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Tra tetto al prezzo del gas ed embargo al petrolio, Draghi protagonista di una nuova politica energetica europea

Il Consiglio straordinario Ue si è concluso con un “successo” personale del premier italiano. Che sempre di più alcuni partiti e leader vorrebbero alla guida del governo anche dopo il 2023

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Mario Draghi
Mario Draghi (Foto Ansa)

In fondo si tratta di un “embargo” (al petrolio russo che arriva via mare, il 90% del fabbisogno europeo) e di uno “studio di fattibilità” (sul price cap, ovverosia il prezzo calmierato al gas). Questo dicono gli scettici. E quelli arruolati nella campagna elettorale permanente per cui dare addosso a chi governa paga sempre. Ma se questo è il giudizio finale di quanto è successo in questo Consiglio europeo straordinario che doveva approvare il sesto pacchetto di sanzioni economiche alla Russia, vuol dire che non sono state comprese le dinamiche che stanno riscrivendo assetti e alleanze e, più in generale, il quadro geopolitico non solo europeo.

La “rivoluzione” dei 27

La verità è che la Commissione europea si sta muovendo di fronte alla guerra Russia-Ucraina in un modo “rivoluzionario”. Al pari quasi di quanto ha fatto per la pandemia quando per la prima volta in settanta anni è stato deciso di fare debito comune. Allo stesso modo in questo mesi vengono assunte decisioni comuni, collettive che stanno riscrivendo tutta la politica energetica europea. Il fatto che in tre mesi i 27 paesi membri della Ue abbiano cambiato idea e concordato di valutare un prezzo “politico” imposto sul gas per evitare le speculazioni assurde che ci sono state in questo ultimo anno, guerra o non guerra; il fatto di fare a meno del petrolio russo (anche se a partire da gennaio 2023); diversificare le fonti di approvvigionamento; investire tutto sulle rinnovabili e sull’idrogeno: tutto questo significa cambiare gli ultimi 50 anni di politica energetica europea che dipende al 50% dal gas russo e al 27 per cento dal petrolio russo.
Tutto questo non sarà ancora il federalismo pragmatico auspicato tante volte da Draghi in questi mesi ma sicuramente ci stiamo avvicinando. Se consideriamo poi che Price cap, embargo del petrolio e trattative per sbloccare e spedire il grano di Odessa sono i tre dossier imposti (price cap e grano) e caldeggiati senza mai un dubbio (petrolio) da palazzo Chigi, si capisce perchè il Consiglio straordinario europeo del 30-31 maggio sia stato un successo che parla italiano. E abbia le fattezze di Mario Draghi.

“Accontentati”

Essendo uno molto pragmatico e realista, che non ama gli aggettivi e ancora meno le iperbole, il premier si è ben guardato dall’esaltare la missione a Bruxelles. Si limita a dire che l’obiettivo è stato raggiunto. Ma il body language - il premier indugia nella conferenza stampa, accetta anche due domande dallo stesso giornalista cosa di cui in genere diffida, a tratti persino sorride - e alcune battute lasciano intendere meglio di tante parole la sua personale soddisfazione.
Sul price cap "l'Italia è stata accontentata”. Così Draghi riassume quello che era l'obiettivo principale del suo governo al vertice straordinario dei leader Ue: ottenere un'apertura per iscritto al tetto ai prezzi del gas. Si tratta senza dubbio di un'apertura parziale e generica, di un calcio d’inizio di una partita che si prospetta in salita e che avrà nel Consiglio europeo di fine giugno una delle sue tappe cruciali. Un intervento politico per calmierare i prezzi che ha nell’Olanda il suo principale avversario. Ad Amsterdam c’è la borsa che fissa il prezzo del gas e qui hanno sede e operano tutti i principali stake holders del mercato che sarebbero nei fatti congelati dal Price cap e che in questi mesi hanno tuti guadagnato cifre astronomiche dall’inflazione galoppante. Proprio per questo alla fine tutti i 27 hanno aperto alla fattibilità del price cap: sono tutti massacrati da un caro bollette che sta mettendo in ginocchio famiglie e imprese. Il price cap sarà anche un limitazione “temporanea” del libero mercato però avrebbe come conseguenza il taglio immediato delle bollette. Il fronte dei 'no' al price cap è stato scalfito grazie a due fattori: un'inflazione che non fa intravedere alcun arresto (Banca Italia ieri mattina ha fatto previsioni fino al 7% nel 2023 se la guerra dovesse continuare) e una guerra, quella in Ucraina, che porta l'Europa ad entrare in una nuova era energetica. Le conclusioni del vertice sul price cap invitano alla prudenza. La Commissione viene invitata ad “esplorare con i partner internazionali le modalità per frenare l'aumento dei prezzi dell'energia, compresa la fattibilità dell'introduzione di tetti ai prezzi temporanei dove è appropriato” si legge nel testo che pone come condizione un punto condiviso da tutti:senza la sponda degli alleati extra-Ue, un price cap solo europeo all'import di gas non è percorribile.

