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In Spagna non vince nessuno ma perdono destre, sovranisti e populisti

Il Partito Popolare ha ottenuto 136 seggi in Parlamento, 47 in più delle scorse elezioni. Il leader Feijo’o’ vuole l’incarico per formare il governo. Ma non ha la maggioranza (176). Crolla Vox di Abascal, l’amico di Meloni, che con i suoi 33 seggi non dà la maggioranza. Tiene, addirittura cresce, il Psoe di Sanchez.  Ecco perchè ora anche Giorgia e i Popolari europei devono rivedere i piani

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
In Spagna non vince nessuno ma perdono destre, sovranisti e populisti
Il leader del Partito popolare Alberto Núñez Feijóo (Ansa)

Il voto spagnolo sembra voler mettere fine alla stagione dei populismi. Che in Spagna hanno fatto comunque sempre meno danno che in Italia. Il fatto poi che questo accada un anno prima del voto per le Europee, apre una serie di scenari e conseguenze nel medio e lungo periodo in Europa. E anche in Italia. Il primo è evidente: il partito dell’estrema destra spagnolo, Vox, è andato così male che sarà più difficile d’ora in poi per Giorgia Meloni andare a fare l’ospite d’onore, in presenza o collegata, nella varie kermesse del partito del caro amico Abascal. Anzi, fare la madrina italiana di Vox d’ora in poi potrebbe anche essere controproducente proprio in funzione del voto europeo.

Un altro effetto collaterale è che la maggioranza europea vagheggiata da Manfred Weber e Giorgia Meloni tra Popolari e Conservatori esce malridotta dal voto spagnolo. Bisognerà poi dire che il leader socialista e premier dimissionario Pedro Sanchez, alla guida del paese dal 2018, avrà anche “commesso una serie di errori” come hanno detto e scritto in queste settimane intellettuali e analisti di ogni colore politico, ma aver deciso di aprire la crisi di governo  il 29 maggio dopo la sconfitta del proprio partito alle elezioni regionali e comunali, e aver indetto il voto per il 23 luglio è stata uno mossa tanto azzardata quanto azzeccata.  

I numeri

Il voto spagnolo è quindi nato da una sfida e nelle peggiori condizioni: la calda estate spagnola e la presidenza di turno del semestre europeo. Nonostante tutto questo e ben altri consigli, Sanchez ha tirato dritto e sfidato i populisti di destra e di sinistra, i gufi che lo davano per sconfitto e gli analisti politici, tanti, che fino a ieri sera raccontavano il voto spagnolo come la consacrazione della destra. I sondaggi avevano previsto un trionfo  delle destre, destinato a mutare gli equilibri politici anche in Europa. Invece l'obiettivo di fare piazza pulita del “sanchismo” non si è verificato.

I numeri, con i dati di questa mattina e a spoglio concluso, dicono che una maggioranza non c’è. A fronte di un'affluenza pari al 70,4% - più alta delle attese - il Partito Popolare ha ottenuto il 36% e 136 seggi in Parlamento, 47 in più delle scorse elezioni. Il leader Alberto Nunez Feijo’o’

Può quindi essere considerato il “vincitore politico” di questa tornata elettorale.  Ma per una maggioranza assoluta servono 176 seggi e poiché i sovranisti di Vox hanno preso solo il 12,3% e perso ben 19 seggi (scendendo da 52 a 33 seggi) neppure la tanto vagheggiata alleanza con Abascal può dare la maggioranza.

I populisti di destra hanno avuto quasi lo stesso risultato dei populisti di sinistra (Sumar), anche loro il 12,3% e 31 seggi. La differenza è che a sinistra ne hanno perso solo quattro.  A questo punto il Psoe di Sanchez, dato da tuti per sconfitto, ha invece ottenuto due seggi in più salendo a quota 122 seggi con il 31,7%.  In Senato, invece, il Pp può contare su una maggioranza assoluta di 143 scranni, contro i 92 dei socialisti. Diventano quindi determinanti i voti degli indipendentisti. In Catalogna la sinistra repubblicana (Erc) di Pedro Aragones, presidente della regione, ha perso 6 seggi scendendo a quota 7, alla pari con Junts per Catalunya di Carles Puigdemont, l'ex leader separatista fuggito in Belgio per evitare l'arresto dopo il tentativo di secessione del 2017. Nei Paesi Baschi, invece, Bildu ha ottenuto 6 seggi, uno in più, e Eaj-Pnv (il Partito Nazionalista Basco), 5 seggi, uno in meno. 

