[Il ritratto] "Alfano non pervenuto", la rivoluzione siciliana travolge Angelino. E stavolta è fuori per sempre

Che farà Alfano, se la politica lo butterà davvero fuori dalle sue mura? Laureato in legge alla Cattolica di Milano e avvocato dal 1996, in realtà lui non ha mai esercitato, perché era già in fasce quando era segretario provinciale del Movimento giovanile Dc di Agrigento

[Il ritratto] 'Alfano non pervenuto', la rivoluzione siciliana travolge Angelino. E stavolta è fuori per sempre

Proprio nella sua Sicilia, dove tutto era cominciato quando era solo un pischello di 23 anni appena laureato in Giurisprudenza, Angelino Alfano, "il leader del niente che è sempre lì", come l’ha definito Andrea Scanzi, quasta volta sta sentendo suonare le campane a morto. Enrico Mentana, ancora vivo e vegeto nel cuore della sua interminabile maratona elettorale davanti ai colleghi con gli occhi pesti e a Fabrizio Masia in grave astinenza da sonno, con le palpebre cadenti, si prende pure il lusso di imitare Crozza mentre fa l’elenco e la classifica dei voti, dal centrodestra giù fino a lui, e gli scappa quasi da ridere: "Alfano non pervenuto".

Amici e nemici possono infierire

L'Istituto di Piepoli e Noto per la Rai lo colloca fra il 2 e il 5 per cento, comunque sotto la soglia utile per entrare a Sala Ercole, in Consiglio Regionale. E adesso, amici e nemici (che molte volte in politica sono la stessa cosa) possono infierire. Gianfranco Micciché, suo ex alleato di Forza Italia, disquisisce tristemente sul suo funerale politico: "Io non auguro la fine a nessuno, ma non c’è dubbio che per lui non è un buon momento. Alfano si è svuotato da solo andando a sinistra. E’ ovvio che tutti i suoi deputati regionali hanno preferito venire con noi". E Renato Schifani, che con lui era uscito da Forza Italia e senza di lui ci era rientrato, prevede addirittura "una sua crisi esistenziale", se le cose stanno così. Per ora manca Vittorio Sgarbi all’appello, quello che diceva che Alfano "è il peggior politico italiano, mi fa schifo fisicamente, sembra Frankestein". Temiamo che il Ministro degli Esteri debba solo aspettare, accontentandosi di Travaglio e del suo Angelino Jolie.

Non sa mentire con la classe e l'abilità di suoi colleghi

L’impressione però è che la contorta carriera da enfant prodige a derelitto della seconda Repubblica fosse già cominciata da un pezzo, da quando ha valutato male l’immarcescibile eternità di Silvio Berlusconi e l’incerto futuro di Matteo Renzi, e che la Sicilia ne sia solo una tappa, persino scontata e inevitabile. Alfano ha commesso l’errore peggiore che possa commettere un politico: giocar male le sue carte. Perché in fondo adesso che sta per uscire definitivamete dalle stanze dei bottoni (come tutti gli altri delfini berlusconiani: una coincidenza?), viene quasi da dire che non era affatto peggio di tanti altri, ma che il suo difetto più grande era quello di non saper mentire con la classe e l'abilità di suoi colleghi e maestri.

E' un democristiano, ma i tempi non sono più quelli della Dc

Si è sempre comportato come un democristiano, ma i tempi non sono più quelli della Dc. In tutti questi anni lui è sembrato un po’ come quei calciatori che non si sono resi conto che con le tv a schiere e le moviole a ripetizione era controproducente negare la realtà. Così ha finito per inanellare gaffes in serie, come quella volta che fu ripreso al matrimonio della figlia di Croce Napoli, presunto boss mafioso di Palma di Montechiaro, e prima negò di esserci mai andato e poi fu costretto a smentire se stesso e disse che aveva ricevuto l’invito dallo sposo: «Non conosco la sposa e la sua famiglia». La cosa più strana di Alfano, l’ultimo dei democristiani sopravvissuto nella seconda Repubblica, è che è riuscito a farsi nemici un po’ dovunque, che è molto poco democristiano, perché almeno una volta ha bisticciato con Berlusconi, con Fini, con Salvini, ma anche con Letta, con Renzi, con tutti.

Che cosa potrà mai fare adesso?

La domanda più seria invece è un’altra: che cosa potrà mai fare Alfano, se la politica lo butterà davvero fuori dalle sue mura? Laureato in legge alla Cattolica di Milano e avvocato dal 1996, in realtà lui non ha mai esercitato, perché era già in fasce quando era segretario provinciale del Movimento giovanile Dc di Agrigento. E due anni prima di diventare avvocato, era già emigrato in Forza Italia («ove militava all’insaputa dei più», scrisse Travaglio: «rispondeva alle lettere e leccava francobolli») per essere eletto deputato all’Assemblea Regionale siciliana. Nel 2001, ad appena trent’anni, aveva fatto il suo ingresso trionfale alla Camera dov’era entrato subito nelle grazie di Silvio Berlusconi. E a 37 anni, era diventato il più giovane ministro della Giustizia della Storia repubblicana, nel quarto governo Berlusconi. Da quel dicastero ha timbrato due appuntamenti importanti, che hanno caratterizzato nel bene e nel male la sua figura.

Travaglio lo a battezzò Angelino Jolie

Il Lodo Alfano, innanzitutto, quand’era il pupillo preferito del Cavaliere, firmato nel 2008, che prevedeva la sospensione dei processi a carico delle 4 cariche più alte dello Stato (Presidenza della repubblica, del Senato, della Camera e del Consiglio, of course) per l’intera durata del loro mandato. Solo che non durò molto: l’anno dopo la legge fu dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale. E Travaglio cominciò a battezzarlo Angelino Jolie marchiando "la sua inconsistenza, ai limiti dell’inesistenza", che «danneggia chiunque lo circondi". Poi firmò l’inasprimento del carcere durissimo per i mafiosi, il Codice Unico Antimafia e la Legge contro lo stalking. Totò Riina in una intercettazione lo definisce "una canaglia".

Fonda il Nuovo centrodestra uscendo da Forza Italia

E il figlio, Giuseppe Salvatore, avrebbe progettato addirittura un attentato contro di lui. Mentre il pentito Carmelo D’Amico lo accusa assieme a Renato Schifani di "essere stati messi in politica da Cosa Nostra". E mentre infuria la polemica, sta cominciando la seconda vita di Alfano. Quella in discesa. E’ segretario del Pdl quando il 28 aprile 2013 è nominato ministro degli Interni nel governo Letta. Ma pochi mesi dopo, a ottobre, entra in conflitto con Berlusconi, che vuole uscire dal governo perché il Pd ha deciso di votare la sua decadenza da senatore, fino a quando a novembre non fonda il Nuovo centrodestra uscendo da Forza Italia. Resta ministro degli Interni anche con Renzi fino al 12 dicembre 2016. Passa agli Esteri con Gentiloni, "leader di niente", come lo bolla Scanzi, "del nullismo politico. Ed è sempre lì. Già la parola leader attribuita ad Alfano per me è impegnativa". Adesso che Berlusconi risorge e che il centrodestra si candida a vincere le politiche (chi conquista la Sicilia di solito si prende anche il governo di Roma), Alfano è rimasto con il cerino in mano. Assieme a lui si avvia al declino pure Renzi, che era quello in fondo con cui aveva bisticciato meno. Chissà se è vera la previsione di Travaglio che in fondo lui è solo «quello che - direbbe oggi Fortebraccio - se scompare nessuno se ne accorge».