto finito. Giusto in tempo per evitare l’umiliazione dell’esercizio provvisorio di bilancio, pessimo biglietto da visita per la credibilità di un Paese. E del governo del cambiamento. Giusto in tempo, anche, per cominciare subito a modificare il testo della legge. A correggerlo e bonificarlo da errori formali, sostanziali e persino linguistici.

La bocciatura della grillina Dadone

Quelli formali e linguistici sono denunciati dall’Ufficio per la legislazione diretto da una grillina Doc come l’avvocatessa Fabiana Dadone che però non perdona nulla ai suoi colleghi di governo. Anzi: in sei pagine senza sconti, spiega perchè è una legge scritta male (1143 commi sono illeggibili), perchè “va chiarita l’effettiva portata normativa di alcuni commi”, perchè in altri punti si assiste ad un “utilizzo non appropriato delle fonti normative”. Sei pagine di errori che andrebbero corretti prima del voto finale. La denuncia degli errori sostanziali arriva dalle opposizioni ma soprattutto dall’Ufficio  parlamentare di bilancio (UPB), l’organismo terzo che deve tutelare la messa in sicurezza dei conti pubblici. E dallo stesso vicepremier Di Maio che ieri, mentre la sua viceministra Castelli - ormai un mito del Web -  diceva a favore di telecamere “qui non si tocca nulla”, da Catania faceva sapere che è sbagliato togliere lo sconto sull’Ires alle organizzazioni no profit. E che quindi la Manovra cambierà. Certo. Ma dopo. Dopo essere stata approvata. Alla prima occasione utile.

Tutto come previsto

Si concretizza così il piano perfetto della maggioranza: blindare il testo della legge di bilancio e giocare sui tempi in modo da impedire qualsiasi forma di dibattito e di possibile intervento che faccia saltare il delicatissimo equilibrio di entrate e uscite che è quest’anno il testo della manovra. Un feticcio, una bandiera, una scatola vuota per poter poi spuntare accanto: “Fatto”. Ultima moda social in vigore tra i vertici dell’esecutivo.

Salvare la forma

Stamani il Pd presenterà alla Consulta il ricorso per denunciare la violazione costituzionale con cui nella notte tra il 23 e il 24 dicembre il Senato ha approvato con la fiducia e zero dibattito parlamentare il disegno di legge formato di un articolo  e 1143 commi secondo la nuova formulazione uscita il 19 dicembre dalla trattativa con Bruxelles. A palazzo Madama il testo è rimasto in Commissione due ore scarse e quando è stato votato in aula pochi, si contavano sulle dita di una mano, ne conoscevano il contenuto. Motivo per cui il Pd può dire che è stato violato l’articolo 72 della Carta che stabilisce che ogni legge deve essere approvata e votata “articolo per articolo, comma per comma” in Commissione e in aula. Per evitare un clamoroso e insostenibile bis del Senato, “colpevole” di aver fatto perdere un mese alle Commissioni riunite a discutere un testo di cui si sono perse le tracce, complice probabilmente la moral suasion del Quirinale, ieri la Commissione Bilancio ha chiesto e ottenuto l’audizione del professor Giuseppe Pisauro, presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, organismo terzo messo a garanzia dei conti pubblici, e del ministro economico Giovanni Tria. Due audizioni utili a salvare la forma e che hanno messo - dicono le opposizioni -  “ancora più a nudo il bluff di questa legge di bilancio”.

“Manovra recessiva”

