Il grande caos delle regionali in Calabria. Pd e M5S formalizzano i loro candidati ma cercano un accordo in extremis

Il centrodestra parte davanti ma non ha ancora un candidato

Mario Oliverio (Ansa)
Mario Oliverio (Ansa)

La prima ‘notizia’ è che, il 26 gennaio 2020, si vota per le elezioni regionali (governatore e consiglio regionale) anche in Calabria e non solo in Emilia-Romagna. Infatti, con tutti i riflettori accesi sulla sfida lanciata dalla Lega di Salvini all’ultimo, grande, fortino rosso rimasto in piedi in Italia (l’Emilia-Romagna, appunto) sembra che, in Calabria, le elezioni regionali non ci siano neppure. La seconda ‘notizia’ è che, incredibilmente, tanto che ormai siamo a meno di due mesi dal voto (e ci sono le feste di Natale e Capodanno di mezzo), non sono chiare e note né le alleanze e neppure – il che è ancora più incredibile – i candidati governatore delle tre forze politiche maggiori (centrodestra, centrosinistra, M5S). Insomma, gli elettori calabresi (1.700.000 circa su 2 milioni di abitanti) si trovano davanti a una campagna elettorale giocata in surplace, di fatto oscura e ancora piena zeppa di dubbi e incognite politiche.

I precedenti. Le regionali del 2014

Nel 2014 le elezioni regionali avevano visto il trionfo del governatore uscente, Mario Oliverio, allora esponente del Pd che, con oltre il 61% dei voti, aveva stracciato il candidato del centrodestra, Wanda Ferro, che aveva preso il 24,5%, ma con un’affluenza bassissima (appena il 40%) e che aveva perso voti verso Nino D’Ascola, candidato dei centristi di allora (Ncd-Udc) che aveva riportato l’8.7%.

L’M5S, che aveva preso, nel 2014, solo il 4,96% non eleggendo nessun consigliere, si era rifatto alle elezioni politiche del 4 marzo 2018, quando l’exploit dei pentastellati aveva portato loro in doto il 43,4% mentre il centrodestra alle politiche si è fermato al 32,1% e il centrosinistra non era andato oltre il 17,1%. In particolare, il Pd ha preso il 14,3% dopo che alle regionali del 2014 era arrivato al 23,7%.

Alle europee del maggio 2019, il Movimento 5 Stelle è rimasto il partito più votato, ma dimezzando i voti (26,69%), avvicinato dalla Lega, arrivata al 22,61%. Il Pd invece non è andato oltre il 18,25%, Forza Italia si è fermata al 13,32% mentre Fratelli d’Italia è salita fino al 10,26%.

Oliverio non vuole ritirarsi

Prima di essere travolto da diverse vicende giudiziarie (due i rinvii a giudizio: uno per abuso d’ufficio e corruzione, a luglio 2019, e un altro per associazione a delinquere, corruzione e peculato, a settembre), il governatore uscente, Mario Oliverio, sembrava essere certo di correre per un secondo mandato, poi è stato travolto dalle indagini e il Pd gli ha chiesto, in modo brusco, di farsi da parte, commissariando il partito con il campano Stefano Graziano.

Il governatore uscente vuole presentarsi lo stesso e, dopo aver invocato invano le primarie, lavora a una sua lista ‘personale’ contro però la volontà dei vertici del Pd. Il partito di Zingaretti, dopo aver passati mesi a cercare un’intesa con i 5Stelle, sul modello umbro, che alla fine è sfumata, ha pescato solo e soltanto nel mondo dell’imprenditoria. E così, dopo aver corteggiato il ‘re’ del tonno, Pippo Callipo (candidato ideale nell’ottica di un’alleanza con i 5Stelle), il Pd ha provato a gettare nella mischia il patron di una importante casa editrice del Sud, Florindo Rubettino, che però – dopo averci pensato su qualche giorno – si è tirato indietro. Alla fine, ha lanciato il nome di Maurizio Talarico, ‘re’ delle cravatte (e delle pochettes), che esporta in tutto il mondo, anche se non tutto il partito è convinto del suo appeal presso gli elettori. Ma i dubbi che hanno portato Rubettino alla rinuncia (“Sarei stato trascinato in una lotta lancinante in cui non si vede la volontà di ragionare e di superare le divisioni tra partiti e all’interno dei partiti stessi”) sono gli stessi che, ora, vedono anche Talarico sul punto di mollare.

La girandola dei nomi: Callipo, Rubettino, Talarico

La verità è che il Pd calabrese è un partito balcanizzato e libanizzato, diviso da odi e rivalità feroci e ataviche. Il centro di potere nato intorno a Oliverio (66 anni, nato nel Pci, in 40 anni è stato di tutto: consigliere regionale, deputato, presidente della Provincia di Cosenza, governatore) è composto anche dall’ex consigliere regionale Nicola Adamo e da sua moglie, Enza Bruno Bossio, ex deputato dalemiana. Nicola Oddati, membro della segreteria di Zingaretti e responsabile per il Sud, parla di “rinnovamento avviato”, rivendica di essersi opposto e aver stoppato la ricandidatura di Oliverio e di aver puntato a cercare l’alleanza coi 5Stelle. La Bruno Bossio, detta ‘la zarina’, accusa: “Nicola Gratteri (procuratore capo di Catanzaro, ndr.) ha ‘ordinato’ a Zingaretti di non ricandidare Oliverio, d’accordo con gli emissari della Cei”. Accuse pesanti, clima da lunghi coltelli.