Il massimo impatto delle sanzioni

“E' stato un vertice un po' lungo ma siamo soddisfatti” è stato l'esordio d Draghi nella conferenza stampa finale. Per Roma si trattava soprattutto di massimizzare lo spazio di discussione che è stato aperto sul RePowerEu. Un piano destinato ad investimenti e spese nel campo dell’energia e che può contare su “fondi rilevanti ma che non sono nuovi”. Non è quindi quel ricoveri di guerra di cui tante volte Draghi ha parlato anche con Macron.
Il Consiglio Ue ha ribadito l’aiuto militare, economico, umanitario al governo ucraino, è stato deciso di potenziare il Fondo europeo per la pace (che serve a sostenere spese militari). Ma soprattutto questo era il Consiglio che doveva approvare il sesto pacchetto di sanzioni alla Russia di cui a Bruxelles si parla dal 4 maggio. E lo ha fatto: oltre a gas e petrolio, ci sono nuovi nomi nella black list di coloro a cui vanno congelati i bene fuori dalla Russia (il patriarca Kyrill e l’amante di Putin) e un’altra banca, la più diffusa in Russia, esclusa dal circuito Swift . Dunque l’Europa era e resta compatta nella difesa dell’Ucraina e nella condanna dell’aggressore russo. Anche questo non era così scontato dopo tre mesi di guerra. Le sanzioni anti-russe “avranno il loro massimo impatto a partire dall’estate” ha detto Draghi ribadendo un concetto più volte messo sul tavolo dei consessi internazionali: da questo processo - sia sul fronte delle sanzioni che sul piano di diversificazione energetica dalla Russia - non si torna indietro. A prescindere dalla durata della guerra di cui non si ha alcuna idea. Visto che è chiaro a tutti che “la pace non potrà che essere decisa da Kiev, alle sue condizioni, e non certo da Mosca”.

Il Recovery di guerra resta sul tavolo

Per andare avanti però, ha avvertito il premier indicando quale sarà la prossima battaglia, “i bilanci nazionali non bastano”perché "i bisogni a cui deve far fronte l'Ue sono tanti”. Ad esempio la difesa comune, l'accelerazione sulle rinnovabili, la necessità di dire rapidamente addio alla dipendenza energetica da Mosca senza far schizzare ulteriormente i prezzi delle bollette. Sono questi pilastri della sfida di Draghi per tentare di convincere i falchi del Nord sul price cap e sull'opportunità di mettere in campo un nuovo Recovery di ispirazione bellica. “Il Next Generation Ue è un precedente che è impossibile dimenticare e mi aspetto che verrà utilizzato” ha suggerito il premier aggiungendo quello che per lui è una assoluta evidenza: “E’ impensabile” che da qui in avanti gli Stati dell'Ue possano fare da soli. Per quello che riguarda l’economia italiana - su cui ieri è caduto il macigno delle Conclusioni del governatore della Banca d’Italia con inflazione al 7% e zero crescita se la guerra dovesse continuare - Draghi ha ripetuto che sarà fatto di tutto per aiutare le famiglie più povere e le imprese. Con quali soldi? “Gli scostamenti di bilancio ormai sono superati ma io non ho preclusioni ideologiche di fondo” ha detto Draghi il cui governo finora ha messo sul tavolo più di 30 miliardi per famiglie e imprese.