“Non trascinate l’Upb in valutazioni emotive, noi ci occupiamo di numeri” ha avvisato il presidente Pisauro pressato dalla domande di Pd (Marattin e Padoan), Forza Italia (Brunetta), Crosetto e Rampelli (Fratelli d’Italia) e dell’ex ministro Beatrice Lorenzin. Aiutato da un dossier di 23 pagine, scusandosi di non aver potuto avere il tempo necessario – neppure l’Upb – per fare tutte le necessarie valutazioni, Pisauro è stato comunque illuminante. A suo modo, senza appello. Dunque la Manovra 2019 è “recessiva: aumentano le tasse, tagli gli investimenti, realizzata sovrastimando la crescita”. Se nel 2019 i dati e le previsioni consentono di dire che saremo ancora “leggermente in fase anticiclica”, nel 2020 e nel 2021 “sarà chiaramente recessiva, lo dice anche il governo”. Del resto nel 2019 gli investimenti passano da 3,8 miliardi a 1,7, “un miliardo in meno rispetto al 2018”. Meno, cioè, rispetto alle stime impostate dal governo Gentiloni in quei primi 5 mesi di quasi governo nel 2018. Ecco perché “non vi è dubbio che l'Italia corra il rischio di una recessione, anche se oggi questo non è ancora realtà”. La pressione fiscale, nel 2019, è destinata a salire dal 42% al 42,4% del Pil. Nel biennio successivo - al netto della bomba clausole Iva che valgono fino a 1,5 punti in più – “si arriva al  42,8% nel 2020 e al 42,5% nel 2021. Un aumento stabile che sarà enorme dal punto di vista politico”. I conti non tornano anche sul Pil: secondo l'Upb nel 2019 crescerà dello 0,8% e non dell'1%: una divergenza sulla crescita giudicata “accettabile” e tale per cui non è possibile per Pisauro agitare il cartellino rosso dell’invalidazione (che era invece scattato a ottobre quando il deficit era a 2,4 e il pil a 1,5). Detto ciò, “i rischi di revisione al ribasso restano però alti se si considerano le previsioni per il ‘20 e il ‘21”.

La difesa di Tria

Le parole di Pisauro danno vigore alle opposizioni. Rompono la narrazione monocorde della maggioranza per cui nulla è cambiato, le promesse sono tutte rispettate, il Fondo per il reddito e le pensioni non produce riduzione della platea dei beneficiari, un taglio di 10 miliardi (la manovra passa da 37 a 27 miliardi) è solo un trucco contabile o poco ci manca. Alle 20.30 arriva il ministro Tria reduce da influenze e raffreddori. Nelle prima ora svolge il solito compitino, cioè il racconto ormai noto per cui la manovra è espansiva, le tasse non aumentano e gli investimenti crescono. Persino il blocco dell’indicizzazione delle pensioni sono poca cosa (il gettito stimato è di circa due miliardi nei tre anni). E  il congelamento delle clausole dell’Iva, 23 miliardi nel 2020 e 29 nel 2021, sono un non problema perchè “confidiamo di reperire le risorse grazie ad una maggiore crescita”. L’esatto contrario di ciò che ha detto Pisauro. Come se i numeri fossero convenzioni interpretabili a seconda del momento. “Dal provvidenzialistico al miracolistico - ironizza Ceccanti (Pd) - nel senso di moltiplicazione dei pani e dei pesci è poi il passaggio sul fatto che il reddito di cittadinanza e Quota 100 non cambiano anche se sono ridotti gli stanziamenti”. Nel silenzio passivo della maggioranza, Tria riesce anche strappare un applauso quando ammette di aver fatto il vaccino antinfluenzale.

 Il grido di Tria: “Mi avete massacrato”

 Il problema è ciò che accade nelle due ore seguenti. Dopo la relazione, seguono quaranta minuti di domande. “Mi avete massacrato per un’ora, adesso lasciatemi parlare” sbotta il ministro nelle controreplica alle domande delle opposizioni. In realtà il ministro dice poco nella relazione e ancora meno nella controreplica.Le opposizioni vanno all’attacco su tutto: come pensa di non far scattare le clausole dell’Iva nel 2020; che fine hanno fatto gli investimenti pubblici; “come fate a fare la riforma dei Centri per l’impiego in quattro mesi e quindi a far partire il Reddito”; quale la strategia per lo sviluppo del sistema Italia. Brunetta fa una “premessa tassonomica” per cui in origine c’era una ‘Manovra Tria’, a seguire ‘quella del balcone’ e infine ‘quella di Canossa’, cioè questa, quella del pentimento rispetto a Bruxelles. Poi chiede se è vero  che “la norma per restituire i soldi ai truffati dalle banche ha già avuto il disco rosso dalla Ue in quanto aiuto di Stato?” A riprova ci sarebbe un carteggio tra il direttore generale del Tesoro Rivera e Bruxelles. Maria Elena Boschi chiede con puntualità logica: “Se una serie di provvedimenti non andranno in porto, dal taglio dell’Ires per i no profit al gettito previsto per i nuovi Centri dell’impiego, se ci sarà un mancato incasso di 500-600 milioni, come pensate di integrare?”. Rampelli chiede se è vero che la misura sulle pensioni coinvolge il 58 per cento dei pensionati italiani. Non a caso oggi ci saranno manifestazioni in tutta Italia. Delrio vuole una parola definitiva sugli investimenti, se è vero che nel 2019 sarà perso un miliardo ricordando che tra il 2014 e il 2017, governi Renzi e Gentiloni, gli investimenti sono passati da 270 miliardi a 308, “una crescita di ben 38 miliardi”.