L’M5S calabrese paralizzato dai veti incrociati

Non che, in casa M5S, le cose vadano meglio. Il partito non ha saputo capitalizzare i voti presi alle Politiche, non ha esponenti in alcun centro di potere regionale ed è falcidiato dalle lotte intestine. Ben quattro le linee che si contrappongono: andiamo da soli, non ci presentiamo, bisogna candidarsi comunque, appelliamoci a Rousseau. Nicola Morra, presidente della commissione Antimafia, è il capofila della linea ‘stiamo fermi un giro’: rifiuta ogni alleanza con il Pd, che giudica “quanto di peggio ci possa essere in giro”, e dopo aver chiesto “un percorso” su programmi e nomi da mesi ora vuole che l’M5S non si candidi alle regionali. Di parere opposto è Paolo Parentela, deputato e coordinatore delle regionali per il Movimento, che però è passato dall’alleanza con i dem (“Se il Pd fa scelte nette potremmo cominciare a parlare”) di inizio novembre al “nessun dialogo con il Pd, stiamo valutando una rosa di possibili candidati” di pochi giorni fa. Scelta corroborata dalla decisione della piattaforma Rousseau che ha detto sì a presentare liste autonome M5S in Calabria come in Emilia.

La scelta finale dell’M5S è Aiello, ma sarà l’ultima?

Se c’è una grillina che si vorrebbe, a tutti i costi, candidare alle Regionali è di certo la giovane deputata Danila Nesci, che avanza la sua candidatura da mesi ma che è osteggiata da Morra come da Di Maio. Il capo politico aveva caldeggiato la scelta di Callipo, ma poi non ha avuto la forza di imporla e il re del tonno, già mesi fa, si è tirato indietro. Alla fine, l’M5S ha formalizzato la scelta del docente di politica economica all’Università della Calabria Francesco Aiello, il cui nome ha già suscitato le ire della Nesci e altri. Aiello, in realtà, avrebbe a sua volta dei dubbi, ma la macchina è partita e l’M5S ha formalizzato le procedure per dare vita, sulla piattaforma Rousseau, alle candidature per le regionali da parte degli iscritti (sono le famose ‘regionarie’).

Ma, in casa Pd, si parla ancora della possibilità di convergere su un nome avanzato dai 5Stelle (Callipo o altri), purché non sia targato di partenza da parte del partito (un parlamentare) e purché la scelta dell’alleanza Pd-M5S abbia piena dignità. Il che, però, vorrebbe dire sacrificare il nome di Talarico. Ma il Pd, oltre a non poter perdere l’Emilia, non vorrebbe perdere neppure la Calabria, pensa di potersela giocare e anche la Cgil regionale ha fatto un estremo appello all’unità con l’M5S con l’obiettivo di fermare la “destra sovranista”.

Anche il centrodestra non ha formalizzato un nome

Insomma, vincere le elezioni, per il centrodestra, potrebbe non essere una passeggiata di salute. Infatti, anche in questo campo – che resta, in ogni caso, lo schieramento favorito – regna l’incertezza. Forza Italia - cui in ogni caso spetta la scelta del candidato – aveva incoronato in pectore da tempo, il sindaco di Cosenza, Mario Occhiuto, che piaceva direttamente a Berlusconi, ma è finito, a sua volta, rinviato a giudizio per bancarotta fraudolenta e indagato da tre procure. La Lega, sul suo nome, ha messo una pietra sopra e Fratelli d’Italia ha rinunciato a rilanciare sulla sua Wanda Ferro. E’ Forza Italia, dunque, che deve proporre un nome alternativo. A Salvini piace il sindaco di Catanzaro, Sergio Abramo, che però già si candidò alla guida della regione nel 2005, sconfitto allora da Agazio Loiero, ma gira forte il nome del magistrato Caterina Chiaravalloti, figlia di uno storico esponente del Pdl locale, e anche quello di Roberto Occhiuto, attuale deputato di FI, fratello del sindaco di Cosenza Mario.

Infine, c’è anche un candidato indipendente che ha annunciato la sua presenza il 26 gennaio: Giuseppe Nucera, imprenditore, ex presidente di Confindustria Reggio Calabria alla guida della lista La Calabria che Vogliamo.

La legge elettorale calabrese

Come riporta il sito Money.it, in Calabria la legge elettorale è stata cambiata nel settembre del 2014, alla vigilia delle ultime regionali. Confermato l’impianto proporzionale, sono cambiate le soglie di sbarramento per poter accedere al consiglio regionale (30 in totale gli eletti). Anche se collegata a una lista regionale che ha superato l’8%, una lista circoscrizionale per poter eleggere propri rappresentanti deve prendere almeno il 4% a livello regionale. Cambiate anche le circoscrizioni regionali che da cinque sono diventate tre: Catanzaro-Crotone-Vibo Valentia, Cosenza, Reggio Calabria. Infine, per garantire la governabilità, il candidato governatore che otterrà più voti avrà un premio di maggioranza pari al 55% dei seggi.

Insomma, vincere in Calabria non è di certo importante come vincere in Emilia-Romagna, ma anche dalla terra di Trinacria possono arrivare importanti indicazioni politiche: il centrodestra andrà avanti nella sua marcia trionfale che gli ha fatto macinare regione dopo regione mezza Italia? L’M5S fermerà quella che sembra un’inesorabile caduta? Il Pd riuscirà a mantenere il controllo della Regione? E nascerà in extremis un’alleanza Pd-M5S in salsa calabra?