Quelle vittorie che sono pareggi

Il Partito Popolare di Feijo’o' - e chissà quante volte sbaglieremo questo nome - ha comunque rivendicato il diritto di formare un esecutivo. Ha ricevuto più consensi, ma non abbastanza per governare, nè in autonomia, nè insieme a Vox. Il Partito Socialista del primo ministro uscente, Pedro Sanchez, ha tenuto e la piattaforma Sumar della vicepremier, Yolanda Diaz, ha raccolto risultati discreti, mettendo insieme quel che resta di Podemos con altri movimenti di sinistra. Non c’è insomma una maggioranza chiara. Ancora una volta saranno i piccoli partiti indipendentisti a decidere i giochi. A meno che non accada ciò sarebbe normale accadesse: un’intesa politica tra Popolari e Socialisti, la Grosse Koalition spagnola. Impossibile vista la campagna elettorale, le accuse e i programmi. Un po’ immaginare di mettere insieme Conte e Meloni. Ma la politica è l’arte dell’impossibile che diventa realtà. Qualcuno invita a considerare anche la possibilità di un nuovo voto, che sarebbe il sesto dal 2015. 

“Ho vinto e voglio l’incarico” 

Feijo'o' si è affacciato al balcone della sede del partito, a Madrid nella Calle de Genova, e ha proclamato la vittoria di fronte a migliaia di sostenitori che intonavano il coro “Pre-si-den-te/Pre-si-den-te”. “Come candidato del partito più votato e con tutta l’umiltà credo che il mio dovere sia aprire il dialogo e cercare di formare il governo del nostro Paese in conformità con i risultati elettorali” ha dichiarato l’ex presidente della Galizia, invitando gli altri partiti a non tentare di “bloccare” il suo tentativo di formare un esecutivo.  Per Sanchez, invece, Feijo'o' non ha vinto affatto. Anzi, “il blocco involuzionista, arretrato, che proponeva la cancellazione dei progressi compiuti in questi quattro anni, è fallito” ha scandito Sanchez di fronte ai suoi elettori, che rispondevano "No Pasaran!" in un tripudio di bandiere rosse.  La Spagna, ha aggiunto, si è trovata di fronte a una scelta “tra progresso e regresso” e ha dato una risposta “cristallina”. La sinistra - ha inteso dire Sanchez -  ha tenuto perchè il Psoe e Sumar si sono presentati come una coalizione. Feijo’o invece non si è mai espresso in modo esplicito in merito a un accordo postelettorale con Vox e la decisione di non partecipare al secondo confronto televisivo non deve aver aiutato gli elettori a chiarirsi le idee. 

Possibili scenari

Feijo'o', in sostanza, sperava di conquistare abbastanza voti da poter fare a meno di Vox o, quantomeno, di cavarsela con un suo appoggio esterno. Un’ambiguità imposta anche dalle divisioni interne ai Popolari  la cui frangia moderata vede i sovranisti come il fumo negli occhi.

Abascal, invece, desiderava un’alleanza organica basata su un programma condiviso. Feijo'o, con il suo appello al voto utile, è riuscito a contenerlo ma se lo è inimicato. Ieri sera Abascal ha accusato Feijo'o' di non aver voluto costruire “un’alternativa”. Non è escluso che resti all’opposizione e che si chiami fuori anche da formule tipo il sostegno esterno.

Diaz, da parte sua, ha fatto sapere che avvierà i contatti con tutte le “forze progressiste e democratiche” (cioè, gli indipententisti disposti a discutere) per formare un “governo alternativo alla destra”. Numeri alla mano, la sinistra può restare al governo solo se ottiene l'appoggio di tutte, o quasi, le forze indipendentiste rappresentate alle Cortes. Un obiettivo difficile ma niente affatto impossibile. Sanchez ha fatto molto per abbassare la tensione tra Madrid e Barcellona ed è uscito relativamente indenne dallo scandalo causato dalla presenza nelle liste di Bildu di alcuni ex terroristi dell'Eta.

Il ruolo di improbabile "kingmaker", come stanno sottolineando numerose testate spagnole, potrebbe spettare quindi a Puigdemont, sulla carta un conservatore. Ammesso che Abascal lo appoggi, a Feijo'o' basterebbe il sostegno di Junts per Catalunya per conquistare e mantenere l'incarico, che il re Filippo VI dovrebbe affidargli nelle prossime ore.

Appare tuttavia non semplice un connubio tra Puigdemont e il successore di quel Mariano Rajoy che, dopo il referendum per l'indipendenza del 2017, commissariò la regione e lo costrinse all'esilio. Senza contare l’accesa ostilità di Vox nei confronti degli indipendentisti, che renderebbe complicato anche un appoggio esterno congiunto.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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