“Mi sono anche preso i fogli in testa”

Un fuoco di fila a cui Tria  si sottrae dicendo che “questo governo ha trovato un paese in crisi”, che in fondo “è colpa di chi c’era prima se il debito è così alto”, che la crisi morde già anche il nord Europa, che le clausole dell’Iva loro le hanno trovate. Una storiella che scalda gli animi fino ad una quasi rissa tra Marattin (Pd) e Donno (5 Stelle) che bolla il primo come “deficiente” perchè troppo insistente con le domande. E uno scontro tra il solito Donno e la Boschi a cui invece ha suggerito di “stare calma che altrimenti si alza la pressione”. Nella pausa Donno andrà poi al buffet a placare gli animi con una fetta di torta piuttosto ampia azzannata con gusto. I leghisti entrano e escono dalla Commissione come veri padroni di casa, non perdono neppure il tempo a ribattere. Tria la mette così: “Io sono la persona più tranquilla del mondo, l’altro giorno al Senato sono rimasto lì in aula, fermo, con tutti quei fogli (i senatori lanciavano contro il governo pezzi di Manovra, ndr) che mi volavano addosso…”. La notizia del giorno, tra i leghisti, è il selfie di Salvini mentre a Catania addenta un arancino/a.

No profit e la lista delle cose da cambiare

Il ministro lascia la Camera poco prima di mezzanotte. I lavori della Commissione proseguono fino alle due del mattino. Il risultato non cambia: il testo della manovra è in aula stamani, in attesa della fiducia. Con tutte quelle domande inevase. Una cosa è certa: il testo ora è blindato ma dovrà cambiare. Subito dopo l’approvazione. E’ stato Di Maio ieri ad aprire la porta alle modifiche. Dopo una settimana di articoli e denunce, compresa la Cei e l’omelia di Natale di papa Francesco, ieri il vicepremier stellato ha parlato con i frati di Assisi e ha capito che aver tolto la riduzione dell’Ires per gli enti noprofit per mettere in cassa 118 milioni circa fare cassa, è una scelta sbagliata. Meschina. Il governo aveva detto in coro che in questo modo “si voleva fare pulizia di quegli enti no profit inutili e parassiti” magari perché aiutano gli stranieri. Peccato che su uno, forse, parassita, gli altri nove sono la struttura di quel che resta di uno stato sociale degno di questo nome. E insomma, di fronte a un Salvini riluttante, Di Maio ha fatto la mossa e ha promesso: “Cambieremo alla prima occasione utile”. Così come molte altre cose. Prima di tutto i saldi, in primavera ci sarà sicuramente una correzione visto che il confronto numerico tra Upb e Tria è stato impietoso. Il governo dovrà poi fare i conti con la violazione della Bolkestein: con il rinvio di 15 anni siamo a rischio procedura d’infrazione. E con la norma per rifondere tutti i cittadini “vittime” delle banche, anche quelli coscienti di fare investimenti che potevano avere una componete di rischio. In realtà si tratterebbe di un aiuto di Stato, dunque vietato dalle regole europee, un’altra procedura. Le sei pagine del Comitato per la legislazione sono una raffica di errori messi in fila uno dietro l’altro che vanno in parte corretti, in parte interpretati o integrati. La Manovra va in aula. I pensionati in piazza. Gli autisti privati, gli Ncc, da una settimana sul piede di guerra, ieri hanno bruciato un manichino di Di Maio in piazza. Non è una bella aria.