Il dossier grano

Il premier può essere soddisfatto anche di come sta procedendo un altro dossier a lui molto caro, quello dei raccolti di grano bloccati nei porti in quanto prigionieri di guerra. “Adesso se ne stanno occupando le Nazioni Unite” che hanno diffuso i numeri e la dimensione della tragedia alimentare, e quindi umanitaria, civile e migratoria, che deriva dal tenere fermi 22 milioni di tonnellate di grano destinate ad Africa e medio-oriente. Anche Mosca ha capito che non c’è tempo da perdere. Ieri il ministro degli Esteri russo Lavrov è andato in Turchia: Erdogan è uno di quelli che può aiutare a risolvere l’impasse mine. “Ovviamente ciascuno (Russia e Ucraina, ndr) dice che le ha messe l’altro, probabilmente le hanno messe entrambi, fatto sta che oltre i porti anche il mar Nero è pieno di mine che vanno localizzate e neutralizzate”. E questo può essere fatto solo con navi militari (i cacciamine italiani sono tra i migliori) che devono essere autorizzati ad entrare nel mar Nero anche da Mosca. Anche qui: una situazione molto delicata su cui però si intravede lo sforzo - seppure tardivo - di tutte le parti di trovare una soluzione.

Il “successo” di Draghi

Premesso che in questa situazione tutti perdiamo e nessuno vince, non c’è dubbio che questo Consiglio Ue consegni un vincitore per quanto parziale e non definitivo: Mario Draghi. I ministri plaudono a come il premier sappia muoversi in questo terreno minato che è la guerra in Ucraina, “lucidità e pragmatismo” dicono i ministri Di Maio, Gelmini, Brunetta, leader politici come i segretario dem Enrico Letta. Il premier diffida giustamente ovviamente di ogni blandizia. Ad un giornalista che ieri chiedeva conto di indiscrezioni che lo vedono prossimamente alla guida della Nato, ha risposto in molto molto netto: “No, no, no”. Sciaguratamente una volta si definì “un nonno al servizio delle istituzioni” e tutti sappiamo com’è andata a finire.

Draghi premier nel 2023?

Oltre a tenere unita l’Europa, il premier deve occuparsi di tenere unita la sua larga maggioranza. “Sono proprio curioso di capire come farà Conte ad attaccare Draghi” ironizzava ieri un parlamentare 5 Stelle pensando al 21 giugno quando ci sarà l’informativa al Parlamento sul prossimo Consiglio Ue (23-24 giugno) e finalmente Conte quel voto “sulla linea politica del governo” che cerca da mesi. La missione di Salvini a Mosca in cerca della pace è stata liquidata dal premier con una parola: “Su queste questioni si esige sempre la massima trasparenza”. Che evidentemente non c’è stata ed ha esposto l’italia e il governo a gravi strumentalizzazioni. Non è un caso che proprio in una giornata come quella di ieri si torni a parlare di Draghi come “soluzione anche per il dopo”. Dopo le elezioni del 2023. Non è la prima volta: ne parlano pezzi del Pd a che se a domanda precisa ieri Letta ha preferito glissare (“Draghi premier nel 2023? Ha già detto che non farà un partito”); ne parla Azione (ieri lo ha fatto Osvaldo Napoli); ne ragiona Italia viva. Colpisce che ieri lo abbia fatto il presidente della regione Puglia, Michele Emiliano. “Il presidente Draghi rimane un punto di riferimento in questo momento non sostituibile. È evidente - ha aggiunto il governatore a Rotterdam per il congresso del Ppe - però che, siccome Draghi non è un uomo politico e non ha un partito, per mantenere la sua disponibilità a sostenere l'Italia, l'Unione europea e in questo momento anche la Nato e l'Alleanza atlantica, serve che qualcuno gli presenti un progetto politico al quale il presidente pensi di poter dare il suo contributo. Altrimenti immagino siano tanti gli uffici internazionali che avrebbero desiderio di portarselo via. Quindi bisogna parlargli in fretta e dirgli in fretta, almeno questo i partiti politici lo possono fare, che progetto politico hanno per la prossima legislatura”.

 